More of the same, or not?

In questi giorni alcune letture mi hanno messo di fronte a due storie che potremmo definire “di successo”; storie di obiettivi ambiziosi raggiunti e di previsioni azzeccate. Due casi molto diversi. La differenza fondamentale sta nel fatto che nel primo caso il successo è arrivato grazie alla capacità di trarre profitto da alcuni fallimenti parziali e dai feedback raccolti da questi fallimenti per modificare sostanzialmente la strategia di approccio al problema. Nel secondo caso, invece, a rivelarsi vincente è stata la perseveranza, direi la cocciuta insistenza nel proseguire senza modificare la strategia (anzi, se possibile amplificandone la portata) proprio quando tutto intorno sembrava dare segnali che sarebbe stato opportuno fare il contrario. Un approccio che potremmo chiamare “more of the same”.

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Come si discuteva nel Gruppo 63

Avevo già scritto che, tra i libri di queste vacanze, c’è “Costruire il nemico” di Umberto Eco.

Condivido uno spunto che mi è parso interessante: Eco parla del clima e della modalità di interazione che si veniva a creare nei ritrovi palermitani del Gruppo 63:

Eppure le persone convenute a Palermo erano accomunate sia da una volontà di sperimentazione che da una esigenza di dialogo rissoso, senza pietà e senza infingimenti. Gli scrittori si leggevano i testi a vicenda ma, dato che c’erano fratture originarie, nessuna lettura fatta riscuoteva il consenso generale. Non ci si dichiarava perplessi: ci si diceva contro. E si diceva il perché. Quali fossero i perché non conta. Conta che in questa società letteraria l’unità si stava realizzando a poco a poco attraverso due implicite assunzioni di metodo: (i) ogni autore sentiva necessario controllare la sua ricerca sottoponendola alle reazioni altrui; (ii) la collaborazione si manifestava come assenza di pietà e di indulgenza.

Correvano definizioni da levare la pelle agli animi troppo sensibili. Espresso pubblicamente nell’ambito di una società letteraria apollinea, ciascuno di questi giudizi avrebbe segnato la fine di una bella amicizia. A Palermo il dissenso generava invece amicizia.

Ecco, mi pare una descrizione piuttosto precisa di quanto intendevo dire qui.

E le due assunzioni di cui parla Eco sono presupposti essenziali perché questo tipo di processo funzioni: la disponibilità al confronto (e la percezione della sua necessità) e – io traduco così la seconda assunzione – la consapevolezza condivisa che in questo tipo di processi si sta “recitando una parte”, e che, quindi, anche l’attacco più diretto ha come fine il miglioramento del prodotto (in questo caso letterario) finale.

Se vigono queste assunzioni, il dissenso può arrivare a generare amicizia.

Premiare il processo decisionale

Dan Ariely presenta spesso idee che provocano la riflessione.
Questa volta, in un articolo per Harvard Business Review, se l’è presa con il fatto che spesso i manager vengono valutati sulla base dei risultati delle loro decisioni, piuttosto che sulla qualità del processo decisionale, senza tenere conto del fatto che diversi fatti accidentali e imprevedibili potrebbero essere la causa della cattiva performance.

Quella che dovrebbe essere valutata, invece, è la qualità del processo decisionale che ha portato a quei risultati.

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Decisori ambidestri

Tom Davenport, in questo articolo sul blog di Harvard Business Review, lancia un’idea sulle modalità di decision making da coltivare in un’organizzazione (che dovrebbero diventare oggetto del suo prossimo libro).

Davenport porta due esempi opposti:

  • un’azienda che non ha un sistema formalizzato di raccolta di informazioni e di decision making, ma che ora, con una grande messe di dati disponibili circa i gusti dei consumatori e le loro evoluzioni, si trova nella situazione di volerne e doverne sviluppare uno
  • un’organizzazione nella quale, invece, lo sviluppo di un sistema formalizzato di decision making basato su dati è stato per molto tempo un punto di forza, ma che, di fronte ad una decisione molto rilevante, ha visto questo sistema fallire.

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Manager nonostante

Sul numero in edicola de “Il mondo“, un breve articolo di Ivan Del Ponte riassume un’intervista a Claudio Fernández-Aráoz, noto headhunter di Egon Zehnder International e autore di Scegliere le persone giuste.

Il titolo: Italiani bocciati nella selezione

Fernández-Aráoz passa in rassegna punti di forza e di debolezza dei manager italiani, ed il catalogo è piuttosto interessante.

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I miti del decision making

Su Ticonzero, un provocatorio articolo di Massimo Pilati sul decision making, assolutamente introduttivo, ma efficace per mettere in evidenza più che le buone pratiche i rischi che si affrontano quotidianamente durante il processo decisionale ed i miti che alimentano errori e fraintendimenti.

Ne riassumo alcuni tratti, che mi sembrano interessanti.

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Tesi, antitesi e sintesi nel processo formativo

Qualche tempo fa vi ho lasciato una riflessione circa il processo decisionale basato su tesi, antitesi e sintesi invece che sulla valutazione equanime delle alternative in gioco, sottolineando alcune applicazioni attuali e potenziali di questo tipo di setting di discussione.

In questi giorni mi è capitato, durante una lezione, di volere spiegare perché, di fronte ad alcune specifiche domande, insistessi nell’adottare un atteggiamento da “avvocato del diavolo”, utilizzando deliberatamente argomentazioni controintuitive e provocatorie. Ho fatto ricorso proprio a questa distinzione nei modelli di decision making.

Vorrei condividere un paio di riflessioni su quanto è accaduto.

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Keynes, aspettative, pensiero critico

Lo scambio interessante di questi giorni ed il rincorrersi di alcuni temi negli ultimi due post (dedicati rispettivamente alle aspettative e al pensiero critico) mi ha ricordato un gioco che ricalca il cosiddetto “concorso di bellezza” di Keynes, citato da Matteo Motterlini nel suo libro “Trappole mentali“.

Il gioco consiste in questo: riunite un gruppo di persone e date loro le seguenti istruzioni (cito dal libro di Motterlini)

Scegliete un numero tra zero e cento e scrivetelo su un foglio senza mostrarlo agli altri. Dopodiché consegnatemi i foglietti e procederò a calcolare la media aritmentica dei numeri che avete scelto. Lo scopo del gioco è cercare di scegliere quel numero che pensate essere più vicino ai due terzi della media dei numeri scelti da tutti. Il vincitore è chi riuscirà ad avvicinarsi di più ai due terzi della media dei numeri scelti da tutti.

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Priming

Su Nòva dello scorso 23 Aprile, un articolo (anzi, a dire il vero, un serie di articoli) di Luca Chittaro sul priming.
Il tema era già stato oggetto di alcune riflessioni in questo post.
Innanzitutto, di che cosa stiamo parlando?
Si ha un fenomeno di priming quando uno stimolo precedente influenza la risposta ad uno stimolo successivo, anche se non vi è una correlazione diretta tra i due stimoli.

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Per uscire dalla crisi è necessario un cambio di prospettive

Su Il Mondo in edicola questa settimana, ho trovato interessante l’intervista al banchiere svizzero Hans Vontobel, che analizza le cause della crisi economica.
Le sue analisi mi sembrano vadano intelligentemente al di là dell’accoppiata mancanza di regole / avidità che trova ampio spazio sulla stampa di questi giorni.

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