Dello scrivere

Su Internazionale un bell’intervento di Hanif Kureishi. Ci parla del perché lui scrive.
Mi è piaciuto molto questo passaggio:

Il saggio è un monologo, una sorta di discorso diretto, per giunta sussurrato. È una forma flessibile, come un racconto o un romanzo, e può accogliere quasi ogni tipo di contenuto. Può essere intellettuale come nel caso di Roland Barthes o Susan Sontag, informale e disinvolto come in Max Beerbohm, oppure composto e minimalista come in Joan Didion.A differenza dei testi accademici, di solito un saggio si scrive per il lettore comune, anziché per esperti o studenti. Per chi siede su una sdraio, non dietro una scrivania. Un saggio non dovrebbe contenere note né eccessive informazioni. Come forma di scrittura somiglia più a una meditazione che a un atto persuasivo.

Mi pare una bella definizione. L’ultimo periodo mi ha ricordato un concetto di Malcolm Gladwell che avevo già citato:

Il buono scrivere non ha successo o meno sulla base della forza della sua abilità di persuasione. […]
Ha successo o fallisce sulla base della sua capacità di coinvolgervi, di farvi pensare, di farvi dare un’occhiata dentro ad una testa altrui – anche se alla fine concluderete che quella testa non è un posto in cui volete stare.

Ecco, questa è una cosa di cui sono profondamente convinto, e che mi fa da linea guida ogni volta che, come questa sera, rifletto sul mio lavoro.

Ancora su esperienza e formazione

Il commento di Luigi Mengato al post Formazione Vs Esperienza, oppure no? mi ha portato ad alcune riflessioni, che vorrei condividere con voi.
Affermavo, in quel post, che la formazione dovrebbe fornire quei modelli attraverso i quali massimizzare l’apprendimento che deriva dalle esperienze.
Il commento di Luigi:

[…] è per questo che motivo che ritengo molto efficace la modalità formativa esperienziale (soprattutto in versione Outdoor) piuttosto che l’aula frontale.
Sarei curioso di conoscere la tua opinione.

Eccola:

Credo anch’io che la modalità formativa esperienziale presenti una serie di vantaggi rispetto all’aula frontale.

Continua a leggere

Formazione vs Esperienza, oppure no?

Mi capita spesso in questi giorni di leggere e di discutere del tema che potremmo riassumere con la domanda: “Che cosa è più importante? La formazione (e lo studio) o l’esperienza?”.

A questa domanda rispondo con una citazione (di cui non ricordo la provenienza):

In genere i giovani tendono a sopravvalutare l’importanza dello studio, gli anziani l’importanza dell’esperienza.

Nello scrivere questo post di qualche giorno fa, però, mi è venuto da riflettere sul fatto che c’è una bella differenza tra il vivere una determinata situazione e trarne un’esperienza utile, visto che mi pare evidente che non sempre massimizziamo il potenziale di apprendimento legato alle situazioni che ci capita di incontrare.

Continua a leggere

Varietà, appropriatezza e utilizzo dei modelli

In questo post, ho tentato di illustrare due delle logiche fondamentali della formazione, o, almeno, di quella di cui mi occupo io.
Le due logiche illustrate sono:

  • la logica della varietà: far crescere la possibilità di scelte comportamentali diversificate
  • la logica dell’appropriatezza: tra queste possibilità, isolare la scelta (e, quindi, la strategia) più adatta in ogni situazione.

Ho fatto, in quel contesto, cenno all’idea che la logica dell’appropriatezza si basa sull’essere in grado di cogliere e isolare quali siano le variabili davvero rilevanti.

Quest’ultima affermazione merita un breve approfondimento.

Continua a leggere

Varietà e appropriatezza

Mi succede sempre più spesso di condividere in aula alcune considerazioni sulle logiche generali della formazione, con riferimento, in particolare, al Comportamento Organizzativo e al Personal Development, di cui mi occupo.
Credo che gli assi di sviluppo su cui si muovono questi percorsi formativi siano due: l’asse della varietà e l’asse dell’appropriatezza.

Per varietà intendo la possibilità di scelte comportamentali diversificate, per cui l’obiettivo di questa fase del percorso formativo ha a che vedere con l’introduzione di alternative comportamentali le più ampie possibile.
Per dirla con Maslow: “Quando l’unico strumento che possiedi è un martello, ogni problema comincia ad assomigliare a un chiodo”.

Continua a leggere

Educare il cliente

Avevo già sottolineato qui come l’insegnare possa diventare una questione di posizionamento.

Su Bloomberg Businessweek, un breve articolo di John Tozzi illustra come George Siemon, CEO di Organic Valley Co-op, una cooperativa di agricoltori produttori di cibi biologici, abbia affrontato la recessione proprio mettendo in campo un programma di educazione dei propri potenziali clienti.

Continua a leggere

Michael Gelb sulla creatività

Michael Gelb è una mia vecchia conoscenza.
Una volta ho anche tentato, con Mindpoint, di portarlo in Italia per un workshop.
In questi giorni ad intervistarlo è stato FastCompany, che gli ha chiesto di sintetizzare i suoi studi sulle strutture di pensiero dei grandi geni (specialmente Leonardo da Vinci e Edison) in alcuni suggerimenti pratici pronti per l’uso.

Continua a leggere

La storia da raccontare

Mi sono riascoltato un intervento di Malcolm Gladwell (chi legge questo blog conosce il mio debole per questo autore) tenuto a TED.
Parla del sugo per gli spaghetti.
L’ho riascoltato perché in questi giorni mi viene da pensare alla questione delle piccole cose. Ne ho scritto nel mio post precedente, precisando il mio dubbio che la ricerca di un significato (o di una lezione, se la vogliamo dire così) dietro ad episodi minimi non sia un eccesso di analisi (e che, forse, fare economia di pensiero non sarebbe poi tanto male).
Ora, Gladwell, invece, fa esattamente il contrario.
Da piccole storie, trae insegnamenti spesso contro-intuitivi e, comunque, sempre stimolanti.
Converrete che partire dall’analisi del mercato dei sughi per spaghetti per arrivare a concludere che

è abbracciando la diversità tra gli uomini che troveremo una strada più sicura che ci porti verso la felicità

è un salto acrobatico degno del Circo Barnum.

Continua a leggere

Competere… insegnando

Sul suo blog per Harvard Business Publishing, William C. Taylor ha lanciato un’idea, mi pare, interessante.
Il titolo dell’articolo è “The rise of teaching organizations“.
Taylor parte da una premessa: da Peter Senge in poi, tutti sappiamo che le organizzazioni vincenti sono quelle fortemente orientate all’apprendimento.
Gary Hamel dice che una delle domande più urgenti alle quali un leader e un’organizzazione devono rispondere è “Stai imparando tanto velocemente quanto il mondo sta cambiando?
Assodato questo fatto, Taylor si spinge oltre, sostenendo che, se è vero che l’innovazione è una questione che ha molto a che vedere con la capacità delle organizzazioni di apprendere, è altrettanto vero che alcuni tra i migliori innovatori sono focalizzati non soltanto sull’imparare, ma anche sull’insegnare.

Continua a leggere

Q.I., successo e il problema del talento

Outliers, l’ultimo libro di Malcolm Gladwell (Fuoriclasse. Storia naturale del successo, nella traduzione italiana) è ricco di spunti interessanti.
L’intero libro è giocato sulla relazione tra talento, duro lavoro e condizioni facilitanti che favoriscono il successo.
Non mancano provocazioni e deduzioni originali e spiazzanti.
Uno dei concetti che più mi ha incuriosito è la relazione tra Quoziente d’Intelligenza e successo.
La domanda è: chi ha un elevato Q.I. ha più probabilità di avere successo nella vita reale?
Sì, ma fino a un certo punto… letteralmente.

Continua a leggere