Dinamiche di gruppo

La fanteria che fa vincere la guerra

Chiunque abbia avuto occasione di frequentare o di insegnare in un MBA (o in qualunque programma formativo lungo, che prevede l’intervento di un gran numero di docenti diversi) conosce l’importanza della figura del programme manager.

Financial Times dedica loro un articolo, presentando un programma formativo dedicato proprio ai programme manager, e illustrando le criticità che il ruolo implica.

Se ne deducono alcuni concetti interessanti, che possono trovare applicazione per tutte le figure di coordinamento, anche in ambiti diversi da quello formativo.

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Vale la pena celebrarsi?

Un paio di cose a cui ho assistito, e che mi hanno fatto riflettere.
Vi pongo semplicemente la domanda che mi hanno suscitato, a voi considerazioni ed eventuali risposte.

Primo episodio.
Lunedì scorso, a Nove in punto (la trasmissione condotta da Oscar Giannino su Radio24), era ospite Giorgia Meloni, ministro della Gioventù. Tema: la Festa Nazionale del 17 marzo prossimo.

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Montessori in azienda

Su The New York Times, un’intervista a Jeremy Allaire di Brightcove tocca molti temi che hanno a che vedere con la gestione e lo sviluppo delle risorse umane e della leadership.

Si va dalla selezione delle persone in fase di start-up alla creazione di un senso di urgenza per il cambiamento, dall’approccio alle aspettative di carriera a quello verso i momenti di avversità.
Tutto l’articolo merita una lettura.

A colpirmi più di tutto è stata la risposta alla prima domanda, che fa da cornice e da filo conduttore a tutta l’intervista.

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Bob the builder

Su “The telegraph“, un articolo di Daniel Pink che mi ha intrigato per due motivi: il che cosa (il contenuto) e il come (la modalità con cui il contenuto è stato veicolato).

Il che cosa
L’articolo riprende alcuni studi che dimostrano come un dialogo interno troppo basato su affermazioni positive (“Nulla e nessuno ci può fermare“, per esempio) non aiuta nel raggiungimento dei risultati, anzi, piuttosto è vero il contrario.
Le ricerche, infatti, hanno messo l’accento sul fatto che a raggiungere i risultati migliori sono coloro che sostituiscono alle affermazioni positive delle domande, da porre a se stessi o al gruppo.

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Alla scrivania

Su Scientific American Brain, un articolo (ripreso anche da Mente e Cervello) su come l’ambiente di lavoro (nello specifico, gli uffici) possa influenzare direttamente e in maniera pesante prestazioni, produttività, stato emotivo e salute degli impiegati.

S. Alexander Haslam e Craig Knight, i due autori, illustrano una serie di sperimentazioni (alcune effettuate direttamente da loro, altre da gruppi di studio diversi) che dimostrano in che modo l’ambiente impatta sulla produttività, e quali siano le migliori soluzioni da adottare

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Una retorica dell’innovazione?

Via JobTalk, e questa interessante discussione, mi è balzato agli occhi questo articolo di Adam Hartung su Forbes.
Il titolo già dice molto: “Fire the status quo police”.
Il contenuto è riassumibile in alcune frasi utilizzate dallo stesso autore:

La polizia dello status quo istituzionalizza le metriche iniziali. Insiste sul fatto che le innovazioni portino un margine appropriato, ordinativi congrui, prezzi adeguati, oppure vengano abbandonate, senza curarsi dei mercati che stanno cambiando e presentano un potenziale di crescita nel futuro. […]

Queste norme distruttive non potrebbero essere sostenute se non ci fossero persone votate a rinforzare una rigida adesione alle norme stesse. Questi sono i Poliziotti dello Status Quo. Il loro lavoro, prima di tutto e innanzitutto, è assicurarsi che il modo consueto di fare le cose non venga alterato. Non è focalizzarsi su risultati positivi per il business. Al contrario, è assicurarsi che l’organizzazione rimanga sul provato e sul vero, senza riferimenti ai risultati. La polizia semplicemente assume che i risultati saranno buoni se lo status quo continua.

Nulla di particolarmente nuovo.
Leggendo l’articolo e gli esempi (anche questi abbastanza classici) di aziende innovative, però, mi sono chiesto una cosa.

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La produttività del knowledge worker

In questi giorni ho assistito ad una sessione di brainstorming di un gruppo di knowledge worker che aveva come focus strumenti e pratiche per migliorare il loro coinvolgimento, la loro motivazione e, last but not least, la loro produttività.
Mi ha impressionato come la stragrande maggioranza delle proposte avanzate avesse a che vedere con la comunicazione e l’interazione tra loro e con le diverse parti dell’organizzazione.

Sono andato, allora, a rileggermi un articolo pubblicato su McKinsey Quarterly qualche giorno fa, che focalizza proprio questo punto.

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Fare pace con il potere

Su HBR Italia di luglio/agosto, un articolo di Jeffrey Pfeffer (docente di Comportamento Organizzativo alla Graduate School of Business di Stanford) accende i riflettori (come ha fatto recentemente, in Italia, il libro di PierLuigi Celli “Comandare è fottere“, cui ho fatto cenno qui) sul tema del potere nelle organizzazioni.
La tesi è la stessa, non è possibile fare carriera o realizzare i propri obiettivi senza guardare in faccia alla scomoda realtà: per progredire è necessario ottenere ed esercitare potere.

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La leadership sull’esperienza

Sul blog The Conversation, (Harvard Business Review), Michael Fertik propone alcune riflessioni interessanti su come un giovane leader dovrebbe gestire le relazioni con colleghi più vecchi ed esperti.
Parte da un presupposto scontato (per lui), ma che già potrebbe essere una provocazione per molti:

Sai già che la vittoria dipende in misura non irrilevante dall’assumere persone migliori di te.
Se sei un giovane imprenditore o capo, questo comporterà l’assumere persone più vecchie e con maggiore esperienza di te, specialmente nelle funzioni più importanti della tua organizzazione.

Se questo è il presupposto, la gestione di persone con maggiore seniority ed esperienza è una sfida non di poco conto.

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Verbalizzazione grafica

Su Harvard Business Review Italia di settembre ho trovato alcuni spunti interessanti.
Il primo: un articoletto intitolato “Stanchi di PowerPoint? Provate questa alternativa“.
Daniel McGinn parla di verbalizzazione grafica: tutte quelle tecniche e metodologie che hanno a che vedere con la visualizzazione grafica delle informazioni che possono emergere da un articolo, una riunione, un brainstorming, eccetera.
La tecnica è datata, ma, a quanto pare, la stanchezza per l’uso (e l’abus0) delle slide come strumento di supporto alle riunioni e alle presentazioni l’ha riportata in auge in molte organizzazioni.

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