Direttività vs Partecipazione

Su MySolution|Post, il secondo post di tre post sulla gestione di un team di lavoro.

In questo caso si parla della scelta tra privilegiare la direttività o favorire la partecipazione.

Lavoro in team: il trade-off tra direttività e partecipazione

Il primo articolo introduttivo è:

Lavoro in team: un trade-off e un “cul de sac”

Tutto quello che ho scritto per Mysolution|Post sta qui.

Capitale umano

Oggi su La Repubblica – Affari e Finanza un articolo sulla “Rivincita del capitale umano”, con alcune mie idee frutto di un’intervista con Vito de Ceglia.

Si parla dell’evoluzione degli assetti organizzativi nelle grandi imprese e nelle PMI, di internazionalizzazione, di change management e (poco) di Jobs Act.

L’articolo completo è qui

 

Scelte di team management

Su MySolution|Post, il primo di una serie di post in cui delineo gli elementi fondamentali di due questioni che si pongono quotidianamente nella gestione di un team: la scelta tra direttività partecipazione e la scelta tra il focalizzare la propria comunicazione al fine di creare consenso oppure al fine di ridurre il rischio di conformismo.

Lavoro in team: un trade-off e un “cul de sac”

 

Tutto quello che ho scritto per Mysolution|Post sta qui.

Rilassatevi! (Uno sfogo)

Un corollario rispetto alle riflessioni del post precedente.

A lato degli episodi che mi hanno suggerito quanto ho scritto sul senso di precarietà, mi è capitato di incontrare un paio di imprenditori ultrasettantenni (uno credo abbia superato gli ottanta) ancora saldamente alla guida delle loro aziende. Lavoratori indefessi, si sarebbe detto in un linguaggio un po’ antico. Gente da prima linea.
Mi ha incuriosito cercare di capire quale possa essere la motivazione che porta un uomo che (almeno dal mio punto di vista) ha già dimostrato al mondo le sue capacità a continuare a lottare anche ad un’età in cui potrebbe godere i frutti di quanto ha costruito e, magari, prendersi più tempo per sé e per gli affetti (o per coltivare nuove passioni, per vivere una nuova, seconda vita).
Premesso che ciascuno, vivaddio, del suo tempo fa ciò che vuole, le risposte mi sono sembrate curiose, per lo meno per come mi sono state espresse (le vere motivazioni le conoscono soltanto i diretti interessati, e forse neppure loro): in entrambi i casi avevano a che vedere con il fatto che questi imprenditori si sentono assolutamente indispensabili e insostituibili. Senza di loro l’azienda, il gruppo, l’organizzazione non avrebbero futuro, insomma. Non l’hanno detto proprio così, ma il senso mi è parso proprio quello: nessuno a parte loro con sufficienti competenze, capacità, volontà, motivazione. Eccetera.

Ecco, una cosa avrei voluto rispondere (un po’ l’ho fatto, ma mi sono anche trattenuto): rilassatevi! Nessuno è indispensabile quanto crede di essere. I figli dei nostri nipoti probabilmente nemmeno ricorderanno il nostro nome. Non confondiamo l’essere unici (ognuno di noi lo è) con l’essere indispensabili. Sono cose diverse, e la differenza non è piccola.
Quante volte (avrei voluto chiedere loro) avete sostituito un collaboratore che sembrava indispensabile e il giorno dopo vi siete accorti che poco o nulla è cambiato? Ecco, è così anche per voi.
È così anche per me: io non sono indispensabile. Nel momento in cui smetterò di insegnare, di scrivere, di fare quel che faccio, qualcun altro lo farà al mio posto. Magari anche meglio. Probabilmente anche meglio, specie se avrà trenta o quarant’anni meno di me e conoscerà da “nativo” i cambiamenti che nel frattempo saranno occorsi nel modo di insegnare, di scrivere, di fare quel che faccio.

Unico non vuol dire indispensabile.
Non so voi, ma io trovo questa cosa parecchio rilassante.
La consapevolezza di potere, sì, dare un contributo originale, ma non indispensabile. Significa che dove non ce la faccio ad arrivare (dopo averci messo tutto l’impegno), sarà qualcun altro ad arrivare, magari con modi e tempi diversi (migliori, peggiori, semplicemente diversi?).

Quindi, rilassatevi. Fatemi questa cortesia.

Gli strumenti del leader

Il prossimo 7 novembre sarò a Mogliano Veneto, ospite di La grande differenza, per un laboratorio sul tema della leadership nelle piccole organizzazioni e nei gruppi.
Partiremo da esperienze concrete e ci confronteremo su temi del tipo:

  • come farsi riconoscere la leadership?
  • quando essere direttivi e quando, invece, favorire la partecipazione delle persone alle decisioni?
  • come fare per motivare i collaboratori?
  • come sviluppare l’autonomia in modo da poter delegare di più?
  • come affrontare e risolvere i conflitti?

Il programma dettagliato e tutte le informazioni li trovate qui.

Grazie a Francesca e Sebastiano per l’invito.

Chi fosse interessato può anche contattarmi direttamente per ulteriori informazioni.

La manutenzione della comunità

Alfonso Fuggetta ieri, 2 giugno, ha pensato di mettere al centro un tema interessante: Il senso perduto della comunità.

Sono sostanzialmente d’accordo con molto di quello che dice e concentro l’attenzione soltanto su un aspetto (forse di dettaglio, per me rilevante).
Alfonso ricorda, all’inizio del suo ragionamento, di essere cresciuto in parrocchia, all’oratorio. Ne fa un esempio di comunità. Io non solo all’oratorio ci sono cresciuto, ma continuo a passarci parecchio del mio tempo libero. Vivo in provincia e qui le parrocchie sono ancora veri centri di aggregazione.
Pensando a quest’esperienza, e sullo stimolo delle riflessioni di Alfonso, vedo un paio di cose che mi sembrano caratteristiche di quelle strutture aggreganti che possiamo, in qualche modo, chiamare comunità (al di là della loro matrice più o meno religiosa).

La prima è la disponibilità da parte di chi vi appartiene a dedicare tempo (si potrebbe parlare genericamente di “risorse”, ma, mi pare, il tempo è la risorsa più indicativa in questo caso) alla “manutenzione” della comunità stessa.
Un esempio banale di questi giorni: l’oratorio della parrocchia aveva bisogno di lavori straordinari. Alcuni amici hanno dedicato il loro tempo e le loro capacità professionali a questi lavori. Questo consentirà di contenere le spese e, con le risorse a disposizione, poter fare di più. Ho in mente la scena di una mamma-volontaria che porta un caffè a questi che stavano, appunto, lavorando alla manutenzione di un bene comunitario. A proposito di qualità delle relazioni.
La prossima domenica, conclusi i lavori, la comunità stessa si è incaricata di sbrigare le pulizie, in modo che tutto sia pronto per il Grest (il centro ricreativo estivo per bambini e ragazzi). Non sto parlando soltanto di volontariato (di cui fortunatamente il tessuto sociale del nostro scassatissimo Paese è ancora molto ricco): sto parlando della consapevolezza che la relazione del singolo con la comunità implica non solo uno scambio utilitaristico (un do ut des), ma la volontà di spendersi affinché si creino condizioni utili a tutti quanti partecipano e parteciperanno.
Non so se sono riuscito a spiegarmi.
Questo mi pare un indicatore che la comunità sia vissuta come un bene in sé, meritevole di attenzione.

La seconda cosa ha a che vedere con il fatto che una comunità che funziona celebra momenti identitari, spesso anche in modo rituale.
Ora, se parliamo di una parrocchia, è chiaro che i momenti rituali non mancano.
Però, anche qui, è il modo in cui li si celebra che fa la differenza. Ci sono momenti, nella vita di una comunità, che scandiscono il respiro della comunità stessa, ne celebrano l’identità e, così facendo, contribuiscono a rafforzarla. Non sto legittimando una sorta di “pensiero magico”, sto solo sostenendo che il gusto di celebrare momenti chiave, anche in modo simbolico, è uno degli ingredienti fondamentali dell’aggregazione.
Ne ho parlato, seppur da un’angolazione diversa, in altri post: qui e qui.

Il punto di fondo comune alle due caratteristiche mi pare proprio il fatto di trattare la comunità come un’entità in sé e per sé, un qualcosa di superiore alla somma delle individualità, che va salvaguardato, “manutenuto” (appunto), reso oggetto di attenzione non strumentale.

Renzi, l’Italicum, la buonascuola e il tema del consenso

C’è un momento, nelle cene tra amici, che si comincia a parlare di politica.
Non succede sempre. Dipende dagli amici, e dalla cena.
In questi giorni succede spesso, e con un tema ricorrente: Renzi (il fatto che politica e Renzi siano ormai quasi un sinonimo in queste conversazioni già vuole dire qualcosa).
Poi, il tema presenta varie sfaccettature: l’Italicum e la fiducia, l’immigrazione, il lavoro. E, come si fa in queste discussioni, si mette tutto insieme in maniera piuttosto abborracciata.
Devo dire che faccio molta fatica ad esprimere pareri, di solito perché non mi sento in grado di sostenere un’idea documentata (e per la mia forma mentis è l’unico modo per sostenere un’idea), ma spesso anche perché mi rendo conto che il mio parere è probabilmente poco interessante e contestualizzato rispetto al tono di quelle discussioni.
E allora lo dico qui.
Così, la prossima volta, magari lascio il link di questo post a chi mi chiede la mia opinione, che ne so, sulla costituzionalità dell’Italicum.

Parto dall’assunto di base di quel che penso di Renzi: credo che sia uno dei pochi politici in Italia (e forse in Europa) che ha una chiara e coerente strategia di gestione del consenso.
(Tra parentesi: il fatto che questa strategia funzioni più o meno per quanto mi riguarda è molto meno interessante del fatto che sia, appunto, chiara e coerente).

Ho già scritto più volte di come il consenso si possa creare in due modi: attraverso la costruzione di un nemico oppure attraverso la condivisione di una progettualità.
I vantaggi del primo modo sono la velocità nella creazione del consenso, la facilità nella gestione del dissenso interno e il focus sui comportamenti del nemico più che sui propri.
Il rovescio della medaglia:

  • definire la propria identità soltanto per differenza rispetto al nemico vuole dire, comunque, non costruire un modello proprio che diventi un polo di attrazione di nuovo consenso, specialmente se esterno rispetto alla cerchia iniziale;
  • non avere un polo di attrazione, ma soltanto un polo di repulsione si traduce spesso nel dover tollerare, nel gruppo o nell’organizzazione, delle “schegge impazzite” che, se anche si applicano per infliggere delle perdite al nemico, non sanno però “fare squadra”;
  • il consenso è strettamente legato alla credibilità del nemico: se viene a mancare il sistema implode (di solito in modo piuttosto rapido).

Mi pare che questa lettura spieghi alcuni delle caratteristiche fondamentali della parabola politica di leader che hanno (anche recentemente) calcato le scene della politica italiana.

Rimane il fatto, in ogni caso, che la costruzione di un nemico sia il modo più veloce di aggregare consenso, specie quando il potere ce l’ha qualcun altro.

E qui, il primo “colpo” di Renzi al sistema.Mi sembra evidente che questa sia stata la logica costitutiva, vorrei dire strutturale, del panorama politico italiano almeno dalla metà degli anni ’90. Renzi, all’inizio del suo percorso, ha cavalcato questa logica, ma ha completamente spostato l’asse della distinzione amico / nemico da un tema più o meno esplicitamente ideologico a un tema generazionale (la “rottamazione”), mescolando, da un lato, le carte e, dall’altro, trovando un registro di comunicazione assolutamente coerente.
Di sfuggita, faccio notare come anche l’altro fenomeno nuovo nella politica italiana, il Movimento 5 Stelle e il suo leader (o non-leader, a vostra scelta) Beppe Grillo abbia usato come “mossa del cavallo” iniziale uno spostamento dell’asse amico / nemico (la “società civile” contro la “casta politica”).

Una volta però raggiunta la massa critica di consenso sufficiente per aspirare a prendere il potere (non ancora per assumerlo: parlo della fase precedente alla costituzione del suo governo), Renzi ha cambiato completamente le modalità di costruzione del consenso dalla logica di creazione e mantenimento del nemico ad una logica progettuale (#lavoltabuona, #cambiaverso, eccetera), anche qui spiazzando i suoi avversari.
Da allora, quasi più nessun nemico nella strategia di comunicazione di Renzi. Solo possibili interlocutori, più o meno credibili a seconda delle circostanze e dei progetti. E, anche qui, molta abilità nel cambiare pelle e grande coerenza nel registro comunicativo. I soli ad essere additati (ma non si può parlare di nemici) sono coloro che vengono accusati di opporsi in maniera preconcetta al cambiamento e ai suoi effetti positivi (gufi e rosiconi).

Anche questa modalità di creazione e di mantenimento del consenso ha i suoi svantaggi (oltre a non usufruire di alcuni dei vantaggi della logica del nemico): il primo fra tutti è che il tempo diventa una risorsa fondamentale, pena il rischio di venire “cotti a fuoco lento” dalla melina degli avversari.
Come ho illustrato in questo post (il tema era diverso, si parlava di motivazione, ma le categorie in campo sono più o meno le stesse), infatti, per costruire consenso su un progetto non basta persuadere sul senso e sul valore del progetto (la dimensione del significato), va assolutamente presidiato anche il tema del progresso (comunicando i risultati raggiunti e, a volte, forzando la mano per raggiungerli), pena far ricadere i propri supporter/elettori in un senso di frustrazione.
L’asse fondamentale della comunicazione diventa, quindi, la costruzione di risultati da esibire per mantenere alto il consenso sul progetto.
E questo spiegherebbe bene le due caratteristiche fondamentali della comunicazione di Renzi negli ultimi mesi:

  • la focalizzazione forte sui risultati raggiunti (o presunti tali)
  • la pressione sul tempo come dimensione fondamentale dell’azione politica (“Abbiamo discusso, abbiamo ascoltato, adesso è il momento dell’azione” – Vedi l’Italicum, ma ci sono molti altri esempi: la scuola, il Jobs Act, eccetera).

Una paio di precisazioni.

La prima: qualsiasi strategia di costruzione del consenso è un mix delle due logiche che ho cercato di illustrare, ma è vero che (e questo nella comunicazione renziana mi pare evidente) per essere efficace ogni fase deve puntare in maniera decisa su una delle due logiche, e costruire una narrazione coerente con questa logica. Il limite maggiore del M5S è proprio un’incapacità che vorrei quasi definire strutturale (e in questo il leader / non-leader non è esente da colpe) di passare da una logica all’altra.

La seconda: finché si sta all’opposizione la logica amico/nemico è di gran lunga più facile da perseguire, vista la presenza di un nemico (chi sta al governo) che, nel bene o nel male, delle scelte le deve operare e deve, quindi, mostrare il fianco alla critica. Il timing del passaggio da una logica all’altra è un tema di discussione con qualche potenzialità, almeno a mio parere, e su cui vale la pena tornare.

Conflitto: rischio e opportunità

Sabato 21 marzo sarò, con alcuni colleghi del MIP, ad un evento organizzato da Rotary.
Si parlerà di conflitto (sano e patologico) e di strategie per affrontarlo (almeno quando è il caso).
Il mio intervento ho scelto di intitolarlo “Mettere le mani nel conflitto: tra esercizio del potere, persuasione, negoziazione”.

Se il tema vi interessa, il tutto inizierà alle 9 del mattino al Siam, in via Santa Marta 18 a Milano.
Non è neppure necessario prenotare il posto, e per l’ora di pranzo siamo tutti a casa.
Il volantino con i dettagli sta qui.

Fosse stato uno dei nostri…

In un post di qualche mese fa su Crisi e Sviluppo ho cercato di analizzare le dinamiche del consenso, in particolare quelle basate sulla logica amico-nemico; quei casi, cioè, in cui la ricerca di consenso poggia su argomenti del tipo: là fuori c’è un nemico pericoloso, la coesione interna, il consenso al leader, l’adesione a un’idea servono a distinguersi e difendersi da quel nemico.
Tutto l’apparato comunicativo è concentrato nel mantenere alta la credibilità circa ciò che rende “noi” diversi da “loro” (e, naturalmente, migliori).

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un esempio (ma se ne potrebbero fare molti) di utilizzo di uno stratagemma funzionale a questo tipo di comunicazione.

Davide Boni, nel commentare su Facebook la questione del conto svizzero (contenuto nella lista Falciani) riconducibile a Pippo Civati , ha scritto:

Civati nella lista Falciani, conto in Svizzera, se per caso vi fosse stato all’interno un leghista, avrebbero chiesto l’impiccagione in piazza… Ercolino sempreinpiedi -)

Ora, pare evidente, almeno al momento, che quella su Civati sia una non-notizia, visto che quest’ultimo ha spiegato la provenienza del denaro e che le cifre in gioco (qualche migliaio di euro) non sono tali da creare un caso.
Rimane, comunque, in ottica di comunicazione politica (ma non solo) una buona occasione per riaffermare la propria diversità da un lato e il proprio essere vittime del sistema dall’altro: fosse successo qualcosa di simile a uno di noi, sarebbe stato messo alla berlina.

Sarebbe un po’ come dire (per usare una metafora calcistica):

“Hanno dato un rigore alla Juventus”
“Sì, ma il fallo era evidente”
“Che c’entra: fosse stato fatto un fallo simile a un giocatore dell’Inter il rigore non lo avrebbero dato”.

Affermazione naturalmente indimostrabile, ma che marca, ancora una volta, il territorio dell’identità.

 

Allenarsi alla leadership

Il prossimo 23 novembre sarò ospite a Vicenza di La grande differenza per un corso sulla leadership progettato tenendo d’occhio le esigenze di piccole e medie imprese, artigiani, team di professionisti… insomma, tutte quelle organizzazioni in cui alle gerarchie formali si affianca e sovrappone spesso un portato di relazioni personali profonde e di lungo periodo.

Il programma dettagliato del corso e tutte le informazioni le trovate qui:

Allenarsi alla leadership

Chi fosse interessato può anche contattarmi direttamente per informazioni e iscrizioni.