Public speaking

Public speaking e Time management in luglio

Un paio di segnalazioni su percorsi formativi che ho in programma per le prossime settimane con Mindpoint:

9-10-11 Luglio – Brescia
Il pubblico nelle tue mani
L’obiettivo è il trasferimento delle tecniche più efficaci per affrontare con successo presentazioni pubbliche, per gestire una riunione, per comunicare con efficacia informazioni ed idee.
Il corso ha un’impostazione pratica e pragmatica, ed è diretto a tutti coloro che affrontano presentazioni nei diversi ambiti e contesti (riunioni ristrette o allargate, convegni, meeting …) e che desiderano migliorare le proprie performance di comunicazione in pubblico.
Tutti i dettagli qui

17-18 Luglio – Brescia
Priorità 1: il tempo
L’obiettivo, in questo caso, è il trasferimento pratiche che consentano di valorizzare al meglio il proprio tempo, in funzione degli obiettivi da raggiungere. Questo programma basa la propria efficacia su un mix di competenze centrate sia sulla gestione del tempo che sulla capacità di stabilire e perseguire i propri obiettivi.
Durante l’intero percorso formativo viene posta grande attenzione al processo soggettivo di valorizzazione del tempo, al fine di individuare insieme punti di forza e aree di miglioramento rispetto alle attuali strategie.

 


Sul tema del public speaking e di come costruire una strategia di comunicazione in pubblico ho scritto un libro: Designing Presentations. Più informazioni qui

L’inner game della comunicazione in pubblico

Su HBR Italia di gennaio/febbraio, un articolo di Nick Morgan intitolato “Come diventare grandi speaker“.
L’autore parte dall’assunto che anche il discorso meglio preparato e pronunciato (e tecnicamente più valido) non può sfuggire al rischio di apparire non sincero e “artificiale”.
È una tesi che sostengo spesso anch’io nei corsi di public speaking: oratori tecnicamente perfetti, chirurgici nell’applicare metodi e strategie, che però creano nell’uditorio un senso di diffidenza (non so bene perché, ma ho la sensazione che non me la racconti giusta).
Il motivo di questa diffidenza si basa sul fatto che i micro-segnali non verbali non sono controllabili da parte dell’oratore, e vengono, invece, recepiti dal pubblico.
Non c’è modo, quindi, di dissimularli con un non verbale studiato a tavolino.

Se non è possibile, dunque, nascondere una certa artificialità nei discorsi in pubblico, quale strategia attuare per apparire autentici (e, in questo momento, di fronte alla diffidenza che questa congiuntura economica suggerisce, il bisogno di autenticità è davvero alto)?
Morgan suggerisce semplicemente di ribaltare i termini della questione: invece di tentare di essere autentici, è meglio concentrarsi su come esprimere sinceramente sentimenti, motivazioni, passioni.
In questo modo il linguaggio del corpo non dovrà più essere controllato, ma semplicemente seguirà gli stati interni, rinforzando il messaggio.
E per farlo, anziché provare gesti che facciano sembrare sincero un discorso, è meglio puntare su quattro obiettivi fondamentali:

    1. Essere aperti con gli ascoltatori
    2. Instaurare un contatto con il pubblico
    3. Essere appassionati dell’argomento
    4. Ascoltare il pubblico

Il discorso, quindi, dovrebbe essere provato per quattro volte: ciascuna dovrebbe focalizzare uno di questi obiettivi, e simulare una situazione che “costringa” a dare il meglio su questo fronte.

Essere aperti con gli ascoltatori

Si potrebbe, per esempio, immaginare di fare la presentazione davanti a qualcuno con cui ci si sente a proprio agio (familiari, amici), e sentire quali sensazioni produce questa immagine mentale, per poi ricrearle nel momento in cui ci si trova, invece, davanti ad un pubblico con cui il grado di confidenza è molto meno elevato.
Da notare il fatto che il focus va soprattutto sulle sensazioni. “Non ragionateci troppo: – suggerisce Morgan – è un po’ come esercitarsi in uno swing a golf o in una battuta a tennis. Anche se potreste prendere piccoli appunti mentali su cosa state facendo, questo non deve distogliervi dal riconoscere una sensazione che potete cercare di replicare più tardi“.

È una questione, insomma, di inner game.
E dell’inner game rispetta regole e cornici, valide sia per questo obiettivo che per gli altri tre successivi.

Instaurare un contatto con il pubblico

Questa volta la visualizzazione potrebbe avere a che vedere, per esempio, con un bambino che conosciamo e che non vuole ascoltare ciò che gli vogliamo dire.
In questo modo si possono generare strategie creative per attrarre l’attenzione.
Si tratta, poi, di mantenere l’attenzione.
E in questo caso si potrebbe immaginare di voler comunicare con un adolescente (notoriamente facile alla distrazione).

Essere appassionati dell’argomento

Qui si tratta di fare emergere le emozioni di fondo, ciò che appassiona, i motivi fondanti di questa passione.
Si potrebbe, suggerisce Morgan, immaginare che qualcuno nel pubblico possa avere il potere di togliervi tutto, se non viene conquistato dalla presentazione.
(Da notare che in questo caso il processo motivazionale generato da questa visualizzazione ha a che vedere con un “allontanarsi da” piuttosto che con un “andare verso qualcosa”. Per qualcuno questo approccio potrebbe non essere appropriato. Si tratta, allora, di generare una visualizzazione più consona).

Ascoltare il pubblico

In questo caso, è bene immaginare di osservare il proprio pubblico da vicino, cogliendo gli stessi segnali non verbali che loro sono in grado di cogliere nello speaker.
Questo potrebbe portare anche a modificare il setting della presentazione, offrendo maggiori spazi allo scambio di idee e di feedback.
Naturalmente, sempre compatibililmente con il nostro obiettivo e la profilazione del pubblico.

 


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Speaker: ecco la classifica

Bert Derek, esperto di comunicazione ed autore di alcuni libri sul public speaking, ha pubblicato la sua classifica dei migliori e peggiori comunicatori del 2008.
Sul suo post trovate le motivazioni ed una serie di video con cui potete confrontare stili, tecniche, impostazioni, contesti molto diversi tra loro e piuttosto istruttivi.

Primo posto, scontato, per Barak Obama, poi:

  1. Tim Russert
  2. Randy Pausch
  3. Colin Powell
  4. Mike Huckabee
  5. John Chambers
  6. Sarah Palin
  7. I nuovi comunicatori: Nancy Duarte, Garr Reynolds, Seth Godin Guy Kawasaki
  8. Tina Fey
  9. Anderson Cooper

I peggiori

  1. George W. Bush
  2. Richard Fuld
  3. Rod Blagojevich
  4. Elliot Spitzer
  5. Roger Clemens
  6. Sarah Palin (sì, la stessa che sta nella classifica dei migliori)
  7. Dan Rather
  8. Al Davis
  9. Rosie O’Donnell
  10. John McCain

La classifica è stata ripresa da Garr Reynold di Presentation Zen (citato, tra l’altro, nella classifica di Bert Derek).
Reynold arricchisce la lista con altri speaker, e tra questi Marco Montemagno (con particolare rilievo). Complimenti Marco!

 


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L’arte di raccontare storie

Raccontare una storia è un buon modo, in genere, per iniziare un intervento in pubblico: rompe il ghiaccio e introduce in maniera soft idee e concetti che poi potranno essere sviluppati durante l’esposizione.
Durante i corsi di comunicazione in pubblico, analizzo spesso esposizioni che illustrano questa che, più che una tecnica, è una vera e propria arte.
Uno dei video che analizzo con maggiore frequenza è uno spezzone di Pickwick, trasmissione presentata da Alessandro Baricco. Che, per quel che ci capisco io, a raccontare storie è davvero bravo.

Mi piace in particolare la prima parte della seconda puntata, quando Baricco parla dell’opera dello scrittore Jurg Federspiel.
E mi piace per due motivi: perché la struttura utilizzata da Baricco è davvero interessante, e per come è bravo a rendere viva la storia.

 

Rendere vive le storie

Questa è la trascrizione dell’inizio della puntata di Pickwick:

Due giorni dopo la battaglia di Austerlitz, un uomo a cavallo arrivò al lago di Costanza.
Due giorni dopo la battaglia di Austerlitz, un ussaro a cavallo arriva sul bordo del lago di Costanza.
È pieno inverno, è tutto gelato, il lago, e c’è neve intorno.
Fa così freddo che, se volesse, l’ussaro non potrebbe nemmeno togliere la sciabola dal fodero, incrostata di ghiaccio.
È fermo, davanti a questo lago.
E tutto intorno escono dalle case, dalle baracche i contadini e cominciano a gridare “
Non andare! Si romperà il ghiaccio. Morirai.
Ed escono le donne dei contadini, ed hanno questi grembiuli bianchi, se li tolgono, e li sventolano in aria.
Il bianco della neve, del ghiaccio, di questi grembiuli.
L’ussaro però guarda intorno a sè, guarda il ghiaccio, guarda la neve, guarda i contadini, guarda questi grembiuli bianchi che sventolano nell’aria, sprona il cavallo e parte al galoppo.
E tutti si fermano e lo guardano galoppare lungo il lago, e scomparire nella nebbia.

E, da questo punto in avanti, inizia un spiegazione di quest’immagine.
Una spiegazione che a me piace molto, e che vi invito ad ascoltare.

Il primo motivo, dunque, per cui ho scelto questo spezzone.
Raccontata da Baricco questa piccola storia dell’ussaro è vivida. È una di quelle immagini che ti si stampano nella mente, e che portano con sè domande.
Ad alcune di queste domande Baricco risponde pochi secondi dopo.
Ma che cosa rende così vivida quest’immagine. Dopotutto, si tratta di un ussaro che cerca di attraversare il lago di Costanza. E, detto così, non è che susciti grande curiosità.
La mia opinione è che a trasformare un episodio in una storia ben raccontata sia la capacità di farcire la storia con dei dettagli che possiamo definire inutili nell’ottica dell’obiettivo della presentazione, ma che, invece, sono utilissimi per dare vita al racconto.
La spada che, anche se l’ussaro lo volesse, non potrebbe togliere dal fodero.
Le donne che escono dalle case, i loro grembiuli bianchi.
Nell’economia della storia che Baricco vuole raccontare e del concetto che esprime questi dettagli sono assolutamente irrilevanti.
Eppure, fanno la differenza nell’impatto del racconto sul pubblico.

 

La struttura del racconto

Un secondo elemento che mi sembra renda questa presentazione davvero bella è la struttura dell’utilizzo della storia.
Baricco narra l’inizio della storia. Poi si interrompe e ne illustra il senso: introduce il concetto lasciando in sospeso il finale.
Ce l’ha poi fatta, l’ussaro, ad attraversare il lago?
Questa domanda rimane aperta per alcuni minuti. Il tempo che a Baricco serve per darci la chiave di lettura di quest’immagine, e anche delle immagini che seguiranno.
Poi, il finale viene svelato.

Beh, volevo aggiungere che l’ussaro il lago riesce ad attraversarlo…
Attraversa il lago di Costanza, vivo, l’ussaro. E poi attraversa villaggi, paesi, valli…

Termina la storia, e, al termine, un’altra immagine che rafforza ulteriormente il concetto illustrato prima.

Naturalmente, non sempre è possibile utilizzare questo tipo di struttura.
Molto spesso il concetto che cardine della storia è contenuto nel finale. E, allora, non lo si può lasciare in sospeso.
Quando è possibile, però, questo mi pare un bel modo di raccontare storie.

 


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Lezione sulle tecniche di presentazione

Come vi avevo anticipato, giovedì ho tenuto per i dottori commercialisti di Brescia una lezione sulle tecniche di presentazione.
Visti i numeri (quasi cento persone) ed il format dell’evento (poco più di tre ore per trasmettere alcune delle nozioni essenziali sul public speaking), si è trattato praticamente di un monologo.
Ho centrato il programma sul passaggio da una visione tattica ad una visione strategica del public speaking.

Gli argomenti principali:

  • Gli elementi che costruiscono una visione strategica della comunicazione in pubblico
  • La gestione della curva di attenzione
  • Setting e metacomunicazione
  • Gli ancoraggi
  • La rottura degli schemi
  • Il ruolo della profilazione dell’audience
  • Una riflessione sugli obiettivi
  • La gestione delle obiezioni
  • I livelli di pensiero e l’uso di strumenti comunicativi adeguati

Ecco le slide.

Tecniche di Presentazione

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Giovedì prossimo sottoporrò lo stesso programma (con qualche minima variazione in base ai feedback che ho ricevuto) ad un altro gruppo di un centinaio di dottori commercialisti.

 


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Le funzioni delle slide [2]

In questo post scritto qualche tempo fa ho ripreso un articolo di Daniele Barbieri nel quale venivano delineate le funzioni delle slide e degli altri supporti di cui si può fare uso in una lezione frontale.
Illustrando questi concetti durante uno degli ultimi corsi di public speaking che ho tenuto, sono emerse un altro paio di funzioni che mi sembrano interessanti: la funzione di rottura degli schemi e la funzione di ancoraggio.
Entrambe queste funzioni (come già accade per altre già analizzate nel post precedente) si possono intersecare ed aggiungere ad altre in una stessa slide o uno stesso supporto.

Una breve descrizione di queste due nuove funzioni delle slide in ottica di public speaking:

  • La funzione di rottura degli schemi
    Una rottura di schemi si ha quando il relatore crea una certa aspettativa, per poi non soddisfarla.
    Questa mancata soddisfazione crea un picco di attenzione che poi può essere sfruttato dal relatore per veicolare alcuni contenuti o processi valutati come importanti nell’economia della strategia di comunicazione.
    Uno schema può essere creato ad hoc, oppure può essere già stabilito dalle normali regole e consuetudini comportamentali di un certo ambiente o organizzazione.
    I passaggi per la rottura di uno schema sono:
    1) Stabilire in maniera precisa lo schema e rinforzarlo, in modo da creare delle aspettative.
    2) Rompere lo schema creando una distonia con le aspettative create.
    Ecco un esempio di rottura degli schemi applicata all’uso delle slide: se durante la prima parte di una presentazione lo speaker ha utilizzato slide molto sobrie (sfondo bianco, immagini sobrie, parole scritte con caratteri standard), riprodurre ad un certo punto una slide dai colori forti, con immagini ad alto impatto e parole scritte a grandi caratteri crea un improvviso innalzamento del grado di attenzione.
    Infatti, lo schema utilizzato fino a quel momento ha creato un’aspettativa, che poi viene infranta dalla nuova slide.
  • La funzione di ancoraggio (setting o richiamo di un’ancora)
    Un ancoraggio consiste nello stabilire un’associazione tra un avvenimento o uno stimolo esterno ed un’esperienza, uno stato interno, un concetto. In ottica di public speaking si possono utilizzare gli ancoraggi per riaccedere a degli stati o a dei concetti o per generarne di nuovi.
    Ritornerò con un post (della serie Basics) dedicato agli ancoraggi per illustrare al meglio questa tecnica di comunicazione molto generale e utile.
    Per ora mi limito a dire che le slide e gli altri materiali di supporto possono svolgere la funzione di creazione di un ancoraggio (associazione tra un elemento comunicativo esposto nella slide e un concetto / stato che si vuole trasmettere al gruppo) e la funzione di richiamo di un ancoraggio (citare l’elemento comunciativo per richiamare il concetto ad esso associato).

Naturalmente, entrambe queste funzioni possono essere utilizzate anche al di fuori dei materiali di supporto alla presentazione.

 


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Public speaking: Toastmaster International

Il metodo con cui tengo i corsi di tecniche di presentazione e di public speaking si basa su un buon numero di esercitazioni, in modo che ciascuno possa sperimentare, almeno per alcune strategie ed alcune tecniche, il passaggio dal sapere al saper fare (e, magari, al saper essere).
Le occasioni di praticare, però, non bastano mai.
Nell’economia di un corso di tre giornate con circa 10-15 partecipanti (questo è il format che utilizzo di solito) ciascuno può parlare per cinque o sei volte, per una media di 5 minuti a presentazione, e ricevere i relativi feedback (sia da parte mia che da parte degli altri partecipanti).
Serve senz’altro più tempo per interiorizzare l’apprendimento e farlo diventare una competenza inconscia (per essere in grado, cioè, di applicare le conoscenze acquisite senza doversi concentrare eccessivamente sul processo e, di conseguenza, perdere il controllo sui contenuti).
Per questo segnalo Toastmaster International Italia, un’associazione che ha come mission proprio la promozione delle capacità di comunicazione in pubblico.
Nella sede di Milano, per due o tre volte al mese, gli associati si ritrovano per tenere dei discorsi in pubblico, in modo da esercitare questa capacità in un “ambiente protetto”, concentrando così l’attenzione sulla propria crescita personale invece che sul risultato a breve termine (efficacia di una singola presentazione).

Qui trovate il sito dell’associazione
Qui un’intervista ad uno dei fondatori del Club milanese

 


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Obiezioni: l’importante è l’intenzione

A proposito di gestione delle obiezioni, una delle esercitazioni più istruttive che chi partecipa ai miei corsi sul public speaking deve affrontare è proprio quella in cui gli altri partecipanti hanno l’incarico di “rompere le uova nel paniere” al relatore.

In questo modo, partendo dall’esperienza diretta, i partecipanti estraggono le stategie più efficaci per la gestione dei seminar killer, sui quattro fronti indicati nel post già citato.
La cosa su cui insisto di più è la prima domanda che ci si deve porre di fronte ad un’obiezione: “Quali sono le intenzioni di chi obietta?” o, entrando più nel dettaglio

Si tratta di un’obiezione di carattere contenutistico o relazionale?

 

Contenuti o relazioni?

Faccio un esempio che mi capita spesso di citare: riunione di presentazione di un nuovo software davanti al team ICT e al Direttore Generale di un’azienda.
Il DG non ha una competenza informatica particolarmente profonda.
L’account manager illustra alcuni aspetti relativi alla tecnologia.
Ad un certo punto, il DG fa un’obiezione contestando un contenuto appena esposto.
Reazione dell’account?
Normalmente, dall’alto della sua competenza, smonta l’obiezione con una serie di argomentazioni circostanziate e puntuali.

Ha gestito in maniera corretta l’obiezione?
Dal mio punto di vista, quasi certamente no.
E a questo punto entra in campo la domanda: “Si tratta di un’obiezione di carattere contenutistico o relazionale?
Cerco di spiegarmi meglio.
Secondo voi, l’esigenza che veicola l’obiezione posta dal DG è di tipo contenutistico (approfondire ulteriormente il contenuto) o di carattere relazionale (definizione di un ruolo di leadership, affermazione di una dinamica di potere)?
Non porsi questa domanda significa non dare una risposta adeguata all’obiezione.
Infatti, ad obiezioni di carattere contenutistico, si risponde con dei contenuti.
Ad obiezioni di carattere relazionale si risponde sul piano delle relazioni.
Nel caso descritto (un decision maker in un gruppo di tecnici, alle prese con un linguaggio che non comprende fino in fondo), con buona probabilità l’intenzione che sta dietro all’obiezione è di tipo relazionale. L’obiezione nasconde un’affermazione di leadership.
Ad un’obiezione di questo tipo si risponde riconoscendo (o non riconoscendo, a seconda delle situazioni) la leadership.
Una risposta che si concentra sui contenuti, invece, è inefficace e tende ad esasperare la dinamica relatore-obiettore, con alto rischio di escalation.
Naturalmente, anche una risposta di carattere relazionale ad una obiezione contenutistica, è altrettando inefficace.
Ecco quella che, secondo me, potrebbe essere una risposta adeguata nella situazione che abbiamo descritto:
L’obiezione è senz’altro pertinente. Possiamo senz’altro approfondire questo argomento, in modo che, nel momento in cui lei deciderà se acquistare o meno la nostra soluzione, possa avere acquisito tutti gli elementi necessari“.
Come vedete, questa risposta mette in primo piano la relazione e la dinamica di potere, affermando il ruolo di decision maker del DG.

Che ne pensate?
Vi è mai capitato di trovare dei relatori che, per l’incapacità di leggere le intenzioni di un’obiezione, hanno generato un’escalation?

 


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L’ansia da palcoscenico e l’Illusione di trasparenza

LucaBaiguini.com - Public SpeakingQuando entro in aula per un corso sul Public Speaking, una delle prime domande che faccio è: “Qualcuno di voi sarebbe in seria difficoltà, in questo momento ad alzarsi e presentarsi davanti alle altre persone in quest’aula?” (Il grassetto sulla parola “seria” non è casuale).
Succede abbastanza spesso che qualche mano si alzi.
L’ansia da palcoscenico è comune e colpisce anche persone esperte e preparate che, apparentemente, non avrebbero alcun motivo per temere il giudizio del pubblico.
Spesso, anzi, sono proprio i più preparati a vivere con angoscia il momento di esporre le proprie idee ed i propri progetti.

Uno studio interessante pubblicato nel 2003 sul “Journal of Experimental Social Psychology” propone un rimedio.
Gli autori, Kenneth Savitscky e Thomas Gilovich hanno chiesto ad un gruppo di studenti di tenere dei discorsi in pubblico senza preparazione.
La loro ipotesi era che l'”illusione di trasparenza” (cioè la credenza da parte di chi parla in pubblico che i suoi stati interni traspaiano in maniera evidente e vengano facilmente notati dagli ascoltatori) sia il punto di partenza per un circolo vizioso che porta una dose crescente di ansia da palcoscenico, impattando negativamente sulla performance dello speaker.

Durante il loro studio, gli autori hanno verificato l’ipotesi che il semplice informare i soggetti che si apprestano a tenere una presentazione circa il fatto che non è per nulla vero che le emozioni traspaiono in maniera così chiara e che il più delle volte il pubblico non nota per nulla l’ansia da palcoscenico dello speaker fosse sufficiente a migliorare la performance.
Sono stati creati, così, tre gruppi:
– il gruppo di controllo: ai soggetti non viene data alcuna informazione
– il gruppo informato: ai soggetti viene ampiamente spiegata l’illusione di trasparenza
– il gruppo rassicurato: ai soggetti viene detto che l’ansia è una condizione normale, e che essi devono fare del loro meglio.

In particolare, ai soggetti del gruppo informato è stato detto:

Credo ti possa aiutare sapere che le ricerche hanno dimostrato come gli ascoltatori non sono in grado di cogliere le tue emozioni bene quanto tu possa credere. Gli psicologi hanno documentato quella che viene chiamata “l’illusione di trasparenza”. Coloro che parlano in pubblico sentono che il loro nervosismo traspare chiaramente, ma le loro sensazioni, in realtà, non sono così visibili per il pubblico. Questo accade perché se la nostra esperienza emotiva è così forte, noi siamo certi che le nostre emozioni trapelino. Nei fatti, gli osservatori non sono così bravi nel cogliere lo stato emotivo di uno speaker quanto noi possiamo aspettarci. Così, quando tu ti senti nervoso, sei convinto che chiunque tra il pubblico sia in grado di capire quanto sia nervoso; in realtà questo accade molto raramente. Ciò che accade dentro di te, normalmente, si manifesta in maniera troppo sottile per essere colto dagli altri. Con questo in mente, ora dovresti rilassarti e cercare di dare il meglio.
Ricorda che se diventi nervoso, probabilmente sarai il solo ad accorgertene.

Ai tre gruppi di speaker è stato chiesto di parlare davanti ad una videocamera e ad uno specchio (del tipo di quelli utilizzati per gli interrogatori della polizia), dietro al quale i soggetti credevano ci fosse un pubblico (in effetti non c’era nessuno).

Risultato?

Gli speaker del gruppo informato hanno valutato la loro performance in maniera migliore , si aspettavano giudizi migliori da parte dell’audience dietro allo specchio, e hanno giudicato sè stessi come apparentemente molto più rilassati rispetto agli altri due gruppi. Inoltre, quando i video sono stati sottoposti a dei valutatori indipendenti (che non conoscevano a quale gruppo appartenesse ogni speaker), i soggetti del gruppo informato sono apparsi più rilassati, espressivi, efficaci, composti, stilisticamente evoluti rispetto agli altri.

L’essere informati dell’illusione di trasparenza, concludono gli autori, ha permesso ai soggetti di manifestarsi come speaker migliori.

Via Psychology Today

 


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Le funzioni delle slide

Su For, la rivista dell’Associazione Italiana Formatori, un articolo di Daniele Barbieri: Condurre l’attenzione. Tecnologie di presentazione e lezione frontale.
Non condivido totalmente l’impostazione data all’articolo, ma devo dire che ci sono spunti interessanti e ben documentati.
In particolare, mi pare notevole la lista delle possibili funzioni assolte dalle slides e dagli altri supporti di cui una lezione frontale può fare uso: visivi, verbali, sonori, audiovisivi.

Ecco la lista (che lo stesso autore definisce “aperta”) di funzioni che questi supporti possono ricoprire:

  • Funzione di focalizzazione: serve per marcare (attraverso l’apparizione per iscritto) i concetti fondamentali della lezione, per facilitare comprensione e memorizzazione.
    Gli errori possibili nell’uso di questo tipo di funzione sono la proliferazione (troppi punti posti all’attenzione) e quello di sbagliare il bersaglio (porre all’attenzione i punti sbagliati)
  • Funzione di diagramma: serve per mostrare un concetto in maniera diversa o migliore rispetto a quanto lo si potrebbe fare attraverso la spiegazione verbale.
    Errori da evitare: pensare che un diagramma spieghi da solo il concetto.
  • Funzione di esemplificazione: serve per agganciare la teoria astratta con la sua applicazione attraverso un esempio, che permette di percepire i concetti come qualcosa di diverso da semplici astrazioni.
    Errore da evitare: naturalmente, utilizzare cattivi esempi.
  • Funzione di richiamo all’autorità: serve (come l’esemplificazione) a confermare il concetto, ma in questo caso aumentandone la credibilità attraverso la citazione, e, quindi, il richiamo all’autorità.
    Errore da evitare: un uso eccessivo di richiamo all’autorità fa perdere credibilità al docente.
  • Ostentazione di un oggetto di analisi: consiste nel mostrare l’oggetto di cui si sta parlando, in modo che chi ascolta possa essere facilitato nel seguire l’esposizione. In questo senso, si tratta di un caso particolare di esemplificazione.
  • Funzione di dialogo: serve ad instaurare un dialogo (utilizzando delle domande poste, ad esempio, sulle slides) con i partecipanti, o a rendere più interessante la lezione attraverso un meccanismo di domanda / risposta.
  • Funzione di cornice o siparietto: serve da stacco tra un argomento e l’altro, nel suoi minimi termini può consistere in una slide che riporta il titolo dell’argomento che si sta per affrontare.
    Errore da evitare: dare un ruolo eccessivo ai siparietti, che non devono essere protagonisti, ma elementi di cornice.
  • Funzione tensiva di sfondo: significa utilizzare un’animazione o un audiovisivo facendovi accadere qualcosa che induce lo spettatore ad aspettarsi una risoluzione. L’animazione serve, quindi, a mantenere la tensione, dovuta al tentativo di comprendere perchè chi parla permette che scorra alle sue spalle qualcosa che non appare direttamente collegato al suo discorso. Naturalmente (ed è un errore non farlo) prima o poi è necessario che ciò che accade sullo sfondo trovi giustificazione nel discorso del docente.

Mi pare una lista approfondita.
Magari, pensandoci, a voi o a me verranno in mente altre possibili funzioni…
Nel frattempo, queste vanno ad arricchire il mio prossimo corso di public speaking.

Update: in questo post ho aggiunto un paio di funzioni che mi paiono interessanti

 


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