Elementi di cornice

Giovedì ho tenuto il mio secondo intervento nel percorso per lead auditors “Dalla verifica alla gestione”.
Mi sono concentrato sul fatto che, quando si tratta di interpretare o di prevedere il comportamento dei singoli e dei gruppi, sistematicamente commettiamo lo sbaglio di sottovalutare l’importanza della situazione e del contesto.
In generale, ci accontentiamo di una spiegazione “caratteriale” dei comportamenti, invece che ricercarne una “contestuale”.
Spesso, invece, i comportamenti non sono dettati da ragioni profonde che hanno le loro radici nel passato, nella cultura, nella storia personale, nell’educazione… In realtà, molti comportamenti sono dettati dalla sensibilità a fattori ambientali (anche minimi): dalla percezione che si ha del mondo intorno a sé.
Questo non significa che le condizioni psicologiche e le storie personali non siano importanti nello spiegare i comportamenti. C’è, però, una differenza rilevante tra l’essere inclini ad un certo comportamento (per esempio, l’essere propensi al rischio) e l’agire il comportamento stesso. Secondo l’approccio che ho illustrato, alcuni elementi specifici (anche minimi) nell’ambiente potranno servire da grilletto (o, al contrario, da freno) nel passaggio dalla propensione all’azione.

Mi pare un concetto rilevante (e non soltanto per chi, come le persone che hanno assistito all’intervento, si occupa di sicurezza).

Qui sotto le slides del mio intervento.

Il cervello del valutatore

Qui di seguito le slides dell’intervento che ho tenuto ieri nel percorso di formazione Dalla verifica alla gestione. Percorso sperimentale di apprendimento per l’applicazione di un SGSL nei luoghi di lavoro, organizzato in collaborazione con la Fondazione Maugeri.
Ho cercato di illustrare quali bias cognitivi un valutatore deve conoscere e, se possibile, evitare.

Se siete interessati a questo tema, questo è il luogo adatto per dibatterne.

Emozioni e decision making

Che la nostra pancia voglia prender parte (a volte a scapito della nostra testa) nei processi decisionali è sentire comune.
Ma c’è un esperimento condotto dall’équipe diretta dal neurologo Antonio Damasio che ci racconta qualcosa di molto interessante. Ne parlano sia Malcolm Gladwell in Blink, sia Cordelia Fine in Gli inganni della mente. Ecco come lo descrive quest’ultima:

Uno dei temi più recenti e attuali in psicologia riguarda il potere che le emozioni esercitano sulle nostre scelte, persino su quelle che, verrebbe da pensare, richiedono notevoli calcoli mentali e misurazioni accurate. L’esperimento che ha suscitato grande interesse nei confronti del potere dei sentimenti impiegava un gioco d’azzardo per simulare in laboratorio la complessa e indeterminata miscela di rischi e vantaggi che le nostre scelte quotidiane comportano. I ricercatori hanno chiesto ai volontari di selezionare delle carte, più e più volte, scegliendole da uno qualsiasi dei quattro mazzi che avevano di fronte. I volontari non avevano ricevuto molte informazioni sui mazzi: sapevano soltanto che alcuni funzionavano meglio di altri. Quando scoprivano una carta, scoprivano anche se avevano guadagnato o perso punti. Due dei mazzi facevano totalizzare punteggi elevati, ma, ogni tanto, causavano drammatiche perdite. Nell’insieme, se ne deduceva che era meglio evitarli. Gli altri due mazzi, invece, alla lunga si rivelavano più vantaggiosi, poiché determinavano vincite meno eclatanti ma anche perdite meno devastanti. Mentre i volontari erano impegnati nel gioco, i ricercatori registravano le loro reazioni emotive misurando le risposte della “conduttanza epidermica”, termine garbato che indica quanto un soggetto sta sudando. […]
Lo schema delle vittorie e delle sconfitte era troppo complesso perché i volontari riuscissero a calcolare quali erano i mazzi migliori. Eppure, alla fine dell’esperimento, quasi tutti i partecipanti sceglievano le carte dai mazzi vincenti, poiché avevano affinato un “sesto senso” che suggeriva loro quale mazzo evitare. Di per sé, non è un fatto particolarmente straordinario. L’aspetto alquanto singolare era un altro: sembrava che le dita sudate dei volontari calcolassero qual era il mazzo da evitare prima ancora del loro cervello. Nella fase precedente all’intuizione, mentre i volontari stavano ancora scegliendo le carte in modo casuale, i valori della loro conduttanza epidermica si impennavano un attimo prima che essi scegliessero una carta da un mazzo perdente. Solo dopo aver iniziato a manifestare queste scosse emotive di preavviso, i volontari riuscirono a sviluppare la capacità di percepire a livello epidermico che avrebbero dovuto evitare quei mazzi.
Il dominio che queste sensazioni viscerali esercitano sul nostro comportamento divenne palese quando i ricercatori sottoposero allo stesso gioco d’azzardo un paziente che aveva subito una lesione a carico di parte della corteccia prefrontale (il lobo prefrontale ventro-mediale). Costui, che chiameremo con le iniziali EVR, in passato era stato un uomo d’affari di successo, oltre che marito e padre felice, finché in una regione della sua corteccia prefrontale si era sviluppato un tumore che aveva richiesto l’asportazione chirurgica. Subito dopo l’intervento, l’attività professionale e la vita personale di EVR erano andate a gambe all’aria a causa di una bizzarra incapacità di prendere decisioni.
Anche gli acquisti più semplici, come comperare un rasoio o scegliere una marca di shampoo, richiedevano uno snervante confronto fra prezzi e qualità. […]
E quando riusciva a prendere delle decisioni, si trattava quasi sempre di decisioni sbagliate.

La stessa Cordelia Fine ci racconta che EVR non aveva alcun problema a generare una serie di soluzioni alternative del tutto ragionevoli e assennate, ma, come egli stesso ammetteva, non aveva la più pallida idea di quale tra queste soluzioni avrebbe scelto nel momento in cui si fosse trovato a dover decidere davvero.

Come dire che anche la conoscenza più completa e la più acuta razionalità, quando non si accompagnano ad una “conoscenza emotiva”, non ci sono di nessuna utilità nemmeno nelle scelte più banali.