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Heuristics and biases

Daniel Kahneman è uno di quegli studiosi che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo (e non solo il mio, non serve dirlo).

Su Edge, una sua conversazione che vale, davvero, la pena ascoltare (o leggere, visto che c’è pure la trascrizione). Si parla della grandezza e dei limiti (e rischi correlati) del pensiero intuitivo.

Soltanto un paio di passaggi, presi quasi a caso:

[…]  Noi (lui e Amos Tversky) abbiamo finito per studiare qualcosa che abbiamo chiamato “euristiche e biases”. Le prime erano delle scorciatoie, ed ogni scorciatoia era identificata attraverso il bias che portava con sé. I biases avevano due funzioni in questa storia. Erano interessanti in sé, ma erano anche la prova primaria dell’esistenza dell’euristica. Se vuoi caratterizzare come qualcosa viene fatto, allora uno dei modi più efficaci per caratterizzare il modo in cui la mente fa qualcosa è guardare agli errori che la mente produce mentre fa quella cosa, perché gli errori ci parlano di ciò che sta facendo. Le performance corrette ti dicono molto meno circa le procedure di quanto dicano gli errori.
Ci siamo concentrati sugli errori. Siamo stati completamente identificati con l’idea che la gente in genere sbaglia. Siamo diventati delle specie di profeti dell’irrazionalità. Non ci è mai piaciuto, ed una delle ragioni è che noi stessi eravamo i nostri migliori soggetti di studio. Non abbiamo mai pensato di essere stupidi, ma non abbiamo mai fatto nulla che non funzionasse su noi stessi. Non è che noi stessimo studiando gli errori altrui, noi stavamo costantemente studiando il modo di funzionare della nostra mente, ed anche quando lo capivamo meglio, eravamo in grado di dire quali fossero gli errori che ci insidiavano, e in fondo tentavamo di caratterizzare quali fossero gli errori più insidiosi.

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Elementi di cornice

Giovedì ho tenuto il mio secondo intervento nel percorso per lead auditors “Dalla verifica alla gestione”.
Mi sono concentrato sul fatto che, quando si tratta di interpretare o di prevedere il comportamento dei singoli e dei gruppi, sistematicamente commettiamo lo sbaglio di sottovalutare l’importanza della situazione e del contesto.
In generale, ci accontentiamo di una spiegazione “caratteriale” dei comportamenti, invece che ricercarne una “contestuale”.
Spesso, invece, i comportamenti non sono dettati da ragioni profonde che hanno le loro radici nel passato, nella cultura, nella storia personale, nell’educazione… In realtà, molti comportamenti sono dettati dalla sensibilità a fattori ambientali (anche minimi): dalla percezione che si ha del mondo intorno a sé.
Questo non significa che le condizioni psicologiche e le storie personali non siano importanti nello spiegare i comportamenti. C’è, però, una differenza rilevante tra l’essere inclini ad un certo comportamento (per esempio, l’essere propensi al rischio) e l’agire il comportamento stesso. Secondo l’approccio che ho illustrato, alcuni elementi specifici (anche minimi) nell’ambiente potranno servire da grilletto (o, al contrario, da freno) nel passaggio dalla propensione all’azione.

Mi pare un concetto rilevante (e non soltanto per chi, come le persone che hanno assistito all’intervento, si occupa di sicurezza).

Qui sotto le slides del mio intervento.