L’inner game della comunicazione in pubblico

Su HBR Italia di gennaio/febbraio, un articolo di Nick Morgan intitolato “Come diventare grandi speaker“.
L’autore parte dall’assunto che anche il discorso meglio preparato e pronunciato (e tecnicamente più valido) non può sfuggire al rischio di apparire non sincero e “artificiale”.
È una tesi che sostengo spesso anch’io nei corsi di public speaking: oratori tecnicamente perfetti, chirurgici nell’applicare metodi e strategie, che però creano nell’uditorio un senso di diffidenza (non so bene perché, ma ho la sensazione che non me la racconti giusta).
Il motivo di questa diffidenza si basa sul fatto che i micro-segnali non verbali non sono controllabili da parte dell’oratore, e vengono, invece, recepiti dal pubblico.
Non c’è modo, quindi, di dissimularli con un non verbale studiato a tavolino.

Se non è possibile, dunque, nascondere una certa artificialità nei discorsi in pubblico, quale strategia attuare per apparire autentici (e, in questo momento, di fronte alla diffidenza che questa congiuntura economica suggerisce, il bisogno di autenticità è davvero alto)?
Morgan suggerisce semplicemente di ribaltare i termini della questione: invece di tentare di essere autentici, è meglio concentrarsi su come esprimere sinceramente sentimenti, motivazioni, passioni.
In questo modo il linguaggio del corpo non dovrà più essere controllato, ma semplicemente seguirà gli stati interni, rinforzando il messaggio.
E per farlo, anziché provare gesti che facciano sembrare sincero un discorso, è meglio puntare su quattro obiettivi fondamentali:

    1. Essere aperti con gli ascoltatori
    2. Instaurare un contatto con il pubblico
    3. Essere appassionati dell’argomento
    4. Ascoltare il pubblico

Il discorso, quindi, dovrebbe essere provato per quattro volte: ciascuna dovrebbe focalizzare uno di questi obiettivi, e simulare una situazione che “costringa” a dare il meglio su questo fronte.

Essere aperti con gli ascoltatori

Si potrebbe, per esempio, immaginare di fare la presentazione davanti a qualcuno con cui ci si sente a proprio agio (familiari, amici), e sentire quali sensazioni produce questa immagine mentale, per poi ricrearle nel momento in cui ci si trova, invece, davanti ad un pubblico con cui il grado di confidenza è molto meno elevato.
Da notare il fatto che il focus va soprattutto sulle sensazioni. “Non ragionateci troppo: – suggerisce Morgan – è un po’ come esercitarsi in uno swing a golf o in una battuta a tennis. Anche se potreste prendere piccoli appunti mentali su cosa state facendo, questo non deve distogliervi dal riconoscere una sensazione che potete cercare di replicare più tardi“.

È una questione, insomma, di inner game.
E dell’inner game rispetta regole e cornici, valide sia per questo obiettivo che per gli altri tre successivi.

Instaurare un contatto con il pubblico

Questa volta la visualizzazione potrebbe avere a che vedere, per esempio, con un bambino che conosciamo e che non vuole ascoltare ciò che gli vogliamo dire.
In questo modo si possono generare strategie creative per attrarre l’attenzione.
Si tratta, poi, di mantenere l’attenzione.
E in questo caso si potrebbe immaginare di voler comunicare con un adolescente (notoriamente facile alla distrazione).

Essere appassionati dell’argomento

Qui si tratta di fare emergere le emozioni di fondo, ciò che appassiona, i motivi fondanti di questa passione.
Si potrebbe, suggerisce Morgan, immaginare che qualcuno nel pubblico possa avere il potere di togliervi tutto, se non viene conquistato dalla presentazione.
(Da notare che in questo caso il processo motivazionale generato da questa visualizzazione ha a che vedere con un “allontanarsi da” piuttosto che con un “andare verso qualcosa”. Per qualcuno questo approccio potrebbe non essere appropriato. Si tratta, allora, di generare una visualizzazione più consona).

Ascoltare il pubblico

In questo caso, è bene immaginare di osservare il proprio pubblico da vicino, cogliendo gli stessi segnali non verbali che loro sono in grado di cogliere nello speaker.
Questo potrebbe portare anche a modificare il setting della presentazione, offrendo maggiori spazi allo scambio di idee e di feedback.
Naturalmente, sempre compatibililmente con il nostro obiettivo e la profilazione del pubblico.

 


Sul tema del public speaking e di come costruire una strategia di comunicazione in pubblico ho scritto un libro: Designing Presentations. Più informazioni qui

2 commenti
  1. Franco Pieracci dice:

    Buongiorno Luca, grazie per l’interessate spunto di riflessione.
    In tutte le occasioni di “Comunicazione Interpersonale”, l’allineamento della CV, CNV e CPV (ovvero Comunicazione Verbale, Non Verbale e ParaVerbale) è lo strumento essenziale per risultare credibili.
    Questo è tanto più vero nel Public Speaking, quando gli interlocutori sono molti e … possono essere perfetti sconosciuti !
    In generale, mentre possiamo scegliere accuratamente le parole (quindi la CV), non altrettanto possiamo gestire la CPV e la CNV; oltretutto, sappiamo che esse rappresentano circa il 90 % della nostra Comunicazione !
    L’articolo che citi dà preziose indicazioni in merito; provo a dare un ulteriore contributo, derivante dalla mia esperienza professionale.
    Quando sei lì sul palco, ed hai il tuo pubblico davanti, cosa pensi di loro ? E cosa pensi di te stesso ?
    Da queste due domande possiamo ottenere due risposte.
    Quello che pensi ti è favorevole (o neutro) rispetto alla tua presentazione ? Allora vai tranquillo ! La tua CNV e la CPV diranno esattamente quello che diranno le tue parole !
    Quello che pensi ti ostacola ? Hmm …, in questo caso la tua CNV e la CPV potranno dare un messaggio divergente rispetto alle tue parole. Ed allora la tua credibilità sarà a rischio, fortemente a rischio …

  2. Luca dice:

    Grazie Franco per il tuo interessante commento.
    Sono d’accordo che la congruenza tra comunicazione verbale, non verbale e paraverbale è un elemento essenziale nella comunicazione in pubblico.
    Magari ci torno su un prossimo post…

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