Dinamiche di gruppo

Scimmie & management

Ieri Michael Jacobides ha parlato, a Bologna, di come “Ideare e strutturare un vantaggio competitivo in uno scenario dinamico”. Speech interessante.
Ha concluso raccontando di un esperimento (mi pare) istruttivo.

In una gabbia, 5 scimmie e, al centro, un piedistallo che permette di raggiungere delle banane appese al soffitto.
Quando una delle scimmie tenta di prendere le banane, tutte vengono investite da un getto di acqua fredda, che impedisce loro di raggiungere le banane.
Dopo alcuni tentativi, appena una scimma tenta di arrivare alle banane, le altre glielo impediscono per non essere spruzzate. Il risultato è quindi che nessuna tenta più di arrivare alla frutta.
Successivamente, una scimma viene tolta dal gruppo e ne viene inserita una nuova, che tenta subito di raggiungere le banane e, naturalmente, viene aggredita dalle altre, senza, peraltro, capire perchè.
Si procede qundi ad un altro avvicendamento. La scimmia cambiata in precedenza partecipa all’aggressione della nuova arrivata, anche se non ha idea del motivo.
Dopo aver cambiato tutte le scimmie (nessuna, quindi, è mai stata bagnata), tutte queste continuano ad aggredire le nuove arrivate che tentano di raggiungere le banane, sempre senza sapere perchè.

Non ho trovato la fonte da cui è tratto questo esprimento. Mi pare, però, una bella metafora. E che molti manager dovrebbero conoscerla.

Networking

Vincenzo Perrone nel suo editoriale sul numero 4/2006 di E&M fa una breve disamina dei punti di forza e dei punti deboli dei social network e del capitale sociale.

Ecco una constatazione che trovo interessante:

"Si consideri anche come relazioni intense ed esclusive con altri attori, che hanno le stesse informazioni di cui disponiamo noi e che con noi condividono le stesse competenze e le stesse esperienze, possano esporci a una pericolosa forma di cecità strategica che ci rende incapaci di avvertire in tempo variazioni importanti nell’ambiente che ci circonda e riduce la nostra capacità di sviluppare idee realmente innovative. Gruppi coesi, reti chiuse, legami sociali solidi possono essere utili quando si tratta di agire in modo coordinato per il raggiungimento di un obiettivo definito, ma possono essere di ostacolo se si tratta invece di esplorare vie nuove e trovare nuove soluzioni a nuovi problemi".

Il grado di varietà interna di un network è importante per la sua capacità di pensare in modo non convenzionale. Mark Granovetter (citato anche da Perrone) sostiene che le nostre decisioni, i nostri comportamenti, le nostre risposte agli stimoli esterni sono condizionate e, a loro volta, condizionano il nostro social network.
Quindi, maggiore varietà interna al network, maggiore possibilità di scelta, maggiore libertà.

 

Differenze

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In "The fact & the book", semplicemente, vengono accostati un fatto ed un libro. O, almeno, alcune righe di un libro. Per stimolare la riflessione e, per chi lo desidera, il dibattito. Potete commentare, oppure aggiungere altri fatti a questo libro, o altri libri a questo fatto…

 

The fact
Si chiama “Diversity Management”.
Si tratta di adottare una serie di strategie per valorizzare una forza lavoro sempre più diversificata per età, genere, razza, cultura. Tutto questo nella convinzione che un’azienda multiculturale può contare su un potenziale di innovazione, creatività e allineamento ai valori e alla mission più elevati rispetto ad un’azienda monoculturale.
Le differenze possono fare la differenza, insomma.
Fusioni, acquisizioni, outsourcing, partnership e reti di imprese hanno reso ancora più esplicito il bisogno di questi metodi nelle grandi aziende.
È nato a metà degli anni ’90 negli Stati Uniti. Si è diffuso in Europa. Anche (poco) in Italia.

The book
[…] Negli ultimi anni alcuni psicologi hanno iniziato a interessarsi più da vicino al ruolo che questi tipi di associazioni inconsce – o, come preferiscono chiamarle, “implicite” – svolgono nelle nostre convinzioni e nel nostro comportamento, e gran parte del lavoro si è focalizzato su uno strumento affascinantissimo detto IAT (Implicit Association Test).
Lo IAT, elaborato da Anthony G. Greenwald, Mahzarin Banaji e Brian Nosek, si basa su un’osservazione apparentemente lapalissiana, ma ugualmente profonda. Noi operiamo molto più velocemente connessioni fra due idee già accoppiate nella nostra mente che fra idee il cui accoppiamento non ci è famigliare. […]
L’aspetto inquietante di questo test è che rivela come i nostri atteggiamenti inconsci possano essere del tutto incompatibili con gli atteggiamenti consci che professiamo. Dei cinquantamila afroamericani che si sono finora sottoposti allo IAT sulla razza, per esempio, circa la metà hanno rivelato, come me, associazioni positive più forti con i bianchi che con i neri. Poteva essere altrimenti? Viviamo negli Stati Uniti, circondati ogni giorno da messaggi culturali che collegano il bianco al bene. «Le associazioni positive con il gruppo dominante non si scelgono» dice Mahzarin Banaji, docente di psicologia a Harvard e uno dei responsabili della ricerca IAT. «Ti sono richieste. Tutt’intorno a noi quel gruppo è accoppiato con cose buone. Apri il giornale, accendi la televisione, e non puoi evitarlo.»

In un batter di ciglia
di Malcolm Gladwell
Mondadori, 2005