Battaglie (parecchio) di retroguardia

Periodo di operatività incombente. Quel che c’è da leggere si accumula in cartella, in attesa di tempi più tranquilli (o della volontà vera di renderli più tranquilli). Tra queste, la Domenica de Il Sole 24 Ore. Un’occhiata vale sempre la pena. Di solito anche due.
Così ho visto soltanto oggi il numero del 30 marzo scorso.
C’è un articolo di Leonardo Padura Fuentes sul self-publishing. Meglio, contro il self-publishing.
L’argomento, naturalmente, è quello della qualità:

L’eliminazione dell’editore, che per molti appare quasi come una benedizione, nasconde una botola che potrebbe non avere fondo. Perché fin da quando nel diciannovesimo secolo si affermò il modello di mercato editoriale che con pochi cambiamenti è esistito fino ad adesso, la figura dell’editore e il sostegno di un marchio editoriale bene o male hanno sempre rappresentato una forma di legittimazione dell’opera e dell’autore. Questa legittimazione offriva al lettore una garanzia minima – a volte persino massima – di serietà e qualità, indipendentemente dai diversi gusti personali.

E ancora, l’inquietante scenario futuro:

E in quel mare procelloso e super-popolato chi ci aiuterà ad orientarci? Scrittori veri, scrittori per desiderio, scrittori per vanità e tutti quelli che pretendono e si propongono di esserlo per una qualsiasi ragione o l’altra: fluttueremo tutti insieme?
Questo è il panorama. È verso questo mondo con molte poche leggi, come il Far West, che va la letteratura, in questi tempi in cui stiamo assistendo agli ultimi giorni dell’era di Gutemberg.

Ecco. Questo è l’archetipo di quelle che definisco battaglie di retroguardia. Non battaglie perse: a volte si possono anche vincere (anche se non mi sembra questo il caso). Ma battaglie di retroguardia restano.
E le si combatte quando, davanti ad un nuovo scenario, di quelli che cambiano i punti di riferimento e i paradigmi acquisiti, si cede all’istinto di rifugiarsi nel vecchio, per lo più idealizzandolo (è proprio vero che la presenza dell’editore è una garanzia minima di serietà e qualità? Mah).
La trovo una reazione infantile.

Forse, di fronte ad un cambio di marcia di questa portata, la cosa migliore è cercare (e lo sforzo non è poco) di capire almeno le coordinate fondamentali di quello che sta accadendo, e magari scegliere le due o tre cose che ci vogliamo portare dietro dal mondo come era prima. E poi usare tutte le conoscenze che ci siamo costruiti per tradurre queste due o tre cose nel linguaggio nuovo che ogni mondo nuovo porta con sé.

Se tra queste cose che vogliamo salvare ci sono la serietà e la qualità, allora forse dobbiamo capire che il nuovo linguaggio ci impone di passare da una visione basata sulla “selezione a monte” ad un’altra che si fonda sulla “visibilità a valle”. Per dire che cosa intendo per “traduzione”.

Anche se, per quanto mi riguarda, serietà e qualità sono due cose che con la letteratura non hanno granché a che vedere. E poi oggi ho una gran voglia di leggermi uno scrittore che scrive per vanità. Poterlo fare mi sembra mi porti un po’ più vicino a quella che qualcuno chiama libertà.

Cent’anni

Questa mattina mi sono svegliato con la notizia della morte di Gabriel García Márquez.

Due pensieri.

Il primo, un ricordo di trent’anni fa.
Liceo Scientifico.
Il professore di italiano che entra nell’aula con Cent’anni di solitudine sotto il braccio.
“Questo dovreste proprio leggerlo”, dice.
L’ho letto.
Credo che fossero le prime avvisaglie di conformismo.
Quella volta, però, mi ha detto bene.
Ottimo consiglio, prof.

Il secondo pensiero ha a che vedere con gli inizi di questo blog.
Il primo post scritto qui è una citazione di García Márquez:
“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”.

Sono passati quasi otto anni, ma mi è tornato in mente un dettaglio: nel momento in cui ho deciso che sarebbe stata una citazione ad aprire questa piccola avventura, ho scelto prima l’autore della frase. Per dire che quello che cercavo non era un suo pensiero, era il suo pensiero, il suo modo di guardare le cose di sguincio. Quello sguincio lì. Suo.
È una delle cose belle della lettura, questa voglia di incontrare un modo di guardare il mondo.
Non sono molti gli autori che mi chiamano così. Saranno una decina, forse meno. Ci sono alcuni narratori e alcuni saggisti. Certo, quando questo sguardo è colato dentro ad una storia, è ancora più divertente.

E allora mi capita ancora adesso di aprire la libreria, prendere un libro a caso di García Márquez, aprire una pagina a caso e puntare qualche riga, a caso. Alla ricerca del suo pensiero.

Questa mattina, era presto, il libro non l’ho preso a caso.
L’ho scelto.
Cent’anni di solitudine.
Che i cerchi si chiudono dove si sono aperti.
La pagina, invece, l’ho lasciata al caso.
E pure le righe.
Queste:

I gringos, che più tardi fecero venire le loro mogli languide in abili di mussolina e grandi cappelli di tulle, costruirono un villaggio a parte dall’altro lato della ferrovia, con strade bordate di palme, case con finestre protette da reticelle metalliche, tavolini bianchi sulle terrazze e ventilatori a pale appesi al soffitto, e vasti prati azzurri con pavoni e coturnici. Il settore era limitato da una rete metallica, come una gigantesca capponaia elettrificata che allo spuntare del giorno nei freschi mesi estivi s’anneriva di rondini bruciacchiate.

 

87 anni.
Sarebbe stato bello vederlo festeggiare i cento.

Fenomenologia dell’open-day

La figlia tredicenne tra qualche settimana deve decidere quale scuola superiore frequenterà. Ho scoperto, di conseguenza, un fenomeno di cui sapevo poco o nulla e che meriterebbe un po’ di approfondimenti: l’open day.
Le scuole si mettono, una volta l’anno, a fare marketing: invitano gli studenti e i genitori a passare qualche ora (di solito il sabato pomeriggio) dentro alle strutture scolastiche e illustrano (termine anche qui abbastanza markettaro) l’offerta formativa.
Immagino i preparativi: tutto l’istituto da tirare a lucido, aula magna in primis, e mercanzia da esporre: laboratori linguistici, aule, palestre, laboratori informatici (tra parentesi, l’idea stessa di “laboratorio informatico” mi sa di scollegamento con la realtà, ma forse è una fissazione mia).
Poi, c’è chi ci riesce meglio e chi peggio, in questo maquillage ad uso di famiglie benintenzionate. Anzi, qualcuno lo fa proprio bene. Buffet compreso.

Due cose mi sono portato a casa, in generale.

La prima: molti degli insegnanti che ho incontrato si rappresentano come una categoria sotto assedio, tanto da sentirsi in qualche caso addirittura in dovere di giustificare la propria esistenza (gli insegnanti di latino e greco sono il prototipo di questo fenomeno).
Sarà che si è rotto (irreparabilmente?) il patto generazionale che li legava ai genitori nell’opera educativa, sarà che si tratta della prima generazione di insegnanti che si trova a confrontarsi con genitori che o hanno il loro stesso grado di istruzione (quando non superiore), oppure del grado di istruzione se ne fregano e si relazionano, di conseguenza, senza timori reverenziali. Quale che sia la ragione, la sensazione netta (non sempre, ma davvero spesso) è quella di un posizionarsi sulla difensiva, impegnati più a giustificare il proprio ruolo che a rileggerlo alla luce di un processo educativo che altroché se ha ancora bisogno di loro. Probabilmente oggi più di ieri.

La seconda: molti tra questi stessi insegnanti sono completamente digiuni dei meccanismi base della comunicazione. Intendo proprio l’ABC. Quello che ti insegna a distinguere il momento in cui puoi sfruttare la tua autorevolezza da quello in cui l’autorevolezza te la devi ancora costruire, per esempio. Nel secondo caso, se vuoi trasmettere che il latino è importante, non serve quasi a nulla dire che il latino è importante. Prima si guadagna l’autorevolezza, poi si consegna il messaggio.

Insomma, a parte qualche eccezione, la sensazione è che si tenti di salvare il salvabile, di difendere il fortino.

Qualche volta mi è anche venuto voglia di dirglielo, a qualcuno di questi insegnanti, che qui fuori non si sta poi così male, e che c’è bisogno di loro per stare anche meglio. Che è vero, il latino è importante. L’ho studiato e mi è servito parecchio. Ma che la differenza non l’ha fatta il latino, o la matematica o la filosofia. L’hanno fatta (allora come, credo, oggi) gli insegnanti stessi, quando hanno avuto la forza di sfidarci sul nostro terreno, di guadagnarsi l’autorevolezza nel confronto, continuo e senza sconti.

Quindici

Francis Bacon un giorno ha scritto che chi ha moglie e figli ha dato ostaggi alla fortuna.
È una bella frase.
Che poi se la leggi nel suo contesto ha un significato diverso, e anche meno bello.
Oggi, però, preferisco prenderla così, come sembra.
Perché quindici anni fa, come adesso, ma un po’ più tardi, verso sera, ho dato il primo dei miei tre ostaggi alla fortuna.
Era una giornata nuvolosa.
Oggi c’è anche il sole.

 

 

Che fortuna

Una bella giornata, venerdì.
Al mattino, lo spettacolo dell’intelligenza quando si sposa con la passione. Ho assistito ad un evento su un tema che, a dire il vero, ha poco a che vedere con quello di cui mi occupo. Eppure è stato bello ascoltare gente che fa quello che fa con vigore, e che condivide idee e prospettive.
Tornandomene a casa, nel primo pomeriggio, riflettevo su quale (immeritato) privilegio sia poter frequentare ambienti stimolanti, con persone sveglie e appassionate: vive. Lo posso perfino chiamare lavoro.

Con questo in testa sono arrivato sul lago vicino al quale ho casa, dalla sponda est, dove la strada si alza e concede un panorama ampio. Giovedì notte ha fatto vento forte. L’aria era di quelle che avvicinano le cose, tanto che restano soltanto le dimensioni a dare la prospettiva. C’era la prima neve della stagione, sulle montagne a nord: sembrava di poter sporgere una mano a toccarla.
Ho abbassato il finestrino.
Si viaggiava tutti piuttosto lenti. Non che ci fosse traffico; piuttosto, di fronte all’esibizione della natura, sembrava inevitabile prendersi un po’ più di tempo.
Ho cercato una parola che mettesse insieme due sapori così diversi di una stessa giornata.
Ci ho pensato per un po’.
Me ne sono venute in mente due, di parole: che fortuna!
( A dire il vero, la seconda non era proprio “fortuna”, ma il senso è quello).

Grifagno, murmure, retrivo

Sto leggendo Foravìa. Mi piace come scrive Dario Voltolini. La sua lingua, proprio.
Che in realtà è anche la mia: l’italiano.
Però lui la sa usare e allora succede che a tratti mi sembra proprio una lingua diversa. Tanto diversa, per capirci, che qualche volta devo aprire il dizionario, come per l’inglese o il francese. Solo che è italiano.
Allora mi è venuta una curiosità: sapere che faccia ha Voltolini, e magari anche qualche cos’altro di lui. Tanto è facile: c’è la voce su Wikipedia. Ho scoperto che gioca a pallone. Non l’avrei mai detto.
Poi ho scoperto che c’è anche un video: lui che presenta un suo libro insieme con Alessandro Baricco. Ho ascoltato il video (ascoltato, sì: io un video così lo scarico e poi me lo ascolto in auto, mentre viaggio. I gusti son gusti) e dentro ci ho trovato una cosa mi è piaciuta un sacco: quando racconta che da piccolo si divertiva ad aprire il dizionario e trovare delle parole, di quelle che non si usano. Poi succedeva che doveva scrivere un tema, e gli veniva voglia di usare quella parola lì, e allora cercava di portare avanti il tema in modo da potercela in qualche modo infilare: l’inversione del processo che porta chiunque scriva qualcosa a cercare la parola giusta per esprimere un’idea.
Lui cercava un’idea giusta per poterci mettere quella parola.
Poi dice anche che questa cosa gli succede ancora, ogni tanto.

Ecco. Prima ho scritto che Voltolini la lingua la sa usare.
Forse sarebbe meglio dire che sa farsi usare dalla lingua.
È una cosa piuttosto bella, mi sembra.

Per dire: io ho aperto il dizionario e ho trovato “Grifagno”, “Murmure”, “Retrivo”.
Qualcuno mi suggerisce come usarle?

Natale, primo pomeriggio

Seconda narrazione, dopo “La paura è nemica facile“. L’esplorazione, qui, ha a che vedere con il dialogo. E con un’intelligenza, a suo modo, precoce.

Per leggere potete scaricare il file, nel formato che preferite (nel dubbio, scaricate il .pdf), oppure leggere direttamente il testo da questo post.

Come sempre, alla fine del post, lo spazio per commenti, se ce ne sono, e per critiche.

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Natale, primo pomeriggio
Un incontro in forma di dialogo, o viceversa

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Natale, primo pomeriggio

«Ha un nome, quell’attrezzo?»
«Sei sicuro che sia quello che vuoi sapere? Il nome di questo attrezzo?»
«No. Per la verità era un pretesto. Voglio capire che cosa ci fa, lei, al lavoro, il giorno di Natale».
«Già meglio, questa, di domanda. I presupposti: meno scontati. Che tu me lo chieda presuppone ci sia qualcosa di strano nel fatto che un uomo lavori il giorno di Natale. È così, ragazzino? Trovi strano vedere un uomo lavorare in un giorno di festa?»
«Non sempre. Intendo che certi lavori è normale che ci sia qualcuno che li fa anche il giorno di Natale. Sono cose che non se ne può fare a meno. Prendiamo per esempio i medici, oppure quelli che guidano gli automezzi per spalare la neve, che se viene giù forte, allora devono uscire e lavorare anche se è il giorno di Natale; e poi, sì, anche quelli che fanno la tivù, che se c’è qualcuno in casa da solo, allora gli possono dire che, in qualche modo, ci sono loro a fargli compagnia, a Natale, e, se sono bravi, lui ci potrebbe anche credere.
Ma quelli che stanno in una bottega a riparare un vecchio armadio, no. Quelli non è normale che lavorano, oggi. Quelli la bottega la chiudono e vanno a pranzare alle tavolate lunghe di parenti, o, se sono soli, stanno davanti alla tivù».
«Non lo sto riparando. Quello che faccio si chiama restaurare. Hai idea della differenza?»
«Credo di sì. Mi scusi».
«E quindi quello che vuoi sapere è questo: che ci fa un vecchio a restaurare un armadio il giorno di Natale? È questo che ti interessa, davvero?»
«Mi piace capire perché gli adulti fanno certe cose».
«E dimmi, perché non ci sei tu seduto a un tavolo: parenti, dolci, cose da Natale?»
«Ci sono stato fino a poco fa: mio padre mi lascia scendere in strada, purché abbia mangiato tutto il primo. Tanto sa che non toccherò più nulla. Me ne starò lì a fissarlo mentre parla. Credo non gli piaccia, quando lo fisso. Lo sa, una volta ho perfino pensato che gli metto paura».
«E quest’oggi, che cosa hai pensato, una volta finito il primo?»
«Oggi sono sceso in strada».
«E ti sei messo a fissare me».
«Faccio paura anche a lei?»
«Questa è proprio buona. Sono vecchio, ma mi tengo in forze, sai. E tu peserai cinquanta chili da vestito. Se provi a farmi del male, saprò come difendermi».
«Ecco un’altra cosa che non capisco degli adulti: quando parli di paura, la loro prima mossa è quella di misurare le forze. Se si sentono più forti, allora non hanno paura. Altrimenti sì».
«Invece?»
«Non lo so, ma mi sembra una cosa più complicata di così. Io, per esempio, a volte non ho paura anche quando affronto delle cose più forti di me. Lo sa: crescendo, succede di dover affrontare delle cose forti. Ma io lì non ho paura. Invece, ci sono dei momenti che mi spavento per un niente. Poi cerco di calmarmi, ma prima era paura».
«Io la vedo così: la paura non è questione di pesi e forze. Di equilibri, piuttosto. Un po’ come camminare su un filo, e quel filo è il tuo volere. Perché se una cosa la vuoi troppo, allora hai paura di non averla o di perderla, se la vuoi troppo poco, hai paura che non basti, di essere sbagliato. Se, invece, la vuoi il giusto, allora il volere supera la paura di perdere, e sei pronto a combattere per questa cosa. Perché è una cosa giusta per te. E tu allora diventi, non so se si capisce, giusto per lei».
«Sì, un po’ si capisce. Magari quando cresco la capisco anche meglio».
«Visti questi presupposti, la cosa da chiederti sarebbe quale tipo di paura gli fai, a tuo padre. Quella del troppo oppure quella del troppo poco?
Ma non son cose da domandare a uno sconosciuto, specie se giovane, e specie se è il giorno di Natale».

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La paura è nemica facile

La paura è nemica facile
Una narrazione in tre movimenti.
L’idea la devo ai commenti di Erri de Luca alla vita di Noè, come raccontata nel libro della Genesi.

Per leggere potete scaricare il file, nel formato che preferite (nel dubbio, scaricate il .pdf), oppure leggere direttamente il testo da questo post.

Come sempre, alla fine del post, lo spazio per commenti, se ce ne sono, e per critiche.

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Uno

Tra qualche momento ti dirò che tutto questo è senza astio, e, in qualche forma soltanto sua, senza dolore.
E tu non mi crederai.
Perché un ragazzo che muore con qualcuno se la deve prendere. Vedere un uomo andarsene su una barca mentre tu te ne vai a morire ti deve per forza fare incazzare.
Non io.
Niente astio.
Niente dolore.
Solo, ascolto.
Voglio vedere quella barca, sollevata, galleggiare. E poi l’occhio negli occhi di quell’uomo che sa vedere chi gli chiede aiuto e proseguire, senza aiuto.
Non sarò io a chiedere. Non mi si vedrà supplice.
Non ho paura.
La paura è nemica facile, per chi ha vinto astio e dolore.

Ho ascoltato la pioggia, e ho capito che non sarebbe finita: non era acqua che apre la terra, che rivive nella polpa del frutto, nell’occhieggiare del ruscello fra le rocce.
Questa è acqua che copre.
Un orecchio attento sente che non è generare, il gesto. Piuttosto, lavare.
No, non è qui che non mi crederai: lo si può accettare, che c’è un’acqua che nutre e una che lava, e che, se lasciato solo, l’occhio non ne distingua la differenza. L’orecchio l’apprezza, invece. Puoi crederlo, dunque, che un ragazzo abbia compreso la strage fin dalle prime gocce, quando ancora l’unico indizio era il bisbigliare, a sera, nelle tende, della pazzia di un uomo.

Ho preso cammino di buon mattino, dopo aver ascoltato la pioggia scendere per tutte le ore dello scuro.
Mi sono concesso di assecondare, per un’ultima notte, la speranza che in qualche modo ci potessimo attendere un domani. Svanito, albeggiava, l’ultimo auspicio, ho preso cammino per il sentiero che porta quassù. Ho scelto il più erto tra i passaggi, che offre in compenso alla difficoltà una vista anticipata della meta. Ha una sua giustizia, la montagna, che scambia sforzo con anticipo: chi sa affrontare il primo ne ha in cambio il secondo.

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La domanda

Da un paio di inverni a questa parte, mi sono messo a sciare. Fondo. Che ci tengo ai legamenti, l’età è quella che è e di mettermi a scapicollare giù per qualche pista nera non ho nessuna intenzione. Lo scorso inverno ne ho passate un po’, di giornate sulla neve, alcune anche solo. Stavo trascinandomi su per una salitella, un pomeriggio, andatura da anatra e sci a spina di pesce (si dice così?), e mi sono chiesto una cosa: sarò mai bravo abbastanza (nello sci)?
Sì, insomma, ho iniziato a quarant’anni, non ci posso andare spesso e, diciamola tutta: per lo sport non ho un gran talento.
Ho buone ragioni per dubitarne, insomma, che diventerò bravo abbastanza….

Sarà che la salita era, nel frattempo, terminata, e che poi c’era un bel tratto di pista pianeggiante, ma su quella domanda ci sono rimasto un po’.

Mi sono detto un paio di cose.

La prima: abbastanza rispetto a che cosa?
Meglio, che cosa intendo, io, per bravo abbastanza?
C’entra il giudizio altrui, certo. In una domanda così c’è di sicuro una quota di narcisismo. Ma non mi sembra tutto qui.

In più, c’è un certo tipo di educazione (e magari anche un tratto di personalità) che ti porta a pensare che il mondo sia un posto più bello perché ci sono alcune persone che fanno le cose per bene. Proprio per bene. E che è anche quello che dovresti provare a fare tu.
Da queste parti credo arrivi l’ammirazione che nutro da sempre per chi sa fare le cose per bene. Qualsiasi cosa.

La seconda cosa che mi sono detto: questa del riuscire a fare le cose bene abbastanza è, per me, “la domanda”.
Ho pensato, per così dire, che ciascuno di noi ce l’ha, una domanda che gli si presenta, con varianti minime, nei momenti cruciali.

Ora, chiaramente, finché si tratta di sci di fondo, la risposta può benissimo essere “E chi se ne frega…” (anche se il solo fatto di essermela posta anche lì, su quella salita, dice quanto la questione sia, nel mio caso, invadente e fastidiosa).
Ce ne sono alcune, di cose, che invece una risposta la chiedono: non ammettono l’elusione.
Per me, una di queste cose, ha a che vedere con lo scrivere.
Ci sto girando attorno, a questa questione, da molti mesi. A partire almeno da qui.

Anzi, a voler dire le cose come stanno, da parecchio di più di molti mesi.

Sto parlando di narrazioni.
Nutro da sempre un’ammirazione senza condizioni per chi sa creare storie e raccontarle.
E anche di più per chi, poi, lo fa.
È lo stesso tipo di ammirazione che nutro per chi sa fare qualunque altra cosa, ma in quantità superiore.

E non è solo ammirazione. C’è anche parecchia invidia, e desiderio di imparare.
Mi ci sono messo, più volte, in passato. Poi, però, arrivava la domanda: sarò mai bravo abbastanza?
E lì dietro, acquattata (se ancora non fosse chiaro) la paura del fallimento.
Ho sempre ceduto, alla fine, alla paura.

L’ho fatta lunga, per dire questa cosa: in questi ultimi mesi ho provato a vincerla, la paura, e a pensare che non eludere la domanda può anche voler dire che no, abbastanza bravo non lo sarò mai.  Ma che vale comunque giocare, anche solo per divertirmi un po’. Per non dirmi di no. Come lo sci. È anche per questo che ho scritto poco d’altro, anche qui, sul blog. Ho provato ad impegnare le idee e le parole nella narrazione.

Ce n’è una, tra le cose che ho scritto in questo periodo, che mi è parsa fin dal principio un po’ come una sonda meteorologica.
L’ho costruita pensando che un giorno avrei potuto lasciarla andare a tastare il cielo e aspettare che cosa mi avrebbe restituito.
È un racconto, questa sonda.
Devo l’idea ai commenti di Erri de Luca alla vita di Noè, per come la racconta il libro della Genesi.
Voi, che mi leggete, su questo blog, dovreste essere, nei miei piani, il cielo.
Oggi dovrebbe essere il giorno del lancio.

Ecco. Per chi fosse interessato, quindi, la sonda sta qui.

 

 

Rimbalzare

Credo sia una cosa che ha a che vedere con l’invecchiare: mi trovo che delle cose minime fanno, a tradimento, esplodere dei ricordi della mia infanzia.
Piccoli, anche i ricordi.
Petardi, non granate, insomma.
E in questo non c’è niente che valga la pena scriverci.
Il fatto è che a queste visioni rapsodiche del passato sento la necessità dare un significato, quasi che il fatto di essere riaffiorate alla memoria dia loro il diritto a qualcosa di più di una descrizione.
È successo, l’ultima volta, leggendo una cosa circa un rimbalzo su un tavolo di marmo.
Il petardo ero io, al tavolo di casa, dopo una partita di biglie.
Contavo i superstiti.
Sì, perché le biglie sono una battaglia: c’è la buca della trincea, gli spari al bersaglio, e poi, dopo, la rassegna dei superstiti e dei prigionieri.
Roba da maschi, per lo più.
Al tavolo di casa, dunque, a contare i superstiti (non ero granché, già allora, nelle cose dove c’è una competizione, e le perdite erano quasi sempre di gran lunga più numerose dei prigionieri).
Poi, una biglia, senza che me ne accorgessi, è rotolata giù dal tavolo. Ha cominciato a rimbalzare sul marmo del salotto.
Io cercavo di intuire dove fosse ascoltando i colpi e l’accelerare del ritmo. Credo proprio di averla trovata, poi, la biglia.
Mi sembra di ricordarmelo bene, però, quel ritmo crescente di rimbalzi; all’inizio troppo distanti l’uno dall’altro, con un’attesa, messa in mezzo a riempire il vuoto, poi sempre più vicini e frettolosi e allora sembrava che di vuoto ce ne fosse fin troppo poco.
Un petardo. Piccolo.
Sarà che questo è esploso di mattino presto, ma mi è venuto da pensare che in quel rimbalzo c’è una bella metafora dei tempi della vita. All’inizio, spazio da riempire tra i colpi. Pure troppo: lentezza.
Poi, se ti va di lusso, un momento in cui il ritmo sembra essere quello giusto. Il TUO. Non so se mi spiego. Un attimo.
Giusto il tempo per godertela e i rimbalzi stanno già diventando troppo frequenti: le figlie che crescono e tu non te ne sei neanche accorto, le estati che sembrano cominciate ieri e già bisogna rispolverare i maglioni di lana. Cose così.
Poi il rumore finisce, e qualcuno pensa che quella è la fine dei rimbalzi, qualcun altro che sono diventati talmente frequenti da essere impercettibili all’orecchio: una biglia che rimbalza fuori dallo spettro della percezione.
Io sono dei secondi.
Ma questa è un’altra cosa, che era un petardo, appunto, mica una granata.