Anatomia di un’idea

Scrivo abbastanza poco, in questi giorni. Poche idee, e non delle migliori.
Però ho ascoltato parecchio, quello sì. Convegni, lezioni, conversazioni.
Alcuni davvero interessanti.
Di quelli che esci ed hai la sensazione di portarti via un’idea nuova, che dà senso ad un pezzo di mondo.

Mi è accaduta anche una cosa un poco più curiosa.
Ho partecipato, qualche giorno fa, ad una conferenza in cui l’argomento trattato rientrava tra i miei interessi di studio.
Miei, ma di nessun altro dei partecipanti.
Per questo, il relatore ha espresso, giustamente, alcuni concetti di base.
Chi ha partecipato si è portato a casa, appunto, un pezzo di senso.
Ora, si dà il caso che molte delle affermazioni “forti” e dirimenti di quel ragionamento fossero, per usare un eufemismo, poco supportate dalla letteratura.
Eppure, la loro verosimiglianza ha generato un assenso unanime, supportato poi da alcuni esempi in cui è stato piuttosto naturale per i partecipanti identificarsi.
Ho fatto, alla fine, un piccolo esperimento.
Ho parlato con una delle partecipanti, chiedendole di ricordare una di queste affermazioni chiave “illuminanti”. Mi ha confermato di essersi perfettamente identificata nell’idea e nell’esempio conseguente.
Poi, ho preso l’idea, l’ho riconfezionata in modo da giungere a conclusioni opposte.
Mantenendo nella sostanza lo schema linguistico e logico di riferimento, ho costruito un esempio coerente, e le ho chiesto che cosa ne pensasse. Come sospettavo, quest’altra idea, opposta alla prima, pareva anch’essa altrettanto illuminante, e vera.

Mi sono chiesto una cosa, allora.
Quali caratteristiche deve avere un’idea per essere non soltanto convincente, ma, in un certo senso, illuminante?
Non so se avete presente: quelle idee che ti spiegano una cosa in un modo tanto coerente (o apparentemente tale) da farti vedere la realtà con occhi diversi.

Ecco, da qualche giorno sto girando attorno a questa cosa: mi pare un tema di un qualche interesse.
A partire dalla domanda base: esiste, è in qualche modo determinabile, questa “anatomia”?

Su Edge.org è in corso una conversazione che potrebbe fornire qualche spunto.
La “Annual question” di Edge, infatti, suona così:

What is your favorite, deep, elegant, or beautiful explanation?

E, nel lancio della conversazione:

Il più grande piacere per uno scienziato viene da teorie che derivano la soluzione di qualche rompicapo complesso da un piccolo set di semplici principi, in modo sorprendente. Queste spiegazioni vengono definite “belle” o “eleganti”. Esempi storici sono le spiegazioni di Keplero del complesso moto dei pianeti attraverso semplici ellissi, la spiegazione di Bohr della tavola periodica degli elementi in termini di strutture degli elettroni, e la doppia ellisse di Watson e Crick. Einstein, è noto, disse che non aveva bisogno di una conferma sperimentale della sua teoria generale della relatività, perché “era talmente bella da dover essere vera”.

Leggerò alcuni dei commenti e seguirò questo dibattito affascinante, anche se quello che ho in mente con il termine “idea” è qualcosa di un po’ più vasto rispetto a quanto gli animatori di Edge intendono con “explanation”.

Mi pare, però, che proprio qui stia un primo mattone: la soluzione di qualche rompicapo complesso derivante da un piccolo set di semplici principi.
Questa potrebbe essere la prima caratteristica: una efficace riduzione della complessità a modelli eleganti ed intuitivi.
Credo, però, che valga anche il contrario: io sono affascinato anche da idee che rendono la complessità di concetti apparentemente semplici.
Ho già dedicato qualche riflessione a questo concetto: la mia opinione è che ad attrarre sia proprio l’elemento di incongruità (problema complesso / soluzione semplice – problema semplice / soluzione complessa).

La seconda caratteristica è, in qualche modo, complementare rispetto alla prima: queste idee sono tanto più fulminanti in quanto spiegano “a posteriori” esperienze ed eventi.
Direi che conferiscono una “razionalità seconda”. In questo senso, peraltro, l’abilità nell’uso di un linguaggio evocativo è fondamentale per creare l’identificazione che avvia questo processo.

Terza, ed ultima, anche questa collegata alle prime: le idee più illuminanti (o, per lo meno, quelle che più mi colpiscono) posseggono intrinsecamente una sorta di “narrabilità”.
Possono, quindi, generare facilmente esempi, storie, casi. Narrazioni, appunto.

Per ora, tutto qui.

Dibattito aperto, qualsiasi contributo è davvero gradito.

 

3 commenti
  1. angelo dice:

    ciao Luca,
    ho appena ricevuto e letto.
    Come al solito sei sempre molto stimolante;
    di primo acchito, mi sono venuti in mente un paio di tuoi articoli/pensieri sulla riduzione della quantità degli strumenti per semplificare e sulla inutilità di modelli complessi di previsione.
    E ancora,la tecnica di indagine per ricerca di mercato:ti chiedono quali marche ricordi a proposito di un determinato prodotto;ne ricordi forse solo 1-2;successivamente ti mostrano una decine di marchi e ti viene in mente che in realtà ne conosci o hai sentito parlare di 7-8 di quelle marche.
    Non so se pertinente,ma in questo momento è quello che passa il convento.
    P.S.ho scritto un commento su Gaudì.
    (riportando tutti con i piedi per terra)
    Ciao carissimo.

  2. Andrea Povelato dice:

    Un libro che si chiama “Idee forti” si pone un problema simile individuando come elementi che caratterizzano le idee che “fanno presa”:
    Semplicità
    Originalità
    Concretezza
    Credibilità
    Emotività e coinvolgimento
    Story telling

  3. Luca Baiguini dice:

    Grazie Andrea.
    Non ho letto il libro, provvederò. Mi pare un approccio interessante.

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