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Dire senza dire

Qualche tempo fa, un amico mi ha segnalato un programma di Radio3: Castelli in aria, condotto da Edoardo Lombardi Vallauri.
Ne ho scaricate alcune puntate: hanno reso meno noiosi i viaggi degli ultimi giorni di dicembre.
In una di queste puntate veniva trattato il tema “Dire senza dire. La pubblicità e la presupposizione linguistica”.
Lombardi Vallauri ha spiegato alcuni stratagemmi utilizzati dalla pubblicità per lanciare un messaggio in maniera implicita.
Il concetto base del ragionamento è che se si sposta l’attenzione dell’interlocutore su un elemento in realtà secondario, è meno probabile che si ricevano obiezioni sul messaggio che sta a cuore trasmettere.

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Sulla scrivania in questi giorni….

Vorrei, periodicamente, condividere con voi la mia scrivania. Non che vi voglia tutti a casa mia. Piuttosto, mi piace l’idea di farvi sapere che cosa sto leggendo, quali sono i libri aperti e perché. E, magari, ci aggiungiamo qualche citazione, qualche vostro commento. Cose così, destrutturate….

Ecco i libri aperti in questi giorni

La terapia dell’azienda malatadown10.gif
di G. Nardone, R. Mariotti, R. Milanese, A. Fiorenza

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Nardone & C. mi avevano già ispirato questo post.

Trovo davvero affascinante l’approccio strategico alla problem solving.
Quel che più mi piace è il distacco dal modello causale e deterministico, per accogliere la complessità  e la causalità circolare.
E poi mi piace l’attenzione al “come” avvengono le cose, piuttosto che al “perché”.
Gli interventi strategici sono finalizzati a cambiare i “come” disfunzionali, e generano effetti a catena per cui piccoli cambiamenti possono generare grandi differenze.

Eccone le caratteristiche essenziali , come le hanno delineate gli autori stessi

a) I modelli di intervendto vengono costruiti sulla base degli obiettivi da raggiungere piuttosto che sulle indicazioni di una forte teoria a priori;

b) La logica utilizzata nella costruzione delle strategie è di tipo costitutivo-deduttivo piuttosto che ipotetico-deduttivo, in modo da adattare la soluzione al problema ed evitare che sia questo ad adattarsi alle soluzioni;

c) Invece di orientare gli interventi a partire da un’indagine sulle casue dei fenomeni, si induce il cambiamento ricorrendo a una filosofia dello stratagemma;

d) Il modello di intervento è sottoposto a un costante processo di autocorrezione ed evita di perserverare con tentativi di soluzione che non producono esiti positivi, e che spesso esacerbano il problema che dovrebbero risolvere.

Finzionidown02.gif
Jorge Luis Borges

Jorge Luis BorgesJorge Luis Borges

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Da qualche tempo, più che alla lettura, mi dedico sempre più spesso alla ri-lettura.
Vorrà dire qualcosa?

Questo è un libro che ho molto amato. Tanto che mi capitava spesso di maneggiarne qualche pagina sparsa.
Da molti anni non lo aprivo. Probabilmente è per questo che ho voluto ripartire dall’inizio. Non so se arriverò alla fine, anche perché il piacere della lettura è punteggiato qua e là da un po’ di nostalgia. E, si sa, non tutti i giorni sono buoni per la nostalgia.

Effetto Medici
di Frans Johanssondown02.gif

libro3.jpgSono a poche pagine… non mi sono ancora fatto un’idea precisa della qualità di questo libro.
Lo leggo (anche) per recensirlo per E&M.
A giorni vi racconto come va.

Teorie forti

Su “La terapia dell’azienda malata” leggo di un esperimento interessante condotto da Bavelas all’Università di Stanford. L’indagine è stata condotta su soggetti di età, sesso, condizione sociale diversa. A ciascuno di loro è stata data questa istruzione:
Io adesso leggerò un certo numero di coppie di cifre a due a due, lei dovrà dirmi se queste cifre si accordano o meno tra di loro“.
Naturalmente, i soggetti chiedevano di specificare meglio che cosa significasse “accordarsi”. Lo sperimentatore rispondeva, allora, che l’esperimento consisteva proprio nello scoprire la natura dei nessi. Si trattava, quindi, di procedere per tentativi ed errori fino ad arrivare a trovare il nesso logico corretto.
Traggo la descrizione dell’esperimento direttamente dal libro citato:

All’inizio lo sperimentatore dichiarava sempre sbagliate le risposte del soggetto, poi – senza seguire alcuna logica – cominciava a dichiarare che alcune erano giuste. Continuava, in seguito, sempre casualmente – ovvero senza alcuna valutazione effettiva della risposta – aumentando il numero di risposte definite come corrette. L’esperimento procedeva facendo in modo che il soggetto avesse l’impressione di incrementare progressivamente la correttezza delle sue risposte. Quando si giungeva al punto in cui lo sperimentatore dichiarava sempre corrette le risposte del soggetto, lo psicologo interrompeva l’esperimento e chiedeva al soggetto di spiegargli come si fosse formato nella mente i modelli logici che lo avevano portato a procedere nell’esperimento e a stabilire un nesso fra le cifre proposte. Le spiegazioni offerte erano solitamente complicatissime, talvolta decisamente astruse. A quel punto, lo sperimentatore svelava il trucco dell’esperimento e confessava al soggetto che non esisteva alcun nesso logico che legava i numeri, e che aveva dichiarato giuste o sbagliate le risposte su uno schema preordinato. Non esisteva dunque alcuna reale corrispondenza tra le domande e le risposte, alcun nesso matematico, logico, figurativo, ecc.
Quello che appare particolarmente interessante è che, a questo punto, la stragrande maggioranza dei soggetti si rifiutava di credere allo psicologo e manifestava una gradissima difficoltà ad abbandonare la visione che aveva costruito con la propria mente. Alcuni soggetti, addirittura, cercavano di convincere lo sperimentatore che esistevano davvero dei nessi logici dei quali lui non si era ancora reso conto.
Questo esperimento, come molti altri dello stesso tipo, dimostra chiaramente come le persone presentino grandi difficoltà a modificare una propria convinzione, dopo che questa è venuta costruendosi mediante un processo esperienziale vissuto come efficace e si sia strutturata come teoria di riferimento del soggetto.

Mi pare una provocazione davvero stimolante.
Credo mi sia successo molte volte di innamorarmi di un modello di problem solving, di una teoria manageriale o comportamentale tanto da farne una “Teoria forte”, alla quale adattare le informazioni che giungono dalla realtà.
Cito Albert Einstein:

“Sono le teorie che determinano ciò che possiamo osservare”

e anche, scherzosamente ma non troppo

“Se i fatti e la teoria non concordano, cambia i fatti”

Dettagli sulla fonte: La terapia dell’azienda malata, di G.Nardone, R.Mariotti, R.Milanese, A.Fiorenza – Ponte alle Grazie, Novembre 2000