Storch – Una digressione

Storch è una parola tedesca, significa Cicogna. È anche il nome di un battello che collega (o, almeno, così era fino a qualche anno fa) una riva del Reno a quell’altra, vicino al ponte degli Hohenzollern, a Colonia.
Ci sono salito parecchie volte.
A Colonia ci andavo una volta l’anno, per lavoro. Al mattino e alla sera il battello era una buona alternativa al percorrere il ponte a piedi, specie nelle giornate di soffio gelido che a marzo sono tutt’altro che rare, lassù.
Si saliva più o meno in una cinquantina, sullo Storch, e il timoniere (sempre quello: anni con una mano sul timone e l’altra sulle due leve dei motori. Anni.) puntava la prua della barca un po’ verso la sorgente, e dava di motore per pareggiare la spinta del fiume. Il suo gioco era attraversare a perpendicolo. Ogni tanto si doveva lasciare il passaggio a uno di quei grandi battelli fluviali per il trasporto merci (container colorati e carbone, per lo più). Se il battello navigava in favore di corrente, era questione di pochi secondi. Se era controcorrente, si poteva starsene fermi anche un paio di minuti. E lì era tutto un gioco di equilibri tra la corrente, il timoniere e il rumore sordo dei motori. Poi ci si muoveva, la prua rivolta al solito punto immaginario, fino all’attracco.

Me lo sono ricordato in questi giorni, lo Storch. Perché ho pensato che in questo periodo la mi vita somiglia bene alla sua. Non sto navigando in favore di corrente, ma nemmeno contro. Quella che sto facendo, da un po’ di tempo a questa parte, mi fa pensare più ad una traversata. Muso verso la sorgente, gioco di equilibri, procedere di sguincio, ogni tanto qualche battello da far passare. Puntando all’altra riva.

3 commenti
  1. Marcello dice:

    Scrivi bene Luca, grazie. Restando nella tua metafora mi hai stimolato queste sensazioni: se il vento è freddo figuriamoci l’acqua. Poi immagino il tepore della cabina… il rientro a casa del nocchiero, che, per mio ottimismo immagino sereno e circondato di affetto. Il resto sono distrazioni dettate da quel che diceva E.L.Vallauri, Dio ci ha fatti sbagliati: desideriamo di più di quello che possiamo ottenere. In tutti i campi credo sia così. Certo questo non ci deve fermare dal nostro dovere di migliorare (i talenti…) . Restando, per chi ci crede, nel cristianesimo e seguendo l’esempio del nuovo papa penso che dovremmo darci tutti una calmata. Che il punto immaginario sia già stato raggiunto e non ce ne siamo accorti?
    Mi torna in mente una vecchia canzone di Vecchioni, credo “stranamore” parlava di un conquistatore che “quando si trovò di fronte al mare si sentì un coglione, e tanta strada per vedere un sole disperato e sempre uguale a quando era partito”.

    Esiste un’altra riva?
    …vento, acqua, freddo e sole… la natura rimane sempre una grande consolazione!
    Mi porti a Colonia?
    Se mi porti a Colonia ti porto a Friburgo! Quanti ricordi…
    Buona Pasqua a Te e alla tua Famiglia

  2. Luca Baiguini dice:

    Caro Marcello, è sempre un piacere leggere i tuoi commenti. Preciso soltanto una cosa: questo momento di passaggio me lo sto proprio “godendo”. Tornando alla metafora, attendo il passaggio dei battelli fluviali anche con un certo piacere.
    Recentemente ho letto un libro interessante di Jon Kabat-Zinn, che già nel titolo dice molto: “Ovunque tu vada, ci sei già”.
    Un grande saluto

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