Cicatrici da tastare

Una combinazione, o magari si tratta di una mia maggiore sensibilità a questi temi.
Sta di fatto che qualche giorno fa un collega mi ha invitato ad ascoltare il discorso di Jobs ai laureandi di Stanford (“Stay hungry, stay foolish”, per intenderci). Avevo già sentito quel discorso, ma l’invito è stata un’occasione per fermarmi di nuovo un momento. E la mia attenzione, questa volta, è stata catturata dal passaggio in cui Jobs racconta della sua cacciata da Apple, e delle sue conseguenze.

Ecco, nella traduzione che ho trovato su Macblog, il passaggio che mi è rimasto in mente:

Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Contemporaneamente, mi sono imbattuto in uno dei “Pensieri” di Alfonso Fuggetta:

Ieri sera ho rivisto per l’ennesima volta un film che mi piace molto: “Il signore degli anelli – Il ritorno del Re”.

Alla fine Frodo medita su alcune parole:

Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita… come fai ad andare avanti… quando nel tuo cuore cominci a capire… che non si torna indietro… ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno.

[…]

Ho la sensazione che troppo spesso abbiamo paura di accettare e riconoscere le nostre ferite in quanto segni di quei frammenti della nostra storia dove abbiamo sofferto o dove non abbiamo avuto successo: le rimuoviamo, cerchiamo di scordarle. È un meccanismo di difesa comprensibile: non siamo fatti di ferro, ma di carne; abbiamo bisogno di proteggerci.

Ma penso che le ferite che ci portiamo dietro siano anche i passaggi chiave della nostra esistenza, le testimonianze delle cose che impariamo, delle emozioni che viviamo, dei sogni che a volte si realizzano e altre si infrangono.

Mi piace leggere la frase “non si può accomodare” non come l’impotenza di fronte ai fatti che ci sono capitati, ma come l’inevitabile e tutto sommato benefica impossibilità di dimenticare i passaggi della nostra vita, anche quelli più difficili e dolorosi.

Forse è (anche) questo il senso dell’essere folli e affamati.

Folli e affamati a sufficienza per fare di ogni esperienza, anche dolorosa e, nel breve, fallimentare, un passaggio utile (se non addirittura necessario) verso la maturazione.

Folli e affamati a sufficienza, magari, per andare a tastare, ogni tanto, le cicatrici lasciate da quelle ferite, per non dimenticarle.

Folli e affamati a sufficienza per spiegarlo ad un figlio, o a chi verrà dopo di noi. Non solo a parole.

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