Le capacità del manager

Righe scritte altrove #2

In agosto si dovrebbe leggere più che scrivere. In effetti, è quello che sto facendo.
Oggi, per esempio, Bolaño e Bollani. Che mi è sembrato bello così.

Nel frattempo, però, qualche riga l’ho scritta:

su MySolution|Post:

Perché lo hai fatto? Ovvero, che cosa determina il nostro (e l’altrui) comportamento
Una sorta di back to basics che riassume e schematizza gli elementi che contribuiscono a formare il comportamento (e le relative prospettive di studio)

Un esperimento (probabilmente) falso, una citazione e un post in sospeso
Dove accosto un paio di appunti che mi sono rimasti sulla scrivania in questi giorni.

Tutto quello che ho scritto per MySolution|Post sta qui.

Lo storytelling secondo Salmon

In questi giorni ho riletto alcune parti di Storytelling – La fabbrica delle storie di Christian Salmon.

Il titolo potrebbe ingannare. Questo non è un libro sullo storytelling, è un libro contro lo storytelling ed il suo uso nel marketing, in politica, nella pratica manageriale.
Si tratta di un libro profondo e provocatorio. Di quelli con cui confrontarsi più volte e prendendo i giusti tempi per la riflessione (da qui la rilettura estiva).

Salmon è diretto: a partire dagli anni ’90 la narrazione è stata trasformata da strumento di condivisione dei valori sociali e identitari in un’arma di persuasione di massa utile soltanto a vendere prodotti e idee facendo leva su meccanismi emotivi che hanno pericolosamente rimpiazzato il processo di scelta razionale.

Detto che sono d’accordo con alcune tesi di fondo (la più convincente: la politica si sarebbe trasformata da uno scontro tra ideologie in uno scontro tra narrazioni), mi viene, però, da sottolineare alcuni punti, e lasciarli alla riflessione di chi il libro lo ha già letto e di chi lo vorrà affrontare:

1. Nonostante si tratti, appunto, di un libro contro lo storytelling, la struttura delle argomentazioni è, per lunghi tratti, assai narrativa. Un emblema: per descrivere la comunicazione politica di George W. Bush durante le elezioni di metà mandato del novembre 2006 Salmon (citando Ira Chernus, docente dell’Università del Colorado) parla di “Strategia di Sharāzād”, basata su un semplice principio:

“Quando la politica vi condanna a morte, cominciate a raccontare storie – storie così favolose, così accattivanti, così ammalianti che il re  (o in questo caso i cittadini americani che in teoria governano il nostro Paese) dimenticherà la vostra condanna a morte”.

Pare proprio che per criticare lo storytelling non si trovi di meglio che il ricorso alla narrazione, utilizzata, peraltro in maniera abile ed evocativa.

2. Nel libro vengono presentate (e a volte decontestualizzate) posizioni e idee circa l’uso della narrazione da cui vengono tratte deduzioni generali basate sull’estremizzazione (e sull’iper-semplificazione) di quelle stesse posizioni (qualcosa di molto simile allo straw man argument).
Un esempio:

 Alcuni teorici del management, come David R. Boje, le definiscono storytelling organizations, che si potrebbe tradurre con “imprese che raccontano” o “recitanti” per indicare la funzione strutturante che vi svolge lo storytelling.
“Ogni luogo di lavoro, scuola, servizio pubblico o gruppo religioso locale è una storytelling organization. Ogni organizzazione, dalla semplice impresa di forniture per uffici e dal McDonald’s di quartiere, fino alle organizzazioni che fanno sognare, come la Disney e la Nike, o alle più scandalose come la Enron o Arthur Andersen, sono delle storytelling organizations”.

[…]

Il commento di Salmon:

Lo storytelling è dunque un’operazione più complessa di quanto si potrebbe credere a prima vista: non si tratta soltanto di “raccontare storie” ai dipendenti, di nascondere la realtà con un velo di invenzioni ingannevoli, ma anche di far condividere un insieme di credenze atte a suscitare l’adesione e di orientare i flussi di emozioni, di creare insomma un mito collettivo vincolante.
Scrive David Boje:
“Le storie possono essere prigioni […]

Non conosco nel dettaglio le posizioni di Boje e ne parlo, quindi, soltanto per come appaiono in questo spezzone del libro. La sensazione è che le sue affermazioni vengano “stirate” e semplificate in modo da rinforzare la tesi dell’autore.

3. Salmon individua negli anni ’90 il momento in cui l’uso dello storytelling compie un vero e proprio salto qualitativo, passando dall’età dell’innocenza ad un uso manipolatorio ed eticamente discutibile. A me pare, invece, che più che di un salto di qualità si tratti di un salto di quantità e magari (questo sì) di campi di applicazione. Questo però non significa che le tecniche e gli usi manipolatori dello storytelling non fossero già ampiamente presenti e documentati.

4. Infine (questo è il punto più difficile da sintetizzare, ma anche quello su cui nutro le maggiori perplessità), Salmon sembra identificare lo storytelling con il suo uso a fini di persuasione e punta tutta la sua vis polemica sul fatto che la narrazione sia uno strumento particolarmente affilato per occultare la verità.
Condivido il ragionamento sulla potenza dello strumento. Le ragioni le trovate qui.
Ma di uno strumento, appunto, si tratta.
Voglio dire, se il confine è quello tra verità e menzogna, allora lo stesso vale per qualsiasi tipo di argomentazione (numeri, statistiche e altre tipologie di argomento razionale compresi).
Chi sostiene che un numero sia meno manipolabile di una storia, probabilmente non conosce il dibattito politico in Italia.
In sintesi, mi pare si punti il dito contro lo strumento quando in realtà l’obiettivo è un altro e ha a che vedere con terreni ben più scivolosi.

In  più, chi si occupa di narrazioni, per mestiere o per passione, sa bene che le funzioni della narrazione non si limitano a incapsulare dentro ad una trama un messaggio che, così confezionato, accresce la sua forza di penetrazione facendo leva su alcuni elementi centrali della nostra storia evolutiva.
C’è un’altra funzione della narrazione (e anch’essa viene ampiamente utilizzata negli stessi contesti che descrive Salmon), ed è quella di rompere la capsula del messaggio, esporre il messaggio stesso a meccanismi che proprio attraverso lo storytelling ne arricchiscano il senso.
Una funzione che, al contrario della prima, serve ad allargare invece che a definire e confinare. A tutto questo il libro di Salmon non mi pare faccia alcun cenno.

 

 

Presidio narrativo

La Bibbia è un libro pieno di storie bellissime.
La mia preferita è quella di Giuseppe, figlio di Giacobbe.
Se ce n’è una ben costruita e dall’architettura inattaccabile, però, è la storia di Mosè e di come gli Ebrei si liberarono dalla schiavitù d’Egitto.
Gli ingredienti ci sono proprio tutti: la liberazione dall’oppressione, il Viaggio dell’Eroe, la suspence, il soprannaturale, ma anche l’umano nel suo dispiegarsi più variegato e avvincente.

Lo dico perché qualche giorno fa si è parlato di questa storia con un gruppo di studenti.
Si stava discutendo di una cosa che abbiamo definito un trend, ma solo perché non abbiamo trovato una parola migliore.
E il trend ha a che vedere con la “narrativizzazione” della comunicazione. Con la pervasività dello storytelling, per dirla in un altro modo.
Cercavo di mostrare quanto le narrazioni siano diventate l’asse portante di tante, diverse ed eterogenee strategie di comunicazione.

Non essendo la prima volta che affrontavo il tema, non mi sono sorpreso nel notare che le reazioni (le più varie) hanno portato, dopo breve discussione, a formare due partiti: gli entusiasti (pochi) dello storytelling e gli scettici spaventati (i più).
I primi giù a sottolineare la potenza persuasiva della narrazione, la sua eleganza, la sua capacità di riassumere dentro ad una storia una complessità che sarebbe difficile stringere in altro modo.
In una parola, la sua bellezza.
I secondi a ribattere il carattere per lo più iper semplificativo della narrazione, il suo mirare alla pancia più che alla testa.
In una parola, la sua sostanziale falsità.

Mi sono concesso un po’ di tempo ed ho osservato i due partiti discutere e argomentare: c’è sempre qualcosa da imparare.
Poi ho interrotto con una domanda:

Ditemi una cosa. Se vi dico piramidi, qual è la prima parola che vi viene in mente, quale associazione di idee?

Schiavitù, oppressione, ingiustizia sociale, casta (e via discorrendo) le più frequenti.
E allora ho chiesto da dove, secondo loro, arrivassero queste associazioni spontanee.
Facile: dalle immagini che ci ha tramandato la storia di Mosè (eccola qui), che, proprio per la sua struttura tanto solida, ha ispirato trasposizioni cinematografiche e teatrali a non finire, arrivando ad una diffusione ampia e trasversale.

E fin qui, tutto bene.
Se non fosse per il fatto che gli storici sostengono che questa storia non trova alcun supporto nelle fonti. Non sto dicendo che Mosè non ha aperto le acque del Mar Rosso. Sto dicendo che sussistono forti dubbi sul fatto che il popolo Ebreo ci sia mai nemmeno stato, in Egitto. Ed è pressoché certo che non ci abitò da schiavo, per il semplice motivo che gli schiavi, come noi li intendiamo e come ce li ha mostrati la filmografia sull’Esodo, in Egitto semplicemente non esistevano. A costruire le piramidi, per quel che ne sappiamo, furono lavoratori liberi salariati che godevano anche di alcuni diritti fondamentali (come, per esempio, il diritto di sciopero).

Conclusione? Ne abbiamo tratte parecchie, a dire il vero, di conclusioni con la classe di studenti.
Una la voglio condividere subito (sulle altre tornerò nei prossimi giorni): la narrazione è una forma di comunicazione che va presidiata anche soltanto per un motivo (quando non ce ne fossero altri). Perché se non sarai tu a presidiarla, qualcun altro lo farà per te, con il rischio di fare la fine degli antichi Egizi che, nel nostro immaginario, sono dipinti con toni e tinte che probabilmente non hanno alcun fondamento nella verità storica.

 

Il prezzo del ritardo

Tra gli interventi all’ultimo Festival dell’Economia di Trento (o, almeno, tra quelli che ho potuto ascoltare), il più interessante mi è parso quello di un non economista: il filosofo Michael Sandel.

Interessante per il metodo: quello che la buona vecchia scuola avrebbe chiamato “maieutica”. Nonostante il gran numero di persone che assisteva all’evento, un setting aperto e un procedere per domande / risposte / tesi / antitesi. Ma basta vedere il video di una lezione di Sandel ad Harvard per capire di che cosa parlo e come questo modo di insegnare sia parte del suo fascino e della sua autorevolezza.

Interessante per il contenuto. La sintesi la si può leggere qui.

Voglio sottolineare un punto soltanto: quello in cui Sandel afferma che il denaro, e quindi l’attrazione di alcuni beni nella sfera del mercato, può cambiare in maniera irreversibile la natura di quei beni stessi.
Un esempio: in una scuola israeliana, visti i frequenti ritardi dei genitori nel ritirare i figli, si è introdotta una sorta di “multa” per i genitori ritardatari.
Che cosa è accaduto?
I ritardi sono aumentati.
Si era, infatti, trasformato in oggetto di scambio economico quello che prima era un bene morale e civile. Il prezzo del ritardo prima erano la vergogna e la riprovazione sociale.
Dopo aver introdotto la multa, i genitori hanno invece avuto la sensazione che si trattasse del pagamento di un servizio.
Era cambiata la “natura” di quel bene (il tempo extra che gli insegnanti dovevano dedicare all’attesa dei genitori ritardatari).
Nel constatare l’effetto paradossale del provvedimento, i dirigenti della scuola hanno tentato la retromarcia, abolendo la multa.
Di nuovo, che cosa è accaduto?
Invece che ritornare ai livelli pre-multa, i ritardi sono ulteriormente aumentati.
Il segno che la trasformazione del bene è risultata irreversibile.
Ormai era diventata una questione di calcolo di costo / beneficio, senza implicazioni morali o civili.
Si potrebbe obiettare che, a questo punto, per diminuire i ritardi sarebbe bastato aumentare la multa fino al livello in cui l’esborso superasse il beneficio.
Vero, ma questo non fa che confermare il cambio nella natura del bene.

La conclusione di Sandel:

L’economia, come scienza, deve cambiare, non bisogna porsi domande solo sull’efficienza economica, quando piuttosto se i meccanismi che si vogliono introdurre nel mercato eroderanno le norme sociali e se questo avviene, dobbiamo chiederci se l’aumento di efficienza vale la perdita di questi comportamenti.

Una di quelle domande che, mi pare, cambiano l’angolatura di analisi di molte e varie situazioni.

Cercasi Proust, astenersi perditempo

Qualche giorno fa, durante la pausa di una lezione, si parlava di figli adolescenti. Uno degli allievi criticava l’uso dei social network da parte dei ragazzi di quell’età con un argomento che mi è parso più interessante di altri: il diritto degli adolescenti che le loro stupidaggini vengano dimenticate. In sintesi, diceva che tutti abbiamo fatto qualche cosa stupida a quell’età, cose che oggi non ci passerebbero nemmeno per la testa. Quelle cose sono state, per lo più, dimenticate.
Lo stesso non accade per quanto avviene sui social network, dove tutto viene registrato ed è, potenzialmente, disponibile anche a distanza di molti anni.

Non so se essere d’accordo, che questo rappresenti concretamente un problema.
Di una cosa, però, sono abbastanza sicuro: la tecnologia sta cambiando il nostro rapporto con la memoria e, per estensione, con il tempo.
Fino a poche generazioni or sono, almeno fino all’invenzione della fotografia, quasi nessuno aveva la possibilità di “registrare” in qualche modo l’evoluzione, per esempio, del proprio aspetto fisico e di quello dei propri cari. Senza fotografie, probabilmente avrei dimenticato completamente l’aspetto delle mie figlie quando avevano due o tre anni.
Questa forma di oblio è stata valida (con poche eccezioni) anche per molti anni dopo l’invenzione della fotografia.
Almeno fino a quando quest’ultima è diventata un fenomeno di massa.

Il primo sospetto, non serve dirlo, è che siamo soltanto all’inizio di questa evoluzione.
Il secondo è che l’attrezzarci da un punto di vista tecnologico sia la faccenda meno complicata.

Se, infatti, aggiungiamo (notizia sentita in una trasmissione radio qualche mese fa) che le proiezioni dicono che circa la metà dei nati dopo il 2000 arriverà ad essere centenario, pare che sia proprio il nostro rapporto con il tempo e con la memoria a dover cambiare.
Ci serve, insomma, un nuovo Proust.
Perché (e di questo sono ogni giorno più convinto) cose come queste non possiamo affrontarle senza il contributo dell’arte.

Bamboccionismi

Un paio di considerazioni sulla parte finale di questa campagna elettorale:

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  1. Ancora una volta, come ho già sottolineato qui, la ricerca del consenso è avvenuta molto più facendo leva sulla paura del nemico che su un progetto per il Paese. Lo ha messo in evidenza Luca Sofri. Sono d’accordo con la sua analisi:
    Questa retorica è stata non solo fallimentare, ma addirittura complice dell’inesistenza di progetti nuovi, alternativi, convincenti, adeguati ai tempi.
    Non sottoscrivo, invece, la conclusione.
    Al contrario.
  2. Il risultato più temuto è l’ingovernabilità: che, cioè, dalle urne non esca una maggioranza chiara, tale da consentire a chi ha vinto le elezioni di dare attuazione ai propri programmi.

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La somma di queste due cose la dice lunga su come stiamo messi: male.

Ciò detto, però, in qualsiasi altro sistema organizzato questi sarebbero chiari (e allarmanti) segnali di, chiamiamola così, immaturità.

Ecco.

Solo per dire che non dobbiamo farci illusioni: vale anche per un Paese e per la sua politica.

Nemici. Di chi?

Premetto che non sono tra i nove milioni di italiani che hanno passato la serata di giovedì ad assistere alle schermaglie tra Santoro, Travaglio e Berlusconi. Ho recuperato alcune parti salienti il giorno dopo, e ho letto e sentito un bel po’ di commenti.
Ne ho tratto un’idea: quella della sfida con vincitori e sconfitti, qualunque sia la valutazione su chi stia da una parte o dall’altra, è solo la superficie. Tutti i contendenti avevano già vinto nel momento in cui sono riusciti a mettere insieme questo set, e a conquistare il centro dell’attenzione dei media e degli elettori. Perché a essere davvero messa in discussione, in questi ultimi mesi, è stata la struttura dell’offerta politica italiana, la sua logica di fondo: ogni elezione è stata, negli ultimi vent’anni, un referendum pro o contro Berlusconi.
Questa volta le cose sarebbero potute essere diverse.
E invece, la puntata di Servizio Pubblico ha messo in scena il copione e lo ha reso, di nuovo, credibile. Fatto questo, l’obiettivo era già raggiunto.
C’è un’intera classe dirigente che ha sempre prosperato su questo copione, e che non vuole (probabilmente non sa) recitarne un altro. E un’intera frotta di giornalisti. Sono loro i vincitori. Gli sconfitti sono quelli che credono che la politica possa essere uno scontro duro ma leale tra modi diversi di vedere le cose, tra programmi fatti di soluzioni e non di proclami. Almeno un po’.

Grasso che cola

Martedì sera mi sono sciroppato Berlusconi a Ottoemezzo e, di seguito, Ballarò (non tutto, però, conservo un po’ di rispetto per il mio tempo). Una riflessione sulla performance di Pietro Grasso da Floris (per quanto ho visto io, per nulla convincente).
Parlando di economia ha inanellato una serie di luoghi comuni da Bar Sport, il cui culmine è stato (a memoria) che gli italiani dovrebbero comprare Made in Italy per frenare la delocalizzazione. Peraltro, quest’ultimo parere non era neppure richiesto, visto che la domanda verteva su tutt’altro, ed è stato lo stesso Grasso a voler ritornare a dire la sua su un punto precedente e superato. Il tutto ha scatenato una serie di commenti critici su twitter.

Domanda: ma voi vi aspettate che Grasso abbia da dire qualcosa di profondo, originale, documentato, risolutivo in tema di macro (o micro) economia?
Io, francamente, no.
Per la sua esperienza e la sua storia, io mi aspetto che abbia qualcosa da dire in tema di giustizia, di carceri, di lotta alla criminalità… al limite di pubblica amministrazione.
E allora, chiedo di nuovo, perché prendere posizione su temi su cui, a giudicare da quanto ho visto martedì sera, non ha competenze e su cui, per di più, nessuno gli chiede di averne?

Ci ho pensato un po’, questa mattina, e l’idea che me ne sono fatto è questa: i “tecnici” come Pietro Grasso, quando scendono (o salgono, fate un po’ voi) nell’agone politico e affrontano una campagna elettorale tentano spesso, in maniera più o meno consapevole, di spostare il proprio posizionamento da un ambito verticale (grande esperto di un singolo tema) ad un posizionamento generalista e orizzontale (per governare devo avere un’opinione su una grande varietà di temi).
Ora, se questo può essere utile (non ne sono certo, ma potrebbe) per chi si candida alla premiership (vedi Ingroia, per fare un esempio), è potenzialmente assai dannoso per tutti gli altri. Partito che li candida compreso.
Farei, quindi, molta attenzione a intraprendere un percorso di questo tipo, e, se facessi uno spin doctor, darei poche, semplici, istruzioni a questi candidati “verticali”:

  • parla, per quanto possibile, solo degli argomenti che stanno nel tuo profilo di posizionamento
  • se ti si chiede un’opinione rispetto a temi “altri”, attieniti alle posizioni del partito, oppure cerca di ricondurre la domanda ad un tema che sta nel tuo profilo
  • Su questo tema non ho un’opinione, visto che, se verrò eletto, sarò chiamato ad occuparmi d’altro è una risposta migliore rispetto ad esprimere un’opinione banale, non documentata, da Bar Sport, appunto

Insomma, di questi tempi e visti i precedenti, essere davvero competenti e poter offrire un apporto positivo anche in un solo campo, per un aspirante politico è già grasso che cola… (sorry…)

 

P.S. L’argomento per cui gli italiani dovrebbero comprare Made in Italy per frentare la delocalizzazione, detto per inciso, è una bella rappresentazione di un modo di vedere la politica che, personalmente, mi fa rabbrividire. Ma questa è un’altra storia e, forse, un altro post.

Strategia e frattali

In questi giorni mi capita spesso di insistere in aula su un concetto: quello di visione strategica come visione frattale.
Intendo dire: la visione strategica rispetto ad un processo comportamentale (ma questo può valere anche per altri tipi di processo) è quasi sempre applicabile, utilizzando criteri e distinzioni molto simili, a qualunque livello di zoom si veda il processo.
Il metodo sarebbe, cioè, applicabile sia all’intero processo che a parti dello stesso, a livelli crescenti di dettaglio.
Mi sembra che questo concetto sia particolarmente valido per alcuni dei temi di cui più mi sto occupando in questi giorni: comunicazione, negoziazione, problem solving.
Poi, naturalmente, gli strumenti applicativi (tecniche e tattiche) possono differire anche notevolmente a seconda che ci si trovi ad un livello più o meno macro (o micro) di analisi.

Mi viene da pensare che possa valere anche il contrario. Che, quindi, un buon modo per verificare se ciò che si sta facendo (o su cui si sta riflettendo) ha a che vedere con la strategia oppure no, sia quello di verificare se lo stesso tipo di pensiero (e di criteri e distinzioni) si possa, appunto, applicare a diversi livelli di zoom, senza modifiche sostanziali.

E che questa possa essere una delle caratteristiche del pensiero strategico.

Qualcuno ha idee o opinioni al riguardo?

Anatomia di un’idea

Scrivo abbastanza poco, in questi giorni. Poche idee, e non delle migliori.
Però ho ascoltato parecchio, quello sì. Convegni, lezioni, conversazioni.
Alcuni davvero interessanti.
Di quelli che esci ed hai la sensazione di portarti via un’idea nuova, che dà senso ad un pezzo di mondo.

Mi è accaduta anche una cosa un poco più curiosa.
Ho partecipato, qualche giorno fa, ad una conferenza in cui l’argomento trattato rientrava tra i miei interessi di studio.
Miei, ma di nessun altro dei partecipanti.
Per questo, il relatore ha espresso, giustamente, alcuni concetti di base.
Chi ha partecipato si è portato a casa, appunto, un pezzo di senso.
Ora, si dà il caso che molte delle affermazioni “forti” e dirimenti di quel ragionamento fossero, per usare un eufemismo, poco supportate dalla letteratura.
Eppure, la loro verosimiglianza ha generato un assenso unanime, supportato poi da alcuni esempi in cui è stato piuttosto naturale per i partecipanti identificarsi.
Ho fatto, alla fine, un piccolo esperimento.
Ho parlato con una delle partecipanti, chiedendole di ricordare una di queste affermazioni chiave “illuminanti”. Mi ha confermato di essersi perfettamente identificata nell’idea e nell’esempio conseguente.
Poi, ho preso l’idea, l’ho riconfezionata in modo da giungere a conclusioni opposte.
Mantenendo nella sostanza lo schema linguistico e logico di riferimento, ho costruito un esempio coerente, e le ho chiesto che cosa ne pensasse. Come sospettavo, quest’altra idea, opposta alla prima, pareva anch’essa altrettanto illuminante, e vera.

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