Toccare il Fondo

Dal diario di un docente.

Martedì 10 marzo.
Oggi, giornata in aula: un corso su Leadership e Decision Making.
Bella classe, gente sveglia. Io mi sono divertito. Spero anche loro. Ci torno anche domani, abbiamo ancora cose da fare insieme.
È un corso finanziato da un Fondo Interprofessionale.
Abbiamo anche ricevuto la visita di un’ispettrice incaricata dal fondo di controllare che tutto fosse in regola. Una bella cosa: i Fondi gestiscono tanti soldi; ci vuole qualcuno che controlli che non ci siano furbetti che ne approfittano. Siamo un Paese che ha #cambiatoverso!
Arriva, dunque, l’ispettrice. Si presenta. Controlla che effettivamente ci sia una lezione in corso (sembra di sì: c’è un docente che sta parlando e gente che ascolta. Ha tutta l’aria di essere una lezione). Controlla che tutti abbiano firmato il registro (la forma è sostanza!).
Poi sottopone a tutti i partecipanti un questionario per valutare il loro grado di soddisfazione circa la qualità della formazione erogata (gli argomenti sono utili? Ben trattati? Il materiale è adeguato? E il docente? Una quindicina di domande di questo tenore. Punteggio da uno a cinque. Uno = una schifezza, cinque = ne valeva la pena, più o meno).

Tutto bene.
Siamo un Paese che ha #cambiatoverso. Che premia la meritocrazia e che, quindi, valuta il merito, no?

C’è solo un problema: il corso è iniziato alle 9 del mattino con un’introduzione da parte di un manager dell’azienda che ha spiegato ai partecipanti gli obiettivi e il perché di quel percorso formativo. Poi un giro di tavolo di presentazione tra i partecipanti: non tutti si conoscono e un’aula è anche un posto in cui scambiare esperienze, no?
E così sono arrivate le 9:30.
L’ispettrice è entrata alle 9:32.
Praticamente avevo fatto in tempo a dire il mio nome e a illustrare l’agenda.
Ora, dopo due-minuti-due di corso, è parso quantomeno bizzarro ai partecipanti che venisse chiesto loro di valutare docente e qualità dei contenuti.
È la “procedura”, dice l’ispettrice. Non ci sono alternative. Lei è lì per far rispettare (e, quindi, a maggior ragione, per rispettare) le procedure, no?
Qualcuno propone di inviare il questionario via mail la sera stessa.
Ma la “procedura” non lo prevede.
Carta canta, e servono gli originali. A questo punto, qualcuno dà voti a caso e commenta sarcasticamente il questionario, qualcun altro consegna il foglio in bianco. Tutti pensano di vivere in un Paese che #noncambieràmaiverso.

Riassunto dell’operazione?
Un processo di controllo che avrebbe potuto, tra le altre cose, accreditare la serietà di un Ente di finanziamento (e, anche, di un intero sistema formativo) è diventata la solita farsa all’italiana.
E il colmo del ridicolo sta nel fatto che l’ispettrice non lavora per il Fondo. Lavora per una grande società di consulenza, che ha vinto l’appalto per effettuare i controlli. Una di quelle società che dovrebbero portare negli enti cultura organizzativa e manageriale e, magari, procedure che abbiano un senso. Che distinguano, per esempio, tra il controllo durante un processo e la valutazione finale del processo stesso. Tanto per dirne una.

Me è successa anche un’altra cosa divertente, oggi: vicino all’azienda per cui ho lavorato c’è la location in cui furono girate molte delle scene dei primi Fantozzi. Mi hanno accompagnato (è stata una specie di pellegrinaggio) a visitare la scalinata percorsa dal Rag. Ugo Fantozzi per recarsi dal MegaDirettoreGalattico.

Mi sembra di vedere un sottile legame tra i due eventi.

Il che è bello ed istruttivo, come avrebbe detto il grande Giovannino Guareschi.

 

2 commenti
  1. Giulia Cerrone dice:

    Come non essere d’accordo? Ogni volta che incrocio questi “controlli” mi chiedo che senso abbia un sistema in cui chi eroga parte dal pregiudizio che chi realizza punti alla furberia, chi progetta spesso punta a fare fatturato piuttosto che ai bisogni effettivi a cui dare risposte credibili. Chi poi realizza, se sfortunatamente non ha potuto collaborare alla progettazione, incrocia persone reali, con bisogni reali e prova a dare comunque risposte concrete e utilizzabili veramente. Perché i “sistemi” come questo sono autoreferenziali, viaggiano per conto loro, mentre le persone si incontrano in un mondo reale, si guardano negli occhi, si ascoltano e collaborano, cercano strumenti e risposte utili. Onestamente. Perché la qualità vera è soprattutto una questione di onestà

  2. stefano dice:

    Vi do un’altro punto di vista…
    Per motivi professionali ho potuto/dovuto partecipare ad incontri formativi in si ricevevano le istruzioni per poter assolvere alla funzione di garante dei processi in nome e per conto di un grande ente, insomma un po’ l’ispettore di cui sopra.
    Alle domande dei presenti le risposte dell’interlocutore si chiudevano facendo ricorso al buon senso.

    Una buona cosa se non fosse che il contesto di riferimento è ricco di leggi, DDUO e circolari: insomma una giungla di norme scritte nero su bianco che non lasciano al Dirigente di turno, anche se è il più alto in grado, di dire che secondo lui e a suo avviso qualcosa può esser gestito con buon senso.

    PS si parla dell’eccellente Regione Lombardia, mica di pizza e fichi!!!

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