Renzi, l’Italicum, la buonascuola e il tema del consenso

C’è un momento, nelle cene tra amici, che si comincia a parlare di politica.
Non succede sempre. Dipende dagli amici, e dalla cena.
In questi giorni succede spesso, e con un tema ricorrente: Renzi (il fatto che politica e Renzi siano ormai quasi un sinonimo in queste conversazioni già vuole dire qualcosa).
Poi, il tema presenta varie sfaccettature: l’Italicum e la fiducia, l’immigrazione, il lavoro. E, come si fa in queste discussioni, si mette tutto insieme in maniera piuttosto abborracciata.
Devo dire che faccio molta fatica ad esprimere pareri, di solito perché non mi sento in grado di sostenere un’idea documentata (e per la mia forma mentis è l’unico modo per sostenere un’idea), ma spesso anche perché mi rendo conto che il mio parere è probabilmente poco interessante e contestualizzato rispetto al tono di quelle discussioni.
E allora lo dico qui.
Così, la prossima volta, magari lascio il link di questo post a chi mi chiede la mia opinione, che ne so, sulla costituzionalità dell’Italicum.

Parto dall’assunto di base di quel che penso di Renzi: credo che sia uno dei pochi politici in Italia (e forse in Europa) che ha una chiara e coerente strategia di gestione del consenso.
(Tra parentesi: il fatto che questa strategia funzioni più o meno per quanto mi riguarda è molto meno interessante del fatto che sia, appunto, chiara e coerente).

Ho già scritto più volte di come il consenso si possa creare in due modi: attraverso la costruzione di un nemico oppure attraverso la condivisione di una progettualità.
I vantaggi del primo modo sono la velocità nella creazione del consenso, la facilità nella gestione del dissenso interno e il focus sui comportamenti del nemico più che sui propri.
Il rovescio della medaglia:

  • definire la propria identità soltanto per differenza rispetto al nemico vuole dire, comunque, non costruire un modello proprio che diventi un polo di attrazione di nuovo consenso, specialmente se esterno rispetto alla cerchia iniziale;
  • non avere un polo di attrazione, ma soltanto un polo di repulsione si traduce spesso nel dover tollerare, nel gruppo o nell’organizzazione, delle “schegge impazzite” che, se anche si applicano per infliggere delle perdite al nemico, non sanno però “fare squadra”;
  • il consenso è strettamente legato alla credibilità del nemico: se viene a mancare il sistema implode (di solito in modo piuttosto rapido).

Mi pare che questa lettura spieghi alcuni delle caratteristiche fondamentali della parabola politica di leader che hanno (anche recentemente) calcato le scene della politica italiana.

Rimane il fatto, in ogni caso, che la costruzione di un nemico sia il modo più veloce di aggregare consenso, specie quando il potere ce l’ha qualcun altro.

E qui, il primo “colpo” di Renzi al sistema.Mi sembra evidente che questa sia stata la logica costitutiva, vorrei dire strutturale, del panorama politico italiano almeno dalla metà degli anni ’90. Renzi, all’inizio del suo percorso, ha cavalcato questa logica, ma ha completamente spostato l’asse della distinzione amico / nemico da un tema più o meno esplicitamente ideologico a un tema generazionale (la “rottamazione”), mescolando, da un lato, le carte e, dall’altro, trovando un registro di comunicazione assolutamente coerente.
Di sfuggita, faccio notare come anche l’altro fenomeno nuovo nella politica italiana, il Movimento 5 Stelle e il suo leader (o non-leader, a vostra scelta) Beppe Grillo abbia usato come “mossa del cavallo” iniziale uno spostamento dell’asse amico / nemico (la “società civile” contro la “casta politica”).

Una volta però raggiunta la massa critica di consenso sufficiente per aspirare a prendere il potere (non ancora per assumerlo: parlo della fase precedente alla costituzione del suo governo), Renzi ha cambiato completamente le modalità di costruzione del consenso dalla logica di creazione e mantenimento del nemico ad una logica progettuale (#lavoltabuona, #cambiaverso, eccetera), anche qui spiazzando i suoi avversari.
Da allora, quasi più nessun nemico nella strategia di comunicazione di Renzi. Solo possibili interlocutori, più o meno credibili a seconda delle circostanze e dei progetti. E, anche qui, molta abilità nel cambiare pelle e grande coerenza nel registro comunicativo. I soli ad essere additati (ma non si può parlare di nemici) sono coloro che vengono accusati di opporsi in maniera preconcetta al cambiamento e ai suoi effetti positivi (gufi e rosiconi).

Anche questa modalità di creazione e di mantenimento del consenso ha i suoi svantaggi (oltre a non usufruire di alcuni dei vantaggi della logica del nemico): il primo fra tutti è che il tempo diventa una risorsa fondamentale, pena il rischio di venire “cotti a fuoco lento” dalla melina degli avversari.
Come ho illustrato in questo post (il tema era diverso, si parlava di motivazione, ma le categorie in campo sono più o meno le stesse), infatti, per costruire consenso su un progetto non basta persuadere sul senso e sul valore del progetto (la dimensione del significato), va assolutamente presidiato anche il tema del progresso (comunicando i risultati raggiunti e, a volte, forzando la mano per raggiungerli), pena far ricadere i propri supporter/elettori in un senso di frustrazione.
L’asse fondamentale della comunicazione diventa, quindi, la costruzione di risultati da esibire per mantenere alto il consenso sul progetto.
E questo spiegherebbe bene le due caratteristiche fondamentali della comunicazione di Renzi negli ultimi mesi:

  • la focalizzazione forte sui risultati raggiunti (o presunti tali)
  • la pressione sul tempo come dimensione fondamentale dell’azione politica (“Abbiamo discusso, abbiamo ascoltato, adesso è il momento dell’azione” – Vedi l’Italicum, ma ci sono molti altri esempi: la scuola, il Jobs Act, eccetera).

Una paio di precisazioni.

La prima: qualsiasi strategia di costruzione del consenso è un mix delle due logiche che ho cercato di illustrare, ma è vero che (e questo nella comunicazione renziana mi pare evidente) per essere efficace ogni fase deve puntare in maniera decisa su una delle due logiche, e costruire una narrazione coerente con questa logica. Il limite maggiore del M5S è proprio un’incapacità che vorrei quasi definire strutturale (e in questo il leader / non-leader non è esente da colpe) di passare da una logica all’altra.

La seconda: finché si sta all’opposizione la logica amico/nemico è di gran lunga più facile da perseguire, vista la presenza di un nemico (chi sta al governo) che, nel bene o nel male, delle scelte le deve operare e deve, quindi, mostrare il fianco alla critica. Il timing del passaggio da una logica all’altra è un tema di discussione con qualche potenzialità, almeno a mio parere, e su cui vale la pena tornare.

Allenarsi alla leadership

Il prossimo 23 novembre sarò ospite a Vicenza di La grande differenza per un corso sulla leadership progettato tenendo d’occhio le esigenze di piccole e medie imprese, artigiani, team di professionisti… insomma, tutte quelle organizzazioni in cui alle gerarchie formali si affianca e sovrappone spesso un portato di relazioni personali profonde e di lungo periodo.

Il programma dettagliato del corso e tutte le informazioni le trovate qui:

Allenarsi alla leadership

Chi fosse interessato può anche contattarmi direttamente per informazioni e iscrizioni.

Righe scritte altrove #4

Vi aggiorno sugli ultimi post che ho scritto per MySolution|Post:

Il principio del midsize
In cui si ragiona di sviluppo organizzativo a partire… dalle racchette da tennis

Organizzazione: meglio rane o pipistrelli?
Un approfondimento sul rapporto tra formazione/sviluppo delle risorse umane

Tutto quello che ho scritto per MySolution|Post sta qui.

 

Righe scritte altrove #3

Un nuovo articolo scritto per MySolution|Post:

Non so fare quello che insegno, e un po’ me ne vanto…
Una provocazione sulla relazione tra sapere, saper fare e saper insegnare. Contro tutti quelli che dicono che non si può insegnare ciò che non si sa fare.

Tutto quello che ho scritto per MySolution|Post sta qui.

 

I marziani e la piazza

[Post retorico e anche un po’ presuntuoso]

Una premessa: sono anch’io convinto (non ci vuole molto) che la politica non sia capace di parlare il linguaggio della gente.
L’effetto che mi hanno fatto le ultime apparizioni di Rosy Bindi nei talk show della scorsa settimana è che ho cominciato a credere ai marziani.
Il diverso livello logico e di pensiero tra i problemi che venivano posti e le risposte che venivano date era talmente evidente da essere irritante.
Detto questo, mi faccio due domande.

La prima, a cui non so che cosa rispondere è: ma la politica è mai stata, davvero, capace di parlare il linguaggio della gente?
E quand’anche lo avesse fatto, quali sono stati gli effetti?
E siamo poi così sicuri che lo debba fare?
(Lo so, sono tre, le domande. Ma collegate).

La seconda (e su questo qualche idea me la sono fatta): siamo sicuri che non è altrettanto vero anche il contrario?
Che, cioè (e qui potrebbe stare la vera novità), la gente non è più capace di parlare il linguaggio della politica?
Quando, per dirne alcune, qualsiasi ipotesi di accordo diventa inciucio, compromesso diventa una parola impronunciabile, le due sole alternative che raccolgono un qualche consenso oscillano tra cesarismo e democrazia diretta (molto sui generis, l’uno e l’altra, peraltro), mi domando se non sia lo spazio della politica ad essere come minimo molto ridotto, e magari pure un poco guastato.
Non so ben dire che cosa caratterizzi in sé un’istanza politica.
Quello che mi pare di capire, però, è che le istanze (quasi tutte sacrosante, peraltro) che arrivavano da alcune piazze avevano molto poco di politico e di traducibile in soluzioni politiche.

Pensavo a questo, durante il weekend.

Poi mi è capitato di leggere una citazione di Georges Friedman:

Numerosi sono quelli che si immergono interamente nella politica militante, nella preparazione della rivoluzione sociale. Rari, rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere degni.

E mi sono chiesto se non stia per caso in questo, la differenza.

[Retorico e presuntuoso, vi avevo avvertiti]. 

 

 

Nemici. Di chi?

Premetto che non sono tra i nove milioni di italiani che hanno passato la serata di giovedì ad assistere alle schermaglie tra Santoro, Travaglio e Berlusconi. Ho recuperato alcune parti salienti il giorno dopo, e ho letto e sentito un bel po’ di commenti.
Ne ho tratto un’idea: quella della sfida con vincitori e sconfitti, qualunque sia la valutazione su chi stia da una parte o dall’altra, è solo la superficie. Tutti i contendenti avevano già vinto nel momento in cui sono riusciti a mettere insieme questo set, e a conquistare il centro dell’attenzione dei media e degli elettori. Perché a essere davvero messa in discussione, in questi ultimi mesi, è stata la struttura dell’offerta politica italiana, la sua logica di fondo: ogni elezione è stata, negli ultimi vent’anni, un referendum pro o contro Berlusconi.
Questa volta le cose sarebbero potute essere diverse.
E invece, la puntata di Servizio Pubblico ha messo in scena il copione e lo ha reso, di nuovo, credibile. Fatto questo, l’obiettivo era già raggiunto.
C’è un’intera classe dirigente che ha sempre prosperato su questo copione, e che non vuole (probabilmente non sa) recitarne un altro. E un’intera frotta di giornalisti. Sono loro i vincitori. Gli sconfitti sono quelli che credono che la politica possa essere uno scontro duro ma leale tra modi diversi di vedere le cose, tra programmi fatti di soluzioni e non di proclami. Almeno un po’.

Un percorso interessante

Domani (mercoledì 18 aprile),  dalle 18 alle 20, sarò in Confindustria Piacenza per questo evento.
Parlerò di leadership e di formazione, per lo più.

Si tratta di un incontro inserito in una serie di momenti di confronto con persone dalle diverse esperienze e background. Un progetto interessante e, per molti versi, coraggioso.

Prima di me (un po’ più di un mese fa), Mauro Berruto ha parlato di come costruire squadre. Dopo di me (tra un po’ più di un mese), Sebastiano Zanolli  su tema del talento.
Poi, Paolo Preti e Carlo Salomoni.

Se, per caso, qualcuno fosse in zona, l’incontro è aperto.

Individualismi

Proseguo il ragionamento sull’incontro alla School of Management del Politecnico di Milano con Roger Abravanel, Andrea Guerra, Roberto Nicastro.
È emerso più volte durante la discussione un tema che mi è parso rilevante: quello degli italiani come popolo antropologicamente caratterizzato da individualismo e incapacità di visione collettiva (ho sentito citare, dopo molti anni, il familismo amorale di Banfield).

È stato Nicastro ad introdurre il tema (cito a memoria):

Quando Roger Abravanel svolge il suo ragionamento sul “Piccolo non è bello, piccolo è brutto”, c’è dietro l’elevazione sul podio che nel nostro Paese viene sistematicamente fatta del concetto di individuo. Non serve andare a ripescare (ma a chi non l’abbia fatto suggerisco di leggere il saggio del 1958 di Banfield) il concetto di familismo amorale, che ancora a distanza di cinquant’anni la dice lunghissima sul modo con cui in Italia si ragione sull’individuo e la famiglia da una parte e sulla società dall’altra. In realtà, quando sentiamo un ragionamento come quello sul circolo vizioso sulle regole, ci vediamo tanta Italia dentro. Il concetto di truffare l’assicurazione dal meccanico è quasi un peccato veniale nel nostro Paese. Però questo mostra in maniera chiara un problema di società, che poi porta a pensare che l’individuo può essere perdonato, che l’individuo è bello.

Ecco, questa tesi dell’individualismo come tratto antropologico mi trova in completo disaccordo. E non necessariamente perché non sia vera. Non ho elementi per valutarne la consistenza.

Continua a leggere

Squadre che puntano in alto

Il prossimo 14 ottobre, insieme a Mauro Berruto (head coach della Nazionale Italiana di Volley), un evento molto interessante.

Gli argomenti e le parole chiave della giornata:

    • La differenza tra Potenziale e Risultato
    • Come creare un ambiente motivante:
      • Da risolvere a allenare a risolvere
      • Da vincere a convincere
      • Dalla centralità del capo alla centralità del gruppo
    • Le lezioni che il volley ci può trasmettere:
      • Collaborazione, sincronia, senso del team
      • La squadra come organismo
      • Il cambiamento come opportunità
      • Lo sviluppo del’l’autostima
    • La squadra: come costruirla
      • La mission, lo scopo, la strategia, i valori
      • Gli atteggiamenti
    • Scegliere i giocatori
      • La fame di vittorie
      • Atteggiamento, atteggiamento, atteggiamento
    • Costruire una Mentalità vincente
      • L’ossessione per il miglioramento
      • Debellare la cultura degli alibi
      • Il desiderio di sfidare i migliori

Il programma completo lo trovate qui.

Se la cosa vi interessa, potete rivolgervi ad Assocamuna.

Training vs Development

Mike Myatt lancia un sasso pesante nello stagno dal suo blog su N2growth.
Già il titolo rende l’idea: “Training Isn’t Dead – But it Should Be“.

Si parla, in particolare, di formazione sulla leadership. Secondo Myatt qualsiasi azione formativa dovrebbe lasciare spazio ad azioni che abbiano come obiettivo lo sviluppo.

Questo perché:

  • Il training si focalizza sul presente – Lo sviluppo su futuro
  • Il training si focalizza sulla tecnica – Lo sviluppo sul talento
  • Il training aderisce a degli standard – Lo sviluppo si focalizza sulla massimizzazione del potenziale
  • Il training si focalizza sul mantenimento – Lo sviluppo sulla crescita
  • Il training si focalizza sulle regole – Lo sviluppo sulla persona
  • Il training indottrina – Lo sviluppo educa
  • Il training matiene lo status quo – Lo sviluppo catalizza l’innovazione
  • Il training soffoca la cultura – Lo sviluppo la arricchisce
  • Il training incoraggia il conformismo – Lo sviluppo pone l’enfasi sulla performance
  • Il training si focalizza sull’efficienza – Lo sviluppo sull’efficacia
  • Il training si focalizza sui problemi – Lo sviluppo sulle soluzioni
  • Il training si focalizza sulle linee di riporto – Lo sviluppo espande l’influenza
  • Il training è meccanico – Lo sviluppo intellettuale
  • Il training si focalizza sul conosciuto – Lo sviluppo esplora lo sconosciuto
  • Il training è finito – Lo sviluppo infinito

Elenco interessante. Magari, prima che per creare una contrapposizione, per fornire input per fare un buon training, o, per lo meno, per evitare gli errori più grossolani.

P.S. Nello stesso articolo si dice che negli USA più del 25% dei 60 miliardi di dollari investiti nel training sono appannaggio della formazione sulla leadership…
Non so quanto questo dato sia affidabile, senz’altro sorprendente!