Quattro chiacchiere, quasi come al bar

Tommaso è stato uno dei miei primi allievi al MIP, tanti, tanti anni fa.
Poi, non si sa come e perché, ma con alcuni si resta in contatto, ogni tanto ci si scambia qualche idea, magari per un po’ ci si segue a distanza, poi ci si ritrova.
Questa sera, con lui, ci siamo ritrovati a fare quattro chiacchiere. A distanza, ma un po’ come se ci si vedesse al bar.

Si è parlato di quello che succede nelle aziende, di motivazione al lavoro, di leadership, di potere… cose così.
Io, il mio cappello da docente, però, non me lo sono tolto proprio del tutto. Nel senso che, di solito, al bar so essere anche un po’ meno noioso di così…

 

Le forme della leadership

Su Econopoly proseguo il discorso iniziato qualche settimana fa, quando ho proposto alcune definizioni di due termini vitali nella quotidianità delle organizzazioni: potere e leadership, partendo dal presupposto che non condivido gli approcci che tendono a contrapporre questi termini e, nella stragrande maggioranza dei casi, ad attribuire un significato negativo al primo, positivo al secondo (posizioni sintetizzabili nella formula: più leadership e meno potere).

In questo secondo post mi concentro sulle diverse forme che può assumere la leadership, sulla base del tema dominante su cui il leader centra la propria comunicazione ai fini di costruire consenso.

Distinguo, così, tra:

  • leadership ideologica
  • leadership pragmatica
  • leadership carismatica

Ancora una volta, vi chiedo i vostri commenti, così da poter proseguire questa serie di post cercando di rispondere alle vostre domande e contributi.

Potete aggiungere, quindi, un commento qui sotto, anche rispondendo alle domande che ho lasciato aperte alla fine del post

Il link su Econopoly è questo

Il design delle idee

Una cosa che, lo confesso, mi inorgoglisce non poco: Designing Presentations, il mio libro sulla progettazione di una strategia di comunicazione in pubblico, ha trovato una nuova casa, ed ha anche cambiato nome.

Il nuovo titolo è Il design delle idee e la nuova dimora è EGEA, la casa editrice dell’Università Bocconi, che ha voluto inserire il libro all’interno del suo catalogo.

Grazie di cuore ad Alessia Uslenghi e a tutto il suo fantastico team per aver dato una nuova veste al libro ed averlo molto migliorato con un editing attento e puntuale. Grazie a Studio Wise per la copertina “frizzante”. Grazie, soprattutto, per aver lavorato con entusiasmo in un periodo non facile.

Da oggi, il libro è disponibile in tutte le migliori librerie (come si diceva una volta) sia in formato cartaceo che in E-book.

Insomma, sono davvero contento!

 

Il design delle idee

Cover design: Studio Wise, Milano

 

Il design delle idee è acquistabile nelle seguenti librerie:

Versione cartacea

Ebook Kindle 

Ebook ePub

Qui c’è anche un’estensione online del libro con spunti e materiali aggiuntivi.

Infine, chi vuole rimanere aggiornato sulle novità circa il sito ed il libro, puoi iscriversi alla newsletter cliccando qui.

Il conflitto, tra potere, persuasione, negoziazione

Su Econopoly – Il Sole 24 Ore, un mio nuovo post sulla gestione dei conflitti nelle organizzazioni, ispirato dalle considerazioni fatte tempo fa da Luca Foresti sempre sullo stesso tema.
Quali modalità si possono adottare per risolvere un conflitto?
Quali le variabili rilevanti per la scelta?
 
Il post lo trovate a questo link, mentre, se volete lasciare dei commenti, potete farlo direttamente qui.

Su Econopoly

Inizio oggi una collaborazione di cui vado molto orgoglioso e che mi rende felice.
Ho scritto, infatti, il mio primo post per Econopoly, blog de “Il Sole 24 Ore“, curato da Alberto Annichiarico. Ho sempre trovato contenuti di qualità e spunti interessanti. Spero davvero di essere all’altezza del resto della squadra.

Il primo contributo è su un tema che mi sta molto a cuore (lo sa chi frequenta questo blog): la costruzione del consenso nei gruppi, nelle organizzazioni ed in politica. Con qualche considerazione anche sulle dinamiche di gestione del consenso che abbiamo visto in azione in questi giorni difficili.

Se l’argomento vi interessa, il post è qui.

Grazie ad Alberto per l’ospitalità e ad Andrea Panato per la sua non comune capacità di generare sinergie.

Pensare il dopo

Andrea Fontana sottolinea da giorni la necessità di una narrazione del dopo, quando, tra qualche mese, l’emergenza sarà finita.
Paolo Giordano e Luca Sofri, più modestamente, chiedono che qualcuno almeno pensi e racconti quale sarà il percorso che ci porterà verso il dopo, quello che intraprenderemo, auspicabilmente, tra qualche settimana.

Ho il sospetto che questi ultimi anni ci abbiano consegnato una classe politica incapace di comunicare il progetto, talmente accartocciata (come ho scritto tante volte qui) sul comunicare il nemico da aver perso i paradigmi fondamentali di come si costruisce una visione comune, di come si aggrega una collettività per qualcosa e non contro qualcuno.

Non mi piacciono le metafore e le similitudini belliche usate in questi giorni, descrivono in maniera molto parziale ciò che stiamo vivendo.
Il virus non è un avversario con una volontà e non ha, di per sé, neppure l’obiettivo di annientare l’organismo attaccato, la cui morte porta alla morte del virus stesso, per dire solo due differenze fondamentali.

Mi è piaciuto, anche se non mi trova sempre d’accordo nei contenuti, il tentativo fatto da Simone Perotti di mostrare un altro punto di vista, a partire dalla sua critica a #milanononsiferma, fino alla ricerca degli effetti collaterali positivi non solo come magra consolazione, ma come metodo d’indagine della realtà:

Insomma, effetti collaterali. Che sono sempre interessanti, sono il backstage della realtà. Ci raccontano sempre molto di noi, delle cose di cui ci danniamo, e forse delle nostre coscienze non sempre cristalline nel giudizio sulla vita.

Servirebbe, mi sembra, ora, ma soprattutto servirà dopo, una capacità di comunicare la complessità del nostro vivere e, in un certo senso, anche la sua fragilità.
Partendo da alcune cornici:

  • chi spaccia soluzioni semplici, pozioni magiche infiocchettate con uno slogan, a problemi complessi o non ha idea di che cosa stia parlando o, più probabilmente, sta provando a fregarci;
  • non esiste al mondo qualcuno che abbia tutte le risposte in tasca, né per questo né per gli altri problemi che saranno l’agenda dei prossimi anni (migrazioni, ambiente, stagnazione economica, dinamiche demografiche). Non sarà l’uomo forte, ma neppure quello intelligente. Sarà solo l’unione di pensieri e prospettive e la ricerca faticosa della sintesi, probabilmente fatta anche di errori inevitabili e della capacità di ammetterli. Questo dovrebbe essere il dibattito politico in una comunità sana;
  • la fragilità è una componente ineliminabile del nostro esistere. Dovremo affrontare altre crisi, illudere del contrario non serve;
  • ci sono cose che non stanno insieme, averle entrambe è impossibile, prometterle entrambe è disonesto. Si chiamano trade-off;
  • la comunicazione politica deve, in qualche modo, contribuire anche a educare a tutto questo. Non può più accontentarsi di coagulare consenso.

Mi domando, però, se la vogliamo davvero una comunicazione così.
E se non siamo noi i primi a desiderarlo, l’uomo della provvidenza, quello che

  • tranquilli, ci sono qua io
  • non è colpa nostra
  • non costa nulla

Quello che tranquilli, il nemico è lui, noi siamo i buoni.

La costruzione del nemico

In questi giorni mi è capitato sotto gli occhi un articolo non recentissimo di Hannes Grassegger per Das Magazin, ripreso e tradotto da Internazionale.
Racconta di come Arthur J. Finkelstein e George Birnbaum abbiano progettato, da consulenti elettorali del presidente ungherese Viktor Orbán, una delle più impressionanti e riuscite operazioni di “creazione di un nemico” che sia dato ricordare.
Mi ha riportato alla memoria quanto scrivevo qualche tempo fa sulle modalità di costruzione del consenso, ed in particolare sulla logica amico-nemico.
Il nemico, in questo caso, è George Soros.
E l’operazione è stata talmente ben congegnata da farne non soltanto l’argomento per la costruzione del consenso attorno a Orbán, ma un vero e proprio simbolo (ed una facile risorsa di consenso) per tutte le destre del mondo da allora in avanti. A prescindere da qualsiasi verità a proposito della vita di colui che, da allora, è diventato semplicemente l’emblema di un complotto mondiale contro popoli e nazioni.

Mi sembra che l’articolo confermi quanto ho scritto sui vantaggi di questa logica di costruzione del consenso:

  • velocità nella creazione e facilità nella comunicazione;
  • forza nel reprimere il dissenso;
  • focus sui comportamenti del nemico più che sui propri e, quindi, non necessità di proporre un vero progetto di sviluppo per il futuro.

La logica amico/nemico si riassume nella formula negative campaigning: focalizzare l’agenda elettorale sugli attacchi al proprio nemico piuttosto che sulla proclamazione dei propri valori e della propria visione del futuro, con un duplice obiettivo: compattare gli elettori della propria parte e dividere quelli della parte avversa.

Si aggiunge, però, un elemento che merita di essere evidenziato. Lo riprendo citando due spezzoni dell’articolo:

Finkelstein aveva trovato in lui [Soros, nota mia] l’avversario ideale. Un Mister Liberal come l’aveva sempre sognato, l’incarnazione di tutte le contraddizioni che i conservatori odiano in quegli esponenti della sinistra che hanno successo economico: uno speculatore finanziario che allo stesso tempo chiede un capitalismo più umano. E la cosa più bella è che l’obiettivo della campagna elettorale non era un esponente politico e neanche una persona che viveva nel paese. “L’avversario perfetto è quello che puoi colpire continuamente senza che lui possa colpirti mai”, sottolinea Birnbaum.

Il grassetto, mio, sottolinea un aspetto interessante: individuare un “nemico” esterno al sistema, non in grado di opporre reazioni dirette. Qualsiasi reazione di Soros alla campagna, infatti, veniva regolarmente, come si descrive nell’articolo, utilizzata ad uso della narrazione del nemico.

A conferma di questo:

L’ultimo passo del metodo era tendere una trappola all’avversario: Finkelstein metteva in giro una notizia falsa, contando sul fatto che l’avversario si sarebbe incastrato da solo cercando di smentirla. Infatti reagendo all’accusa l’avrebbe inevitabilmente legata al suo nome, mentre ignorandola non avrebbe avuto modo di confutarla. Nel migliore dei casi poi la falsa notizia sarebbe stata di per sé così strana o sconvolgente da essere ripresa dai mezzi d’informazione.

Qualunque tipo di risposta a questo attacco viene re-incorniciata, appunto, a vantaggio dell’attaccante.

Detto tutto questo, la cosa che fa più impressione sono le ultime righe dell’articolo:

Finkelstein è morto nell’agosto del 2017. L’Ungheria è stata il suo ultimo progetto. Nel 2011, in uno dei suoi ultimi discorsi pubblici, aveva detto: “Volevo cambiare il mondo. L’ho fatto. L’ho reso peggiore”.

 

Post Scriptum
Riporto anche, dalla parte iniziale dell’articolo, una descrizione del profilo di George Soros

Fino a qualche anno fa Soros era un miliardario la cui critica al capitalismo era tenuta in considerazione perfino al Forum economico mondiale di Davos. Un finanziere che una volta faceva parte delle trenta persone più ricche del mondo, ma che poi ha devoluto buona parte dei suoi miliardi alla Open society foundations, una rete di fondazioni, al terzo posto nella classifica mondiale delle organizzazioni a scopo benefico, subito dopo quella di Bill e Melinda Gates. Ma mentre Bill Gates, il fondatore della Microsoft, cerca di alleviare le sofferenze del mondo, per esempio estirpando la malaria, Soros cerca di migliorarlo con iniziative a sostegno dei migranti. Vuole realizzare l’ideale che il suo filosofo preferito, Karl Popper, contrapponeva al totalitarismo: una società aperta.

“Compito e Relazione” vi costa meno di tre caffè…

Compito e Relazione in formato Kindle ed EPub è in offerta, rispettivamente, su Amazon ed IBS  a 2,99 Euro.
La promo termina a fine gennaio.
Quindi, se volete approfittare… questo è il link Amazon e questo è il link IBS

Intervista a “L’eco della stampa”

Azzurra Scattarella mi ha intervistato per “L’eco della stampa“.
Si parla di quel che provo a fare e di come lo faccio… e un po’ anche di me.

L’intervista sta qui

Compito e relazione

Ecco.
Anche Compito e relazione è finito.
L’avevo promesso per maggio, è arrivato a luglio. E pensare che c’è un capitolo sulla gestione del tempo… del resto io dico sempre che non è assolutamente necessario saper fare ciò che si insegna (almeno per chi insegna temi comportamentali).

Si parte dalle due leve fondamentali a disposizione di chi gestisce un team: la leva del compito e la leva della relazione (da qui il titolo del libro).
Poi, si va in profondità su alcune delle tematiche fondamentali relative a ciascuna leva.

Leva della relazione

  • Il trade-off tra direttività e partecipazione
  • La dinamica consenso / conformismo
  • Le strutture relazionali che stanno dietro ai processi che chiamiamo ricerca e creatività

Leva del compito

  • La relazione tra comunicazione circa il tempo e dinamiche di gruppo

Si tratta di temi, a mio parere, basilari per il team manager.

Sulla quarta di copertina, infatti, ho scritto che i contenuti di questo libro sono un po’ come gli esercizi di diteggiatura per un musicista: semplici strumenti senza i quali, però, non è possibile produrre una propria, originale, interpretazione. Chi voglia guidare un team con efficacia non può, naturalmente, limitarsi a possedere le tecniche. Ma nessuno può mettersi ad un pianoforte e pensare di attaccare una sonata di Bach o un notturno di Chopin senza padroneggiare gli indispensabili rudimenti tecnici.

Come per Il design delle idee, ho messo su anche un sito con approfondimenti, risorse e stimoli: compitoerelazione.it

Per chi è già convinto, il libro è disponibile in queste librerie:

Versione cartacea (per ora in prenotazione, ma in arrivo a giorni)

Ebook Kindle

Ebook Epub