Fosse stato uno dei nostri…

In un post di qualche mese fa su Crisi e Sviluppo ho cercato di analizzare le dinamiche del consenso, in particolare quelle basate sulla logica amico-nemico; quei casi, cioè, in cui la ricerca di consenso poggia su argomenti del tipo: là fuori c’è un nemico pericoloso, la coesione interna, il consenso al leader, l’adesione a un’idea servono a distinguersi e difendersi da quel nemico.
Tutto l’apparato comunicativo è concentrato nel mantenere alta la credibilità circa ciò che rende “noi” diversi da “loro” (e, naturalmente, migliori).

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un esempio (ma se ne potrebbero fare molti) di utilizzo di uno stratagemma funzionale a questo tipo di comunicazione.

Davide Boni, nel commentare su Facebook la questione del conto svizzero (contenuto nella lista Falciani) riconducibile a Pippo Civati , ha scritto:

Civati nella lista Falciani, conto in Svizzera, se per caso vi fosse stato all’interno un leghista, avrebbero chiesto l’impiccagione in piazza… Ercolino sempreinpiedi -)

Ora, pare evidente, almeno al momento, che quella su Civati sia una non-notizia, visto che quest’ultimo ha spiegato la provenienza del denaro e che le cifre in gioco (qualche migliaio di euro) non sono tali da creare un caso.
Rimane, comunque, in ottica di comunicazione politica (ma non solo) una buona occasione per riaffermare la propria diversità da un lato e il proprio essere vittime del sistema dall’altro: fosse successo qualcosa di simile a uno di noi, sarebbe stato messo alla berlina.

Sarebbe un po’ come dire (per usare una metafora calcistica):

“Hanno dato un rigore alla Juventus”
“Sì, ma il fallo era evidente”
“Che c’entra: fosse stato fatto un fallo simile a un giocatore dell’Inter il rigore non lo avrebbero dato”.

Affermazione naturalmente indimostrabile, ma che marca, ancora una volta, il territorio dell’identità.

 

Mapping e visual thinking

Mapping-Sorgente-Idea

Nei venerdì di febbraio, dalle 8 alle 10 di sera tengo un corso su Mapping e Visual thinking per l’Associazione Sorgente Idea (a Darfo Boario Terme).

Se qualcuno fosse interessato, il programma sta qui.
Se, invece, avete qualche domanda, potete scriverla come commento a questo post.

 

Il tecnologo e la casalinga (non necessariamente di Voghera)

Il dibattito che in questi giorni si è sviluppato tra Stefano Epifani, Alberto Cottica e Alfonso Fuggetta sul tema dei Digital Champions mi interessa molto. Non conosco granché l’argomento specifico, e non mi ci avventuro. Però chi ha seguito qualche mio intervento ultimamente sa che la questione della composizione di team (e di reti) che sappiano creare (e comunicare) innovazione è centrale nelle mie ricerche e riflessioni di questi mesi.
Mi sembra, infatti, che ci sia una certa confusione (in verità anche il larga parte della letteratura specialistica) tra innovazione, creatività, ricerca, e tra le diverse tipologie di approccio a questi temi.

E uno dei dilemmi che si pongono più spesso è proprio quello che mi sembra emerga dallo scambio di idee appena menzionato: meglio una visione “esperta” (Stefano Epifani scrive – e Alfonso Fuggetta è sulla stessa linea – “Non bastano entusiasmo e buona volontà per ripensare processi, ottimizzare sistemi, promuovere sviluppo. Servono competenze specifiche, capacità, esperienza”) o una visione che potremmo definire “ingenua”, nel senso, proprio, di “esterna” rispetto ad un sapere specialistico (“sindaci che vengono consigliati da pensionati; aziende che si rapportano con hacker sedicenni; ASL che dialogano con casalinghe smart e linuxare”, nelle parole di Alberto Cottica)?

Ora, al di là del caso specifico (e, in realtà, anche di questo specifico dilemma, che è solo uno dei possibili), credo sia proficuo ragionare in termini di efficacia di ciascuna di queste scelte rispetto alla tipologia di output atteso. Proprio questo mi interessa: qual è l’approccio migliore non in assoluto, ma relativamente a ciascuna situazione, che si traduce nel tracciare potenzialità e limiti di ogni approccio e di incrociarli con la fenomenologia e i risultati attesi di ciascun processo (innovazione, ricerca, creatività, …)

Per ora, soltanto una suggestione che arriva dalle pagine introduttive di “Design-Driven Innovation” di Roberto Verganti (la traduzione è mia):

[…] Ma la creatività ha poco a che vedere con la ricerca. La creatività implica la generazione veloce di molte idee (the more, the better); la ricerca richiede l’esplorazione instancabile di una visione (the deeper and more robust, the better). La creatività spesso dà valore alla prospettiva del neofita; la ricerca dà valore alla conoscenza e al sapere. La creatività costruisce varietà e divergenza; la ricerca sfida un paradigma esistente con una vision specifica attorno alla quale convergere. La creatività è culturalmente neutra, purché aiuti a risolvere problemi; la ricerca sui significati è intrinsecamente visionaria e costruita sulla cultura personale del ricercatore.

Al di là del tema più strettamente legato alla comunicazione e alla “evangelizzazione” che senz’altro è rilevante per i Digital Champions (e di cui ho scritto qualcosa qui), credo allora che la domanda essenziale sia: serve più un approccio creativo o un approccio di ricerca?
O, in modo meno banale, qual è il mix tra questi approcci che può essere più efficace in ciascuna fase di questo processo?

Tornerò presto sul tema in maniera più articolata.
Se però, nel frattempo, qualcuno ha qualche idea in più…

Righe scritte altrove #12

Ho scritto un nuovo contributo per MySolution|Post:

La ricetta del comunicare
Dove si analizzano i quattro ingredienti fondamentali con cui costruire una strategia di comunicazione

Tutto quello che ho scritto per Mysolution|Post sta qui.

 

 

Fenomenologia dell’open-day

La figlia tredicenne tra qualche settimana deve decidere quale scuola superiore frequenterà. Ho scoperto, di conseguenza, un fenomeno di cui sapevo poco o nulla e che meriterebbe un po’ di approfondimenti: l’open day.
Le scuole si mettono, una volta l’anno, a fare marketing: invitano gli studenti e i genitori a passare qualche ora (di solito il sabato pomeriggio) dentro alle strutture scolastiche e illustrano (termine anche qui abbastanza markettaro) l’offerta formativa.
Immagino i preparativi: tutto l’istituto da tirare a lucido, aula magna in primis, e mercanzia da esporre: laboratori linguistici, aule, palestre, laboratori informatici (tra parentesi, l’idea stessa di “laboratorio informatico” mi sa di scollegamento con la realtà, ma forse è una fissazione mia).
Poi, c’è chi ci riesce meglio e chi peggio, in questo maquillage ad uso di famiglie benintenzionate. Anzi, qualcuno lo fa proprio bene. Buffet compreso.

Due cose mi sono portato a casa, in generale.

La prima: molti degli insegnanti che ho incontrato si rappresentano come una categoria sotto assedio, tanto da sentirsi in qualche caso addirittura in dovere di giustificare la propria esistenza (gli insegnanti di latino e greco sono il prototipo di questo fenomeno).
Sarà che si è rotto (irreparabilmente?) il patto generazionale che li legava ai genitori nell’opera educativa, sarà che si tratta della prima generazione di insegnanti che si trova a confrontarsi con genitori che o hanno il loro stesso grado di istruzione (quando non superiore), oppure del grado di istruzione se ne fregano e si relazionano, di conseguenza, senza timori reverenziali. Quale che sia la ragione, la sensazione netta (non sempre, ma davvero spesso) è quella di un posizionarsi sulla difensiva, impegnati più a giustificare il proprio ruolo che a rileggerlo alla luce di un processo educativo che altroché se ha ancora bisogno di loro. Probabilmente oggi più di ieri.

La seconda: molti tra questi stessi insegnanti sono completamente digiuni dei meccanismi base della comunicazione. Intendo proprio l’ABC. Quello che ti insegna a distinguere il momento in cui puoi sfruttare la tua autorevolezza da quello in cui l’autorevolezza te la devi ancora costruire, per esempio. Nel secondo caso, se vuoi trasmettere che il latino è importante, non serve quasi a nulla dire che il latino è importante. Prima si guadagna l’autorevolezza, poi si consegna il messaggio.

Insomma, a parte qualche eccezione, la sensazione è che si tenti di salvare il salvabile, di difendere il fortino.

Qualche volta mi è anche venuto voglia di dirglielo, a qualcuno di questi insegnanti, che qui fuori non si sta poi così male, e che c’è bisogno di loro per stare anche meglio. Che è vero, il latino è importante. L’ho studiato e mi è servito parecchio. Ma che la differenza non l’ha fatta il latino, o la matematica o la filosofia. L’hanno fatta (allora come, credo, oggi) gli insegnanti stessi, quando hanno avuto la forza di sfidarci sul nostro terreno, di guadagnarsi l’autorevolezza nel confronto, continuo e senza sconti.

Righe scritte altrove #2

In agosto si dovrebbe leggere più che scrivere. In effetti, è quello che sto facendo.
Oggi, per esempio, Bolaño e Bollani. Che mi è sembrato bello così.

Nel frattempo, però, qualche riga l’ho scritta:

su MySolution|Post:

Perché lo hai fatto? Ovvero, che cosa determina il nostro (e l’altrui) comportamento
Una sorta di back to basics che riassume e schematizza gli elementi che contribuiscono a formare il comportamento (e le relative prospettive di studio)

Un esperimento (probabilmente) falso, una citazione e un post in sospeso
Dove accosto un paio di appunti che mi sono rimasti sulla scrivania in questi giorni.

Tutto quello che ho scritto per MySolution|Post sta qui.

Lo storytelling secondo Salmon

In questi giorni ho riletto alcune parti di Storytelling – La fabbrica delle storie di Christian Salmon.

Il titolo potrebbe ingannare. Questo non è un libro sullo storytelling, è un libro contro lo storytelling ed il suo uso nel marketing, in politica, nella pratica manageriale.
Si tratta di un libro profondo e provocatorio. Di quelli con cui confrontarsi più volte e prendendo i giusti tempi per la riflessione (da qui la rilettura estiva).

Salmon è diretto: a partire dagli anni ’90 la narrazione è stata trasformata da strumento di condivisione dei valori sociali e identitari in un’arma di persuasione di massa utile soltanto a vendere prodotti e idee facendo leva su meccanismi emotivi che hanno pericolosamente rimpiazzato il processo di scelta razionale.

Detto che sono d’accordo con alcune tesi di fondo (la più convincente: la politica si sarebbe trasformata da uno scontro tra ideologie in uno scontro tra narrazioni), mi viene, però, da sottolineare alcuni punti, e lasciarli alla riflessione di chi il libro lo ha già letto e di chi lo vorrà affrontare:

1. Nonostante si tratti, appunto, di un libro contro lo storytelling, la struttura delle argomentazioni è, per lunghi tratti, assai narrativa. Un emblema: per descrivere la comunicazione politica di George W. Bush durante le elezioni di metà mandato del novembre 2006 Salmon (citando Ira Chernus, docente dell’Università del Colorado) parla di “Strategia di Sharāzād”, basata su un semplice principio:

“Quando la politica vi condanna a morte, cominciate a raccontare storie – storie così favolose, così accattivanti, così ammalianti che il re  (o in questo caso i cittadini americani che in teoria governano il nostro Paese) dimenticherà la vostra condanna a morte”.

Pare proprio che per criticare lo storytelling non si trovi di meglio che il ricorso alla narrazione, utilizzata, peraltro in maniera abile ed evocativa.

2. Nel libro vengono presentate (e a volte decontestualizzate) posizioni e idee circa l’uso della narrazione da cui vengono tratte deduzioni generali basate sull’estremizzazione (e sull’iper-semplificazione) di quelle stesse posizioni (qualcosa di molto simile allo straw man argument).
Un esempio:

 Alcuni teorici del management, come David R. Boje, le definiscono storytelling organizations, che si potrebbe tradurre con “imprese che raccontano” o “recitanti” per indicare la funzione strutturante che vi svolge lo storytelling.
“Ogni luogo di lavoro, scuola, servizio pubblico o gruppo religioso locale è una storytelling organization. Ogni organizzazione, dalla semplice impresa di forniture per uffici e dal McDonald’s di quartiere, fino alle organizzazioni che fanno sognare, come la Disney e la Nike, o alle più scandalose come la Enron o Arthur Andersen, sono delle storytelling organizations”.

[…]

Il commento di Salmon:

Lo storytelling è dunque un’operazione più complessa di quanto si potrebbe credere a prima vista: non si tratta soltanto di “raccontare storie” ai dipendenti, di nascondere la realtà con un velo di invenzioni ingannevoli, ma anche di far condividere un insieme di credenze atte a suscitare l’adesione e di orientare i flussi di emozioni, di creare insomma un mito collettivo vincolante.
Scrive David Boje:
“Le storie possono essere prigioni […]

Non conosco nel dettaglio le posizioni di Boje e ne parlo, quindi, soltanto per come appaiono in questo spezzone del libro. La sensazione è che le sue affermazioni vengano “stirate” e semplificate in modo da rinforzare la tesi dell’autore.

3. Salmon individua negli anni ’90 il momento in cui l’uso dello storytelling compie un vero e proprio salto qualitativo, passando dall’età dell’innocenza ad un uso manipolatorio ed eticamente discutibile. A me pare, invece, che più che di un salto di qualità si tratti di un salto di quantità e magari (questo sì) di campi di applicazione. Questo però non significa che le tecniche e gli usi manipolatori dello storytelling non fossero già ampiamente presenti e documentati.

4. Infine (questo è il punto più difficile da sintetizzare, ma anche quello su cui nutro le maggiori perplessità), Salmon sembra identificare lo storytelling con il suo uso a fini di persuasione e punta tutta la sua vis polemica sul fatto che la narrazione sia uno strumento particolarmente affilato per occultare la verità.
Condivido il ragionamento sulla potenza dello strumento. Le ragioni le trovate qui.
Ma di uno strumento, appunto, si tratta.
Voglio dire, se il confine è quello tra verità e menzogna, allora lo stesso vale per qualsiasi tipo di argomentazione (numeri, statistiche e altre tipologie di argomento razionale compresi).
Chi sostiene che un numero sia meno manipolabile di una storia, probabilmente non conosce il dibattito politico in Italia.
In sintesi, mi pare si punti il dito contro lo strumento quando in realtà l’obiettivo è un altro e ha a che vedere con terreni ben più scivolosi.

In  più, chi si occupa di narrazioni, per mestiere o per passione, sa bene che le funzioni della narrazione non si limitano a incapsulare dentro ad una trama un messaggio che, così confezionato, accresce la sua forza di penetrazione facendo leva su alcuni elementi centrali della nostra storia evolutiva.
C’è un’altra funzione della narrazione (e anch’essa viene ampiamente utilizzata negli stessi contesti che descrive Salmon), ed è quella di rompere la capsula del messaggio, esporre il messaggio stesso a meccanismi che proprio attraverso lo storytelling ne arricchiscano il senso.
Una funzione che, al contrario della prima, serve ad allargare invece che a definire e confinare. A tutto questo il libro di Salmon non mi pare faccia alcun cenno.

 

 

Presidio narrativo

La Bibbia è un libro pieno di storie bellissime.
La mia preferita è quella di Giuseppe, figlio di Giacobbe.
Se ce n’è una ben costruita e dall’architettura inattaccabile, però, è la storia di Mosè e di come gli Ebrei si liberarono dalla schiavitù d’Egitto.
Gli ingredienti ci sono proprio tutti: la liberazione dall’oppressione, il Viaggio dell’Eroe, la suspence, il soprannaturale, ma anche l’umano nel suo dispiegarsi più variegato e avvincente.

Lo dico perché qualche giorno fa si è parlato di questa storia con un gruppo di studenti.
Si stava discutendo di una cosa che abbiamo definito un trend, ma solo perché non abbiamo trovato una parola migliore.
E il trend ha a che vedere con la “narrativizzazione” della comunicazione. Con la pervasività dello storytelling, per dirla in un altro modo.
Cercavo di mostrare quanto le narrazioni siano diventate l’asse portante di tante, diverse ed eterogenee strategie di comunicazione.

Non essendo la prima volta che affrontavo il tema, non mi sono sorpreso nel notare che le reazioni (le più varie) hanno portato, dopo breve discussione, a formare due partiti: gli entusiasti (pochi) dello storytelling e gli scettici spaventati (i più).
I primi giù a sottolineare la potenza persuasiva della narrazione, la sua eleganza, la sua capacità di riassumere dentro ad una storia una complessità che sarebbe difficile stringere in altro modo.
In una parola, la sua bellezza.
I secondi a ribattere il carattere per lo più iper semplificativo della narrazione, il suo mirare alla pancia più che alla testa.
In una parola, la sua sostanziale falsità.

Mi sono concesso un po’ di tempo ed ho osservato i due partiti discutere e argomentare: c’è sempre qualcosa da imparare.
Poi ho interrotto con una domanda:

Ditemi una cosa. Se vi dico piramidi, qual è la prima parola che vi viene in mente, quale associazione di idee?

Schiavitù, oppressione, ingiustizia sociale, casta (e via discorrendo) le più frequenti.
E allora ho chiesto da dove, secondo loro, arrivassero queste associazioni spontanee.
Facile: dalle immagini che ci ha tramandato la storia di Mosè (eccola qui), che, proprio per la sua struttura tanto solida, ha ispirato trasposizioni cinematografiche e teatrali a non finire, arrivando ad una diffusione ampia e trasversale.

E fin qui, tutto bene.
Se non fosse per il fatto che gli storici sostengono che questa storia non trova alcun supporto nelle fonti. Non sto dicendo che Mosè non ha aperto le acque del Mar Rosso. Sto dicendo che sussistono forti dubbi sul fatto che il popolo Ebreo ci sia mai nemmeno stato, in Egitto. Ed è pressoché certo che non ci abitò da schiavo, per il semplice motivo che gli schiavi, come noi li intendiamo e come ce li ha mostrati la filmografia sull’Esodo, in Egitto semplicemente non esistevano. A costruire le piramidi, per quel che ne sappiamo, furono lavoratori liberi salariati che godevano anche di alcuni diritti fondamentali (come, per esempio, il diritto di sciopero).

Conclusione? Ne abbiamo tratte parecchie, a dire il vero, di conclusioni con la classe di studenti.
Una la voglio condividere subito (sulle altre tornerò nei prossimi giorni): la narrazione è una forma di comunicazione che va presidiata anche soltanto per un motivo (quando non ce ne fossero altri). Perché se non sarai tu a presidiarla, qualcun altro lo farà per te, con il rischio di fare la fine degli antichi Egizi che, nel nostro immaginario, sono dipinti con toni e tinte che probabilmente non hanno alcun fondamento nella verità storica.

 

Bamboccionismi

Un paio di considerazioni sulla parte finale di questa campagna elettorale:

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  1. Ancora una volta, come ho già sottolineato qui, la ricerca del consenso è avvenuta molto più facendo leva sulla paura del nemico che su un progetto per il Paese. Lo ha messo in evidenza Luca Sofri. Sono d’accordo con la sua analisi:
    Questa retorica è stata non solo fallimentare, ma addirittura complice dell’inesistenza di progetti nuovi, alternativi, convincenti, adeguati ai tempi.
    Non sottoscrivo, invece, la conclusione.
    Al contrario.
  2. Il risultato più temuto è l’ingovernabilità: che, cioè, dalle urne non esca una maggioranza chiara, tale da consentire a chi ha vinto le elezioni di dare attuazione ai propri programmi.

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La somma di queste due cose la dice lunga su come stiamo messi: male.

Ciò detto, però, in qualsiasi altro sistema organizzato questi sarebbero chiari (e allarmanti) segnali di, chiamiamola così, immaturità.

Ecco.

Solo per dire che non dobbiamo farci illusioni: vale anche per un Paese e per la sua politica.

Nemici. Di chi?

Premetto che non sono tra i nove milioni di italiani che hanno passato la serata di giovedì ad assistere alle schermaglie tra Santoro, Travaglio e Berlusconi. Ho recuperato alcune parti salienti il giorno dopo, e ho letto e sentito un bel po’ di commenti.
Ne ho tratto un’idea: quella della sfida con vincitori e sconfitti, qualunque sia la valutazione su chi stia da una parte o dall’altra, è solo la superficie. Tutti i contendenti avevano già vinto nel momento in cui sono riusciti a mettere insieme questo set, e a conquistare il centro dell’attenzione dei media e degli elettori. Perché a essere davvero messa in discussione, in questi ultimi mesi, è stata la struttura dell’offerta politica italiana, la sua logica di fondo: ogni elezione è stata, negli ultimi vent’anni, un referendum pro o contro Berlusconi.
Questa volta le cose sarebbero potute essere diverse.
E invece, la puntata di Servizio Pubblico ha messo in scena il copione e lo ha reso, di nuovo, credibile. Fatto questo, l’obiettivo era già raggiunto.
C’è un’intera classe dirigente che ha sempre prosperato su questo copione, e che non vuole (probabilmente non sa) recitarne un altro. E un’intera frotta di giornalisti. Sono loro i vincitori. Gli sconfitti sono quelli che credono che la politica possa essere uno scontro duro ma leale tra modi diversi di vedere le cose, tra programmi fatti di soluzioni e non di proclami. Almeno un po’.