Rilassatevi! (Uno sfogo)

Un corollario rispetto alle riflessioni del post precedente.

A lato degli episodi che mi hanno suggerito quanto ho scritto sul senso di precarietà, mi è capitato di incontrare un paio di imprenditori ultrasettantenni (uno credo abbia superato gli ottanta) ancora saldamente alla guida delle loro aziende. Lavoratori indefessi, si sarebbe detto in un linguaggio un po’ antico. Gente da prima linea.
Mi ha incuriosito cercare di capire quale possa essere la motivazione che porta un uomo che (almeno dal mio punto di vista) ha già dimostrato al mondo le sue capacità a continuare a lottare anche ad un’età in cui potrebbe godere i frutti di quanto ha costruito e, magari, prendersi più tempo per sé e per gli affetti (o per coltivare nuove passioni, per vivere una nuova, seconda vita).
Premesso che ciascuno, vivaddio, del suo tempo fa ciò che vuole, le risposte mi sono sembrate curiose, per lo meno per come mi sono state espresse (le vere motivazioni le conoscono soltanto i diretti interessati, e forse neppure loro): in entrambi i casi avevano a che vedere con il fatto che questi imprenditori si sentono assolutamente indispensabili e insostituibili. Senza di loro l’azienda, il gruppo, l’organizzazione non avrebbero futuro, insomma. Non l’hanno detto proprio così, ma il senso mi è parso proprio quello: nessuno a parte loro con sufficienti competenze, capacità, volontà, motivazione. Eccetera.

Ecco, una cosa avrei voluto rispondere (un po’ l’ho fatto, ma mi sono anche trattenuto): rilassatevi! Nessuno è indispensabile quanto crede di essere. I figli dei nostri nipoti probabilmente nemmeno ricorderanno il nostro nome. Non confondiamo l’essere unici (ognuno di noi lo è) con l’essere indispensabili. Sono cose diverse, e la differenza non è piccola.
Quante volte (avrei voluto chiedere loro) avete sostituito un collaboratore che sembrava indispensabile e il giorno dopo vi siete accorti che poco o nulla è cambiato? Ecco, è così anche per voi.
È così anche per me: io non sono indispensabile. Nel momento in cui smetterò di insegnare, di scrivere, di fare quel che faccio, qualcun altro lo farà al mio posto. Magari anche meglio. Probabilmente anche meglio, specie se avrà trenta o quarant’anni meno di me e conoscerà da “nativo” i cambiamenti che nel frattempo saranno occorsi nel modo di insegnare, di scrivere, di fare quel che faccio.

Unico non vuol dire indispensabile.
Non so voi, ma io trovo questa cosa parecchio rilassante.
La consapevolezza di potere, sì, dare un contributo originale, ma non indispensabile. Significa che dove non ce la faccio ad arrivare (dopo averci messo tutto l’impegno), sarà qualcun altro ad arrivare, magari con modi e tempi diversi (migliori, peggiori, semplicemente diversi?).

Quindi, rilassatevi. Fatemi questa cortesia.

Precari

Metto mani e piedi su un terreno non mio, con rischio di banalità. Lo faccio, più che altro, per fissare alcuni pensieri.
Le scorse settimane sono stato esposto, forse come mai mi era successo prima, al senso di precarietà che è il filo rosso nel tessuto delle vite di tutti noi. Non solo gli eventi di Parigi. Anche questioni più personali e vicine nello spazio.
Mi è tornato in mente un episodio che è raccontato nel libro “Cosa tiene accese le stelle”.
Mario Calabresi riporta una conversazione in cui Umberto Veronesi ha raccontato:

All’inizio degli anni Trenta abbiamo conosciuto la povertà: per andare a scuola facevo quasi cinque chilometri a piedi, con i pantaloni corti anche d’inverno. Mi ricordo un pomeriggio nei campi, la mamma incontrò una vicina che non vedeva da tempo e le chiese come andava. “È dura,” rispose quella “siamo in miseria, ma per fortuna mi ha aiutato la croce, si è portata via i due bambini più piccoli, due bocche in meno da sfamare.

La lontananza che sentiamo verso la frase detta dalla donna è la misura delle grandi conquiste degli ultimi (diciamo) settant’anni (dal secondo dopoguerra in poi).
Lo stesso Veronesi chiosa:

Ero un bambino anch’io e non ho mai dimenticato queste parole: una madre sollevata perché le sono morti due figli. Rimasi terrorizzato. Non saprei che altro dire. Abbiamo fatto tanta strada e non abbiamo nulla da rimpiangere.

Centralità dell’individuo e dei suoi diritti, ruoli e affettività nella famiglia, investimento emotivo sulla genitorialità, ma anche aumento della speranza di vita e qualità della vita stessa.
Conquiste e valori, nulla da dire. Tanta strada e nulla da rimpiangere, certo.

Tutto questo, però, lo abbiamo pagato con una moneta (fra le altre): la perdita della capacità di convivere con il senso della precarietà nostra e di chi ci sta attorno. Il valore dato alla vita rende complicato constatare come questa è appesa a un filo che si può anche spezzare, qualche volta per un accidente, qualche altra per una volontà omicida. Non lo era altrettanto, evidentemente, nei tempi dell’episodio narrato da Veronesi, quando povertà, malattie e pericoli rendevano l’incertezza del futuro strutturalmente connaturata alla vita dei più.

Non so se sia utile andare oltre nel discorso: non vorrei che si pensasse che siano le conquiste e i valori ad essere messi in discussione. No, mai.
Solo una cosa mi sono domandato in questi giorni: non è che una maggiore consapevolezza della nostra precarietà faccia parte di quel bagaglio che ci sarà indispensabile, come individui e come comunità, per affrontare i tempi che ci aspettano?

Mi sono ricordato di Paolo di Tarso: quando sono debole, è allora che sono forte.

Dalla statistica alla tragedia

Sono stato un bel po’ in dubbio se pubblicare questo post. Aggiungere un’opinione alle opinioni su una fotografia con il corpo di un bambino riverso su una battigia non fa che spostare l’attenzione dal problema alla nostra reazione al problema. Il tutto mi sembra abbastanza egocentrico, insomma.
E poi, è corretto esprimere un commento “tecnico” quando dietro ai meccanismi della comunicazione ci sono drammi umani di questa portata?
Insomma, il dubbio mi è rimasto. Poi, però, faccio questo mestiere e, insomma, cerco di dare il mio contributo a capire le cose, come molti altri mi danno il loro a capire le mie, di cose. E allora aggiungo questo a tutto il troppo che è già stato scritto.

A Stalin viene attribuita (sembra non l’abbia mai detta) la massima “Una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica”. La fotografia del piccolo Aylan ha trasformato una statistica in una tragedia. Potenza della narrazione. Si è detto qui già molte altre volte. Ma perché questa fotografia, questa storia e non altre migliaia di storie che sono state raccontate in questi ultimi mesi?
La narrazione fa leva, tra gli altri, su un meccanismo di coinvolgimento specifico: si chiama potenziale di identificazione. Più è alto, più istintivamente ci viene da dire: “Avrei potuto esserci io, lì”, oppure, in questo caso, “Avrebbe potuto esserci mio figlio”, o il bambino della porta accanto.
Questa fotografia, nella sua crudezza e con il carico di sofferenza che si porta dietro, è perfetta.
Mi viene da chiedermi se sarebbe stata la stessa cosa se quel bambino, invece che bianco, fosse stato di colore. Non parlo di razzismo, ma di minore identificazione. O se quella foto fosse stata pubblicata a dicembre, quando le immagini dei bagnasciuga su cui hanno giocato i nostri figli si sono sbiadite nei ricordi. Oppure, se invece che un t-shirt e dei pantaloncini avesse indossato un abito tradizionale non comune nel nostro pezzo di mondo?

Qualcuno lo ha anche detto in maniera molto esplicita, invitando, per esempio, Matteo Salvini a riflettere su questa tragedia “come fosse stato suo figlio” (ho letto qualche tweet di questo tenore).

Mi è venuta in mente quella scena di Erin Brockovich in cui, davanti agli avvocati della parte avversa, la protagonista li invita a valutare che valore avrebbero dato ad un loro tumore, e, mentre una di loro sta per bere un bicchiere d’acqua, la informa che quell’acqua e stata spillata da una delle fonti contaminate che hanno provocato le malattie di cui si discute nel caso.

Dalla statistica alla tragedia.
Un tipo particolare, però, di tragedia.
Quella in cui possiamo identificarci, quella che potrebbe essere, domani, la nostra tragedia.
Quella che si trasforma in paura.

Insomma, non è che dopo aver visto quella fotografia siamo più solidali con gente che sta peggio di noi. È che abbiamo una paura in più da esorcizzare, tutto qui. Quella fotografia è il volto di questa paura.
Un po’ come quando, in autostrada, capita di incrociare un incidente grave. Una statistica che si trasforma in tragedia. E allora, per qualche minuto, siamo tutti più prudenti: leviamo il piede dall’acceleratore, non rispondiamo al telefono, magari spegniamo pure l’autoradio. Qualche chilometro. Poi torna tutto come prima.

 

La manutenzione della comunità

Alfonso Fuggetta ieri, 2 giugno, ha pensato di mettere al centro un tema interessante: Il senso perduto della comunità.

Sono sostanzialmente d’accordo con molto di quello che dice e concentro l’attenzione soltanto su un aspetto (forse di dettaglio, per me rilevante).
Alfonso ricorda, all’inizio del suo ragionamento, di essere cresciuto in parrocchia, all’oratorio. Ne fa un esempio di comunità. Io non solo all’oratorio ci sono cresciuto, ma continuo a passarci parecchio del mio tempo libero. Vivo in provincia e qui le parrocchie sono ancora veri centri di aggregazione.
Pensando a quest’esperienza, e sullo stimolo delle riflessioni di Alfonso, vedo un paio di cose che mi sembrano caratteristiche di quelle strutture aggreganti che possiamo, in qualche modo, chiamare comunità (al di là della loro matrice più o meno religiosa).

La prima è la disponibilità da parte di chi vi appartiene a dedicare tempo (si potrebbe parlare genericamente di “risorse”, ma, mi pare, il tempo è la risorsa più indicativa in questo caso) alla “manutenzione” della comunità stessa.
Un esempio banale di questi giorni: l’oratorio della parrocchia aveva bisogno di lavori straordinari. Alcuni amici hanno dedicato il loro tempo e le loro capacità professionali a questi lavori. Questo consentirà di contenere le spese e, con le risorse a disposizione, poter fare di più. Ho in mente la scena di una mamma-volontaria che porta un caffè a questi che stavano, appunto, lavorando alla manutenzione di un bene comunitario. A proposito di qualità delle relazioni.
La prossima domenica, conclusi i lavori, la comunità stessa si è incaricata di sbrigare le pulizie, in modo che tutto sia pronto per il Grest (il centro ricreativo estivo per bambini e ragazzi). Non sto parlando soltanto di volontariato (di cui fortunatamente il tessuto sociale del nostro scassatissimo Paese è ancora molto ricco): sto parlando della consapevolezza che la relazione del singolo con la comunità implica non solo uno scambio utilitaristico (un do ut des), ma la volontà di spendersi affinché si creino condizioni utili a tutti quanti partecipano e parteciperanno.
Non so se sono riuscito a spiegarmi.
Questo mi pare un indicatore che la comunità sia vissuta come un bene in sé, meritevole di attenzione.

La seconda cosa ha a che vedere con il fatto che una comunità che funziona celebra momenti identitari, spesso anche in modo rituale.
Ora, se parliamo di una parrocchia, è chiaro che i momenti rituali non mancano.
Però, anche qui, è il modo in cui li si celebra che fa la differenza. Ci sono momenti, nella vita di una comunità, che scandiscono il respiro della comunità stessa, ne celebrano l’identità e, così facendo, contribuiscono a rafforzarla. Non sto legittimando una sorta di “pensiero magico”, sto solo sostenendo che il gusto di celebrare momenti chiave, anche in modo simbolico, è uno degli ingredienti fondamentali dell’aggregazione.
Ne ho parlato, seppur da un’angolazione diversa, in altri post: qui e qui.

Il punto di fondo comune alle due caratteristiche mi pare proprio il fatto di trattare la comunità come un’entità in sé e per sé, un qualcosa di superiore alla somma delle individualità, che va salvaguardato, “manutenuto” (appunto), reso oggetto di attenzione non strumentale.

Una brutta notizia

Ieri il presidente del MIP, Gianluca Spina, è rimasto vittima di un incidente in montagna.
L’ultima volta che l’ho sentito parlare in un intervento pubblico, in occasione del Graduation Day EMBA lo scorso dicembre, ha citato Gandhi:

L’uomo si distrugge con la politica senza principi, con la ricchezza senza il lavoro, con l’intelligenza senza la sapienza, con gli affari senza la morale, con la scienza senza umanità, con la religione senza la fede, con l’amore senza il sacrificio di sé.

Gianluca, da uomo con una visione precisa di che cosa significhi essere imprenditori e manager, ha messo in guardia i neodiplomati su come non si possa creare ricchezza senza lavoro e non si possano fare affari senza morale.

Mi piace ricordarlo così.

Animale anch’io

Non so a voi, ma a me leggere questa storia (ripresa qui) ha fatto venire la pelle d’oca.
Uno entra in carcere per un furto e ci rimane praticamente tutta la vita. E non per un errore giudiziario. Perché, dentro al carcere, commette due omicidi e ne tenta un altro paio.

C’è solo da sperare che questa storia non sia un simbolo.
Non sia un simbolo del processo rieducativo che dovrebbe essere il fine della detenzione.
Non sia un simbolo dello stato di sicurezza delle carceri italiane.
Non sia un simbolo dello stato di tutto un Paese.
Non sia un simbolo di nulla. Sia solo una storia, una di quelle in cui la realtà supera, per una volta, la fantasia.
Una volta sola, però.

Lui dice che “dentro il carcere mi sono trovato in mezzo agli animali e alla fine sono diventato animale anch’io” e dice anche che, adesso che è stato rilasciato, non riconosce più il mondo “fuori”: “non ci sono più le botteghe e ai supermercati non trovo l’uscita, le bambine di 5 anni ora sono donne di 50, molti ragazzi mi chiamano nonno”.

Forse, però, questo Paese, a leggere la sua storia, ci somiglia più di quanto lui pensi, a quello che ha lasciato “fuori” quasi cinquant’anni fa.
Supermercati a parte.

Il tecnologo e la casalinga (non necessariamente di Voghera)

Il dibattito che in questi giorni si è sviluppato tra Stefano Epifani, Alberto Cottica e Alfonso Fuggetta sul tema dei Digital Champions mi interessa molto. Non conosco granché l’argomento specifico, e non mi ci avventuro. Però chi ha seguito qualche mio intervento ultimamente sa che la questione della composizione di team (e di reti) che sappiano creare (e comunicare) innovazione è centrale nelle mie ricerche e riflessioni di questi mesi.
Mi sembra, infatti, che ci sia una certa confusione (in verità anche il larga parte della letteratura specialistica) tra innovazione, creatività, ricerca, e tra le diverse tipologie di approccio a questi temi.

E uno dei dilemmi che si pongono più spesso è proprio quello che mi sembra emerga dallo scambio di idee appena menzionato: meglio una visione “esperta” (Stefano Epifani scrive – e Alfonso Fuggetta è sulla stessa linea – “Non bastano entusiasmo e buona volontà per ripensare processi, ottimizzare sistemi, promuovere sviluppo. Servono competenze specifiche, capacità, esperienza”) o una visione che potremmo definire “ingenua”, nel senso, proprio, di “esterna” rispetto ad un sapere specialistico (“sindaci che vengono consigliati da pensionati; aziende che si rapportano con hacker sedicenni; ASL che dialogano con casalinghe smart e linuxare”, nelle parole di Alberto Cottica)?

Ora, al di là del caso specifico (e, in realtà, anche di questo specifico dilemma, che è solo uno dei possibili), credo sia proficuo ragionare in termini di efficacia di ciascuna di queste scelte rispetto alla tipologia di output atteso. Proprio questo mi interessa: qual è l’approccio migliore non in assoluto, ma relativamente a ciascuna situazione, che si traduce nel tracciare potenzialità e limiti di ogni approccio e di incrociarli con la fenomenologia e i risultati attesi di ciascun processo (innovazione, ricerca, creatività, …)

Per ora, soltanto una suggestione che arriva dalle pagine introduttive di “Design-Driven Innovation” di Roberto Verganti (la traduzione è mia):

[…] Ma la creatività ha poco a che vedere con la ricerca. La creatività implica la generazione veloce di molte idee (the more, the better); la ricerca richiede l’esplorazione instancabile di una visione (the deeper and more robust, the better). La creatività spesso dà valore alla prospettiva del neofita; la ricerca dà valore alla conoscenza e al sapere. La creatività costruisce varietà e divergenza; la ricerca sfida un paradigma esistente con una vision specifica attorno alla quale convergere. La creatività è culturalmente neutra, purché aiuti a risolvere problemi; la ricerca sui significati è intrinsecamente visionaria e costruita sulla cultura personale del ricercatore.

Al di là del tema più strettamente legato alla comunicazione e alla “evangelizzazione” che senz’altro è rilevante per i Digital Champions (e di cui ho scritto qualcosa qui), credo allora che la domanda essenziale sia: serve più un approccio creativo o un approccio di ricerca?
O, in modo meno banale, qual è il mix tra questi approcci che può essere più efficace in ciascuna fase di questo processo?

Tornerò presto sul tema in maniera più articolata.
Se però, nel frattempo, qualcuno ha qualche idea in più…

Di padri e figli

Un’associazione organizza una serata per premiare i vincitori di un concorso musicale.
Ci vado, pur non capendo di musica, perché sono socio, perché ci incontro un po’ di amici e perché a premiare sono Franco Cerri e Paolo Jannacci. E non consegnano solo i premi. Suonano pure.
Li ascolto. Ancora una volta (succede sempre) avverto un senso di vuoto per un intero mondo (quello delle note) di cui mi sfuggono anche le regole più elementari.
Noto (scusate per il gioco di parole, non ho saputo resistere) una cosa: entrambi fanno un omaggio al grande Enzo Jannacci. Uno all’amico, l’altro al padre.
Mi va, allora, di passare il resto della serata a pensare al tema dell’eredità.
A come Cerri sia un padre nobile per la musica italiana.
A come Jannacci (Paolo) sarà considerato probabilmente sempre un figlio.
Un vicino commenta che non si aspettava suonasse così bene. Sottinteso: dopotutto, essendo il figlio di suo padre, nemmeno ne avrebbe bisogno.
Continuo a pensare all’eredità.
A quanto essere figlio possa aver influenzato il modo di Paolo di fare musica (fa cose molto diverse da suo padre, ma perché così diverse?).
Al fatto che, sul palco, lo chiama papà. E che gli applausi più fragorosi li ottiene quando fa l’unica canzone di papà.
Al fatto che comunque sembra cavarsela bene nella parte, e non deve essere facile.
Al fatto che l’eredità è un tema complesso, che merita un’indagine. Non solo per Paolo. Pure per me.

Patrimonio artistico e attrattività: un esempio di U invertita?

In questo post per MySolutionPost ho parlato dei fenomeni che sono tra loro in relazione con curve ad U invertita.
Si tratta di quei fenomeni che, invece che essere in rapporto secondo andamenti lineari (al crescere di un fenomeno cresce proporzionalmente anche l’altro) o con andamenti con utilità marginale decrescente (al crescere di un fenomeno cresce anche l’altro, ma con un andamento sempre più piatto, fino a che la crescita marginale è praticamente nulla), sono in relazione tra loro con andamenti a U invertita (così, tanto per capirci: ∩)

In questo caso, la relazione tra le variabili è lineare fino ad un certo punto (al crescere della prima variabile cresce proporzionalmente la seconda), quindi la curva tende ad appiattirsi (rendimenti marginali decrescenti), fino a diventare completamente piatta (rendimenti marginali nulli), e, poi, addirittura negativa. Questo significa che, da un certo punto in avanti, la relazione si inverte e il crescere di una delle variabili porta ad una diminuzione della seconda.

In questi giorni (come succede in alcuni periodi dell’anno) sto viaggiando parecchio su e giù per l’Italia. Coincidenze fortunatamente non troppo strette o “buchi” nell’agenda mi permettono (meno di quanto mi piacerebbe) di godere di alcune delle bellezze dei luoghi che visito. Ogni volta mi trovo a considerare quanto il nostro Paese sia ricco di piccoli capolavori nascosti, di quanto ogni regione (anche le meno conosciute) potrebbe tranquillamente rivaleggiare con molte delle nazioni del mondo. E il pensiero successivo è, naturalmente, rivolto a quanto noi italiani non sappiamo far fruttare un patrimonio così vasto (detto che non credo a certe stime mirabolanti per cui l’Italia ospiterebbe quasi la metà del patrimonio artistico mondiale, ma questo è tutt’altro capitolo).

Mi è venuto da pensare, allora, che la relazione tra quantità di patrimonio artistico posseduto e “attrattività” di un luogo (o, come in questo caso, di una nazione) potrebbe essere una curva ad U invertita: fino a un certo punto le due variabili sono in una relazione positiva. Superato però un punto critico la relazione diventerebbe addirittura negativa. Detto in un altro modo, avere più patrimonio artistico è un vantaggio dal punto di vista dell’attrattività, ma solo fino a un certo punto. Oltrepassato quel punto diventa uno svantaggio.

Perché?

Mi vengono in mente alcuni motivi, ma potrebbero essercene altri:

1) conservare un patrimonio artistico e renderlo fruibile non è facile. È necessario investire risorse (denaro, ma non solo). Un patrimonio troppo rilevante potrebbe condurre a disperdere eccessivamente gli sforzi, e a non portare, alla fine, a casa nulla;

2) comunicare un patrimonio artistico implica, come ogni operazione di comunicazione, delle scelte e delle priorità. Un’eccessiva ricchezza di luoghi e capolavori non consente di fornire un’immagine unitaria alla proposta e, cercando di colpire troppi target, si finisce per non arrivare a nessuno;

3) un patrimonio disperso su territori diversi porta ad una sorta di “competizione interna”, che indebolisce nella competizione verso l’esterno. Molti territori in concorrenza tra loro non possono esprimere una strategia unitaria. I tentativi fatti negli ultimi anni in questo senso mi sono parsi piuttosto goffi.

Insomma, per noi che ci viviamo crescere immersi in tanta bellezza non può che essere una fortuna.
Forse, per altri obiettivi, sarebbe meglio se ce ne fosse un po’ meno…

 

 

Parti da recitare

Sarà l’età, ma ormai mi commuovo per qualsiasi cosa. E in questi giorni di cose qualsiasi di questo genere ne sono successe pure troppe. Il fatto che entrambe le figlie cambieranno scuola è una (anzi, due) di queste. Le feste di fine anno, i grazie agli insegnanti, ad alcuni anche di più. Il fatto, soprattutto, che il ruolo di genitori vira nel tempo, gradualmente che nemmeno te ne accorgi. Poi arrivano questi momenti di passaggio e ti fanno rendere conto della strada fatta e di quanto siano cambiate loro, ma anche di quanto sei cambiato tu.
Un’altra di queste cose: per festeggiare la fine della scuola, insieme ad un concerto, tutta la famiglia. Ligabue a San Siro. Che dovrebbe essere roba da giovani, ma poi ci trovi gente di tutte le età e con i miei quarantaquattro non sembro poi così fuori posto. Canto Certe notti abbracciato alle mie figlie. E anche Le donne lo sanno. Le guardo per bene, le mie tre donne e mi rendo conto che sì, è proprio vero. Loro lo sanno. E mi commuovo. Ancora.
Poi leggo la pagina di un giornale, il giorno dopo, in cui mi si spiega che Ligabue è uno di quei rocker concilianti, che annullano il conflitto generazionale. Penso che sia vero, e che forse non è così “sano” essere a un concerto con le mie figlie e che non si capisca più chi è l’adolescente. Nello stesso tempo, però, non mi sembra così sbagliato. Io sono stato bene. Mi è sembrato che anche loro siano state bene.

Alla fine, una conclusione un po’ democristiana. Qualsiasi ruolo, anche quello di genitore, è fatto di di regole rispettate, di ruoli recitati a memoria, con la puntualità che crea e soddisfa aspettative. Mi viene da dire che un ruolo è fatto soprattutto di prevedibilità. L’accezione è positiva. Ma è fatto anche della rottura di queste regole, dell’essere adolescente con le figlie adolescenti, qualche volta. Tanto perché non diventi una gabbia, tanto per sorprendersi. Tanto per non essere troppo prevedibile.

Una volta, parlando con un imprenditore intelligente (settore distribuzione: abbigliamento) ci siamo detti che un buon punto vendita è fatto per il 90% di aspettative soddisfatte, e per il 10% di sorprese positive. Non il contrario.

Forse non si applica solo ai punti vendita.