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Il consumo delle idee

Il consumo delle idee

Ieri ho partecipato a Pavia al 2° Convegno Nazionale sulla narrazione d’impresa – Narrare il consumo, con un intervento su

Il consumo delle idee. Narrarsi tra insegnamento e posizionamento.

Molti interventi interessanti, su temi come

  • Come si narrano i consumi
  • Il marketing narrativo
  • Consumo, narrazione e web management
  • Mercati conversazionali e social network
  • Infotainment e narrazione
  • Narrazione e HR management
  • Applicazioni del digital storytelling nel consumo
  • Storytelling e mondo politico

Penso tornerò su alcune relazioni, che hanno dato stimoli molto interessanti.

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Tra diteggiatura e interpretazione

Tra diteggiatura e interpretazione

Mi succede spesso, durante i miei percorsi formativi sulla comunicazione, di raccontare questo episodio:

Mi è capitato, una volta, di assistere alle esercitazioni di una pianista.
Ha iniziato la sua sessione di training eseguendo alcuni esercizi di diteggiatura, con i quali si allenano la forza e il movimento delle dita.

Poi, dopo una buona mezz’ora, ha attaccato con l’interpretazione di un notturno di Chopin. Alla fine dell’esecuzione, pur capendo molto poco di musica, mi sono fatto spiegare il perché di alcune scelte rispetto alla velocità di esecuzione, e alla forza di alcuni passaggi.

Le spiegazioni della pianista davano un senso al termine “interpretazione”. Il pianoforte e la musica di Chopin erano, in quel momento, un modo di esprimere se stessa. Ho colto qualcosa di molto denso dietro a quelle parole…

Allora, mi è sorta una domanda: che cosa c’entra tutto questo con un esercizio tecnico ripetitivo come la diteggiatura?

La sua risposta mi ha raccontato qualcosa del mio mestiere: “La diteggiatura, mi ha detto, serve per fare in modo che, quando eseguo un notturno di Chopin, le mani possano stare dietro alla testa e al cuore”.

Mi pare che, anche in ottica di comunicazione, questa piccola storia possa raccontare qualcosa del rapporto tra tecnica e interpretazione.

Borges, un’idea della letteratura (e, forse, della comunicazione)

Su Mente e Cervello di giugno, uno speciale dedicato al tema della memoria, con alcuni articoli interessanti (che magari riprenderò nei prossimi giorni).
Mi è piaciuto particolarmente il pezzo di Sebastian Dieguez che analizza il celebre racconto di BorgesFunes, o della memoria” (“Funes el memorioso” nel titolo originale), svelando come il grande scrittore, con il suo linguaggio immaginifico, riveli una conoscenza profonda dei meccanismi della memoria, e di tutti i problemi connessi a questi meccanismi.

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Avatar: la preminenza del come

Ieri ho assistito alla proiezione di Avatar di James Cameron.
Idea non particolarmente originale…
Non sono un cinefilo, quindi è probabile che queste note pecchino della stessa mancanza di originalità.
Voglio, comunque, condividere una considerazione con voi.
Uscendo dalla proiezione, ieri sera, mi sono detto che la trama è, se non banale, senz’altro troppo frequentata per riuscire ad avvincere completamente. Tanto che, dopo la prima mezz’ora, il finale è già scontato.
I personaggi sono piuttosto piatti, e gli stereotipi la fanno da padroni (gli scienziati fanno gli scienziati, i militari i militari e  i cinici i cinici, in modo quasi grottesco).
Oltretutto, su Pandora, un pianeta in cui le montagne sono sospese nell’aria e la natura è così eccezionalmente (e creativamente) diversa da quella che conosciamo, i Na’vi (la razza aliena che abita il pianeta) sono semplicemente troppo simili a.
Detto questo, non sono riuscito a dire a me stesso che il film non valesse il prezzo del biglietto: mi sono chiesto perché.

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Bach, la tecnica e l’arte

Quello della relazione tra fredda tecnicalità e arte è un argomento ricorrente quando si parla di comunicazione (nel mio caso, quasi sempre di comunicazione in pubblico) e di storytelling.
La domanda è quasi sempre, più o meno, la stessa:

Che c’azzeccano gli aspetti puramente (e spesso freddamente) tecnici con quel gesto in certo modo artistico che è comunicare in pubblico con profondità, efficacia, empatia?
E perché alcune persone, pur dominando in maniera esemplare la tecnica, non riescono comunque a instaurare una vera relazione con chi sta loro di fronte, tanto da suscitare reazioni del tipo “lezioncina ben recitata, ma nulla di più”?

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Storytelling: tra obiettivi e gusto del raccontare

La mia partecipazione, qualche giorno fa, ad un dibattito / talk show con Enrico Cerni e Andrea Fontana sul Corporate Storytelling ha messo in moto alcune riflessioni che vorrei condividere in questo e altri post di fine anno e inizio 2010.

La prima riflessione ha a che vedere con il rapporto tra il gusto di raccontare storie e l’obiettivo per raggiungere il quale le storie prendono forma.

Enrico ha sottolineato, giustamente, in apertura del dibattito, come il legame tra storia e obiettivo sia, in ottica di storytelling d’impresa, praticamente inscindibile. Concordo con questa visione, aggiungendo, però, una nota: qualche tempo fa, durante un percorso formativo sul public speaking, ho analizzato in classe alcuni grandi storyteller per tentare di estrarre le strategie che fanno la differenza in termini di efficacia ed impatto sul pubblico.

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Metafore in aula (e non solo)

Su “Learning News” (newsletter di AIF) di agosto, un breve e interessante articolo di Giulio Scaccia sul ruolo della metafora in ambito formativo.
Ho già dato alcuni stimoli sul ruolo delle metafore e delle storie nella comunicazione in generale e nel public speaking in particolare in questi articoli:

Riprendo alcuni concetti chiave di Scaccia che mi paiono interessanti:

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L’arte di raccontare storie

Raccontare una storia è un buon modo, in genere, per iniziare un intervento in pubblico: rompe il ghiaccio e introduce in maniera soft idee e concetti che poi potranno essere sviluppati durante l’esposizione.
Durante i corsi di comunicazione in pubblico, analizzo spesso esposizioni che illustrano questa che, più che una tecnica, è una vera e propria arte.
Uno dei video che analizzo con maggiore frequenza è uno spezzone di Pickwick, trasmissione presentata da Alessandro Baricco. Che, per quel che ci capisco io, a raccontare storie è davvero bravo.

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Il potere delle storie

Su Mente & Cervello di ottobre, un articolo di Jeremy Hsu sullo storytelling e sull’influenza delle storie sull’evoluzione sociale e culturale, e sulle basi biologiche di questa influenza.

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Storytelling

E’ ricco di contenuti interessanti, il numero di dicembre di Harvard Business Review Italia.
A cominciare da un articolo di Peter Guber sullo storytelling.
Ecco i quattro ingredienti per una storia in grado di commuovere, di avvincere e di chiamare all’azione:

La verità per il narratore. Una storia deve innanzitutto incorporare i valori profondi e le convinzioni di chi la racconta, e trasmetterli in modo congruente e genuino.

La verità per il pubblico. C’è un patto implicito tra il narratore e il suo pubblico: le aspettative che il narratore genera nel pubblico devono essere esaudite. E per fare questo il narratore deve provare la propria storia, prima di raccontarla ad un pubblico, davanti a persone non direttamente coinvolte, in modo da valutare le loro reazioni e aggiustare man mano il tiro della narrazione, deve identificare le esigenze emotive del pubblico e soddisfarle con onestà, deve raccontare la storia in modo interattivo. Una grande storia, dice Guber, non è mai del tutto prevedibile con un’anticipazione logica, ma è accettabile con il senno di poi. Come dire, di fronte ad un finale ben riuscito: “Non ce lo saremmo mai aspettato, ma, una volta svelato, fila perfettamente”.

La verità in quel momento. Il buon narratore non racconta mai la stessa storia nello stesso modo. La contestualizza, adattandola al momento. E per farlo sono necessarie da una parte un’ossessiva preparazione, dall’altra la capacità di improvvisare. E questo è soltanto apparentemente un paradosso.

La verità per la mission. Una storia deve essere in grado di trasmettere la passione per qualcosa di superiore, per i valori in cui si crede e che si desidera che gli altri facciano propri. Anche nell’età odierna, così cinica e concentrata su se stessa, le persone vogliono disperatamente credere in qualcosa più grande di loro, sostiene Guber.

Tutto questo perchè la capacità di narrare è una delle doti che più spesso si ritrova nei grandi leader.