Modelli formativi

Keynes, aspettative, pensiero critico

Lo scambio interessante di questi giorni ed il rincorrersi di alcuni temi negli ultimi due post (dedicati rispettivamente alle aspettative e al pensiero critico) mi ha ricordato un gioco che ricalca il cosiddetto “concorso di bellezza” di Keynes, citato da Matteo Motterlini nel suo libro “Trappole mentali“.

Il gioco consiste in questo: riunite un gruppo di persone e date loro le seguenti istruzioni (cito dal libro di Motterlini)

Scegliete un numero tra zero e cento e scrivetelo su un foglio senza mostrarlo agli altri. Dopodiché consegnatemi i foglietti e procederò a calcolare la media aritmentica dei numeri che avete scelto. Lo scopo del gioco è cercare di scegliere quel numero che pensate essere più vicino ai due terzi della media dei numeri scelti da tutti. Il vincitore è chi riuscirà ad avvicinarsi di più ai due terzi della media dei numeri scelti da tutti.

Continua a leggere

L’importanza del pensiero critico

John Baldoni, sul suo blog per HBP, sottolinea l’importanza del pensiero critico in ottica di leadership, e l’assoluta rilevanza che questo dovrebbe avere negli insegnamenti di un business school, tanto che Roger Martin (dean della Rotman School of Management) ne ha fatto uno degli assi portanti del curriculum di studi nei Master of Business Administration della scuola stessa.

Continua a leggere

MIP nella classifica di Financial Times

Per la prima volta, la School of Management del Politecnico di Milano (di cui il MIP è parte insieme al Dipartimento di Ingegneria Gestionale), è entrata nelle classifiche dei migliori master e delle migliori Business School redatta dal Financial Times.
L’Excutive MBA è al 34° posto, l’MBA Full time al 35°, il Master of Science in Ingegneria Gestionale al 46°, mentre la business school nel suo complesso è al 56°.
L’obiettivo, secondo Gianluca Spina, è quello di entrare nelle prime 20 business school in Europa nei prossimi 5 anni.

Continua a leggere

Competere… insegnando

Sul suo blog per Harvard Business Publishing, William C. Taylor ha lanciato un’idea, mi pare, interessante.
Il titolo dell’articolo è “The rise of teaching organizations“.
Taylor parte da una premessa: da Peter Senge in poi, tutti sappiamo che le organizzazioni vincenti sono quelle fortemente orientate all’apprendimento.
Gary Hamel dice che una delle domande più urgenti alle quali un leader e un’organizzazione devono rispondere è “Stai imparando tanto velocemente quanto il mondo sta cambiando?
Assodato questo fatto, Taylor si spinge oltre, sostenendo che, se è vero che l’innovazione è una questione che ha molto a che vedere con la capacità delle organizzazioni di apprendere, è altrettanto vero che alcuni tra i migliori innovatori sono focalizzati non soltanto sull’imparare, ma anche sull’insegnare.

Continua a leggere

Quel che le business school dovrebbero insegnare

Sul suo blog su bplans, Tim Barry ha avviato un dibattito interessante sul ruolo che le business school rivestono (e dovrebbero / potrebbero) rivestire nello sviluppo dell’imprenditorialità.

Si stanno susseguendo una serie di post piuttosto interessanti.

Ne riassumo un paio nei quali Tim Barry elenca 5 insegnamenti base che le business school possono trasmettere e altri 5 insegnamenti che dovrebbero trasmettere, ma che presentano una serie di difficoltà, per le quali viene da chiedersi se un’aula sia il luogo adatto dove impartirli.

Continua a leggere

Q.I., successo e il problema del talento

Outliers, l’ultimo libro di Malcolm Gladwell (Fuoriclasse. Storia naturale del successo, nella traduzione italiana) è ricco di spunti interessanti.
L’intero libro è giocato sulla relazione tra talento, duro lavoro e condizioni facilitanti che favoriscono il successo.
Non mancano provocazioni e deduzioni originali e spiazzanti.
Uno dei concetti che più mi ha incuriosito è la relazione tra Quoziente d’Intelligenza e successo.
La domanda è: chi ha un elevato Q.I. ha più probabilità di avere successo nella vita reale?
Sì, ma fino a un certo punto… letteralmente.

Continua a leggere

MBA: la discussione continua

Questo post sul futuro dei Master of Business Administration ha suscitato qualche dibattito, soprattutto su un gruppo di Linkedin.
Ne sono uscite molte considerazioni interessanti (alcune decisamente provocatorie), che mi pare meritino una risposta articolata (ed un ulteriore luogo di discussione).

Cerco di sintetizzare alcuni pareri e poi ci aggiungo qualche nota mia.

Continua a leggere

Metafore in aula (e non solo)

Su “Learning News” (newsletter di AIF) di agosto, un breve e interessante articolo di Giulio Scaccia sul ruolo della metafora in ambito formativo.
Ho già dato alcuni stimoli sul ruolo delle metafore e delle storie nella comunicazione in generale e nel public speaking in particolare in questi articoli:

Riprendo alcuni concetti chiave di Scaccia che mi paiono interessanti:

  • in ambito formativo, si agisce sull’apprendimento (e sul cambiamento) a livelli diversi:
    la teoria stimola l’apprendimento cognitivo
    le esercitazioni agevolano l’apprendimento esperienziale
    le metafore e gli aforismi provocano l’apprendimento intuitivo
    il successo di un’azione formativa dipende in parte anche dalla corretta calibrazione di questi livelli
  • in particolare nell’utilizzo di metafore, il linguaggio ha una funzione fondamentale e la forza suggestiva delle parole diventa vero e proprio strumento di apprendimento e di cambiamento.
    La parole devono quindi avere il potere di facilitare associazioni e trasferimenti mentali verso “regioni” semantiche ed esperienziali potenzialmente ricche di futuri sviluppi;
  • la metafora porta alla condivisione, all’intreccio di obiettivi e aspettative tra il formatore e i partecipanti, nell’ottica di trasferire visioni e valori senza imposizione;
  • le metafore funzionano perché:
    • parlano all’inconscio
    • usano un linguaggio universale
    • presentano opzioni
    • non attaccano direttamente il problema o le persone
    • risvegliano risorse sopite
    • rendono più consapevoli
  • In aula la metafora può essere usata in vari modi:
    • in apertura: per segnare il percoso e creare stati diversi (curiosità, motivazione, fiducia)
    • in chiusura: per lasciare aperte delle domande, o per fissare dei contenuti
    • prima o dopo un concetto: per fornire una visuale più ampia, più ricca, o semplicemente diversa
  • Il formatore deve avere la capacità di cogliere il momento migliore per usare la metafora, quando i partecipanti sono più disposti ad entrare in questa dimensione analogica e simbolica.

Certo, come abbiamo già visto più volte su questo blog, l’utilizzo di metafore e storie (in ambito formativo, ma, più in generale, nella comunicazione) ha a che vedere con il mondo della tecnica, ma anche (e forse di più) con il mondo dell’arte.


Sul tema del public speaking e di come costruire una strategia di comunicazione in pubblico ho scritto un libro: Designing Presentations. Più informazioni qui

Due citazioni

Un paio di citazioni in questi giorni continuano a passarmi per la testa.

La prima è di Ludwig Wittgenstein, e l’ho messa a commento del mio profilo su Facebook:

“Dimmi come cerchi e ti dirò cosa cerchi”.

La seconda è di Gary Kasparov (l’ho trovata su un libro che sto leggendo e di cui credo parlerò anche qui):

“Un maestro di scacchi non cerca la mossa migliore: la vede”.

Per quel che ne posso capire io, mi pare che, messe insieme, illustrino il senso profondo del processo di apprendimento a cui continuamente la vita ci sottopone.

Che cosa ne pensate?

Master online

Su Il mondo in edicola in questi giorni, un articolo di Chiara Brusini e Maria Teresa Cometto fa il punto sulle offerte di formazione manageriale online, con un focus sugli MBA.
I vantaggi e gli svantaggi sono quelli che, in generale, troviamo ripetuti quando si parla di formazione e-learning.
Per generalizzare, flessibilità nei tempi e nei modi della frequenza e conservazione del posto di lavoro e del relativo reddito (vantaggi) vs qualità e relazioni con la faculty e gli altri partecipanti (svantaggi).

Continua a leggere