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Dalla statistica alla tragedia

Sono stato un bel po’ in dubbio se pubblicare questo post. Aggiungere un’opinione alle opinioni su una fotografia con il corpo di un bambino riverso su una battigia non fa che spostare l’attenzione dal problema alla nostra reazione al problema. Il tutto mi sembra abbastanza egocentrico, insomma.
E poi, è corretto esprimere un commento “tecnico” quando dietro ai meccanismi della comunicazione ci sono drammi umani di questa portata?
Insomma, il dubbio mi è rimasto. Poi, però, faccio questo mestiere e, insomma, cerco di dare il mio contributo a capire le cose, come molti altri mi danno il loro a capire le mie, di cose. E allora aggiungo questo a tutto il troppo che è già stato scritto.

A Stalin viene attribuita (sembra non l’abbia mai detta) la massima “Una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica”. La fotografia del piccolo Aylan ha trasformato una statistica in una tragedia. Potenza della narrazione. Si è detto qui già molte altre volte. Ma perché questa fotografia, questa storia e non altre migliaia di storie che sono state raccontate in questi ultimi mesi?
La narrazione fa leva, tra gli altri, su un meccanismo di coinvolgimento specifico: si chiama potenziale di identificazione. Più è alto, più istintivamente ci viene da dire: “Avrei potuto esserci io, lì”, oppure, in questo caso, “Avrebbe potuto esserci mio figlio”, o il bambino della porta accanto.
Questa fotografia, nella sua crudezza e con il carico di sofferenza che si porta dietro, è perfetta.
Mi viene da chiedermi se sarebbe stata la stessa cosa se quel bambino, invece che bianco, fosse stato di colore. Non parlo di razzismo, ma di minore identificazione. O se quella foto fosse stata pubblicata a dicembre, quando le immagini dei bagnasciuga su cui hanno giocato i nostri figli si sono sbiadite nei ricordi. Oppure, se invece che un t-shirt e dei pantaloncini avesse indossato un abito tradizionale non comune nel nostro pezzo di mondo?

Qualcuno lo ha anche detto in maniera molto esplicita, invitando, per esempio, Matteo Salvini a riflettere su questa tragedia “come fosse stato suo figlio” (ho letto qualche tweet di questo tenore).

Mi è venuta in mente quella scena di Erin Brockovich in cui, davanti agli avvocati della parte avversa, la protagonista li invita a valutare che valore avrebbero dato ad un loro tumore, e, mentre una di loro sta per bere un bicchiere d’acqua, la informa che quell’acqua e stata spillata da una delle fonti contaminate che hanno provocato le malattie di cui si discute nel caso.

Dalla statistica alla tragedia.
Un tipo particolare, però, di tragedia.
Quella in cui possiamo identificarci, quella che potrebbe essere, domani, la nostra tragedia.
Quella che si trasforma in paura.

Insomma, non è che dopo aver visto quella fotografia siamo più solidali con gente che sta peggio di noi. È che abbiamo una paura in più da esorcizzare, tutto qui. Quella fotografia è il volto di questa paura.
Un po’ come quando, in autostrada, capita di incrociare un incidente grave. Una statistica che si trasforma in tragedia. E allora, per qualche minuto, siamo tutti più prudenti: leviamo il piede dall’acceleratore, non rispondiamo al telefono, magari spegniamo pure l’autoradio. Qualche chilometro. Poi torna tutto come prima.

 

Storytelling buono, storytelling cattivo (più che altro il secondo)

Dibattito interessante, in questi giorni, sull’uso dello storytelling nel giornalismo italiano. Ne hanno parlato Luca Sofri, Federico Ferrazza, Massimo Mantellini.
Sbaglierò, ma mi sembra che tutte le posizioni partano da un presupposto che non riesco a fare mio: lo storytelling è di per se stesso uno strumento più manipolativo rispetto ai fatti e ai numeri.
Nessuno di loro nega che sia uno strumento e non un fine ma, come dire, se i fatti venissero paragonati ad un coltello (uno strumento né buono né cattivo in sé, dipende dall’uso che se ne fa: può servire per ammazzare un poveraccio oppure per tagliare un cocomero), lo storytelling verrebbe paragonato ad una pistola (certo che è solo uno strumento, che se ne potrebbe anche far un buon uso, ma meglio diffidarne a prescindere).
A dire il vero, in maniera piuttosto esplicita, viene data una ragione di questa diffidenza: si tratterebbe di un problema di rappresentatività: possiamo anche raccontare una storia vera, ma quanto questa è rappresentativa di un fenomeno più generale? E se raccontiamo soltanto storie eccezionali, non è che ci sfugge completamente il quadro di normalità da cui emergono queste eccezioni?
Vero. Ma è vero anche per qualsiasi altra informazione non narrativa, e lo è tanto più in un sistema (in un mondo) complesso. Non vedo un legame stretto, quindi, tra il problema e lo strumento.

Credo, invece, ci siano due motivi fondamentali e impliciti che alimentano la diffidenza verso lo storytelling, forse con qualche ragione:

  1. Si tratta, innanzitutto, di uno strumento particolarmente potente di comunicazione delle idee, per tutte le ragioni che ho già argomentato più volte. Un po’ come dire che, se lo storytelling fosse un coltello, si tratterebbe di un coltello molto (troppo) affilato.
    Perché, allora, non rinunciarci? Visto quanto è rischioso usare un’arma così potente, meglio lasciar stare, accettando di privarsi anche dei potenziali benefici.
  2. Al contrario dei fatti e dei numeri, una narrazione può, costitutivamente, essere falsa senza per questo essere immorale o censurabile (una favola, un racconto, un romanzo non raccontano verità, ma non per questo sono oggetto di condanna). Questa caratteristica, accennata da Luca Sofri nel suo post, ne fa effettivamente uno strumento più facilmente asservibile a fini di persuasione e di propaganda, creando una zona grigia in cui le storie vere non si distinguono più da quelle false.

La domanda è, allora: può la combinazione di queste due caratteristiche rendere lo storytelling più simile ad una pistola che ad un coltello? Può renderlo uno strumento di cui (specie se si parla di giornalismo, ma il principio vale anche in altri ambiti) è bene diffidare a prescindere?

La mia risposta, forse non serve neppure dirlo, è “no”.

Primo, perché il piano inclinato della logica che sta dietro a questo ragionamento è piuttosto scivoloso e nasconde rischi non trascurabili. Uno su tutti: dove sta il confine secondo cui il coltello sarebbe “troppo” e non “giustamente” affilato?
Condannare lo strumento per esorcizzarne gli effetti potenziali, quando si parla di comunicazione, insomma, è una strategia che paga davvero raramente.

Secondo (ribadisco quanto ho già scritto alla fine di questo post), perché si tende sempre a concentrare l’attenzione, quando c’è in gioco questo tema, su una specifica funzione della narrazione, quella di trasmettere una visione del mondo preconfezionata dentro alla capsula indistruttibile di una storia. In realtà, spesso le storie (anche nel giornalismo) servono a fare una cosa diversa e preziosa, che non vorrei gettare via: aprire la visione del mondo invece che chiuderla, iniziare una comune costruzione di senso.
Certo, anche quello delle narrazioni identitarie (specie nel nostro Paese) è un tema che si porta dietro più di un caveat. Però, buttare il bambino con l’acqua sporca, anche no.

La versione di Andre

Un caro amico mi ha regalato, un paio d’anni fa, Open, l’autobiografia di Andre Agassi.
Ne ho letto una cinquantina di pagine subito, poi ho abbandonato. Non era il momento.
Quest’estate il momento è arrivato.
Il libro mi è piaciuto, e non solo per ragioni tecniche. Magari dedicherò un post al perché.
Qui mi voglio concentrare su un tema di tipo costruttivo che mi stimolato.
Open, tra le altre cose, è quella che potremmo definire una “contronarrazione”: la versione di Agassi opposta alla narrazione che i media gli hanno appiccicato addosso per buona parte della sua carriera. (Uno degli effetti di questa narrazione, tra l’altro, è stato che io tifassi apertamente per Pete Sampras).

La verità di Agassi si può riassumere nel fatto che i suoi atteggiamenti eccentrici, ribelli, a volte anche un po’ violenti fossero il frutto del suo odio per il tennis: uno sport, e una vita, imposti da un padre autoritario che non gli ha mai lasciato libertà di scelta rispetto al futuro. Conseguenze inevitabili: insicurezza, risentimento, instabilità emotiva. Non, quindi, un vip viziato, iracondo, ribelle e arrogante, ma un ragazzo disorientato che non trovava altri modi manifestare la sua sofferenza.

Impossibile dire dove stia la verità (ammesso che ce ne sia una).

Mi sembrano interessanti, però, alcuni aspetti “tecnici” di questa contronarrazione.

Innanzitutto, Agassi non oppone ad una narrazione negativa un ritratto totalmente e semplicemente positivo. Ammette errori e bugie (alcuni anche pesanti), ma attribuisce il tutto ad una causa socialmente molto più accettabile rispetto al ritratto che ne hanno tracciato i media.
Spesso, per quel che vedo in giro, invece, le contronarrazioni semplicemente oppongono una immagine assolutamente positiva dai tratti opposti rispetto alla narrazione dominante, finendo, in questo modo, per radicalizzare le contrapposizioni senza quasi mai spostare sostanzialmente il consenso.

Secondo aspetto: la narrazione che emerge da Open progredisce attraverso la trasformazione del personaggio, ne ritrae un’evoluzione e un cammino. Oltre a dire “non sono perfetto” (anche se i miei limiti e difetti reali sono, appunto, ben diversi da quelli che mi vengono attribuiti) Agassi si mostra nella sua evoluzione, attraendo simpatia con una storia in cui chi (e siamo in tanti) si sente dentro un viaggio alla scoperta di sé può, in qualche modo, identificarsi.
Il simbolo di questa evoluzione è nel suo rapporto con il tennis: l’odio iniziale si trasforma in un rapporto complesso che diventa non solo la causa, ma anche la metafora del suo approccio alla vita.

Effetto di tutto questo: se oggi dovesse ripetersi uno di quei bellissimi scontri tra Agassi e Sampras, non so bene da che parte starei.
Però un sospetto ce l’ho.

Lo storytelling secondo Salmon

In questi giorni ho riletto alcune parti di Storytelling – La fabbrica delle storie di Christian Salmon.

Il titolo potrebbe ingannare. Questo non è un libro sullo storytelling, è un libro contro lo storytelling ed il suo uso nel marketing, in politica, nella pratica manageriale.
Si tratta di un libro profondo e provocatorio. Di quelli con cui confrontarsi più volte e prendendo i giusti tempi per la riflessione (da qui la rilettura estiva).

Salmon è diretto: a partire dagli anni ’90 la narrazione è stata trasformata da strumento di condivisione dei valori sociali e identitari in un’arma di persuasione di massa utile soltanto a vendere prodotti e idee facendo leva su meccanismi emotivi che hanno pericolosamente rimpiazzato il processo di scelta razionale.

Detto che sono d’accordo con alcune tesi di fondo (la più convincente: la politica si sarebbe trasformata da uno scontro tra ideologie in uno scontro tra narrazioni), mi viene, però, da sottolineare alcuni punti, e lasciarli alla riflessione di chi il libro lo ha già letto e di chi lo vorrà affrontare:

1. Nonostante si tratti, appunto, di un libro contro lo storytelling, la struttura delle argomentazioni è, per lunghi tratti, assai narrativa. Un emblema: per descrivere la comunicazione politica di George W. Bush durante le elezioni di metà mandato del novembre 2006 Salmon (citando Ira Chernus, docente dell’Università del Colorado) parla di “Strategia di Sharāzād”, basata su un semplice principio:

“Quando la politica vi condanna a morte, cominciate a raccontare storie – storie così favolose, così accattivanti, così ammalianti che il re  (o in questo caso i cittadini americani che in teoria governano il nostro Paese) dimenticherà la vostra condanna a morte”.

Pare proprio che per criticare lo storytelling non si trovi di meglio che il ricorso alla narrazione, utilizzata, peraltro in maniera abile ed evocativa.

2. Nel libro vengono presentate (e a volte decontestualizzate) posizioni e idee circa l’uso della narrazione da cui vengono tratte deduzioni generali basate sull’estremizzazione (e sull’iper-semplificazione) di quelle stesse posizioni (qualcosa di molto simile allo straw man argument).
Un esempio:

 Alcuni teorici del management, come David R. Boje, le definiscono storytelling organizations, che si potrebbe tradurre con “imprese che raccontano” o “recitanti” per indicare la funzione strutturante che vi svolge lo storytelling.
“Ogni luogo di lavoro, scuola, servizio pubblico o gruppo religioso locale è una storytelling organization. Ogni organizzazione, dalla semplice impresa di forniture per uffici e dal McDonald’s di quartiere, fino alle organizzazioni che fanno sognare, come la Disney e la Nike, o alle più scandalose come la Enron o Arthur Andersen, sono delle storytelling organizations”.

[…]

Il commento di Salmon:

Lo storytelling è dunque un’operazione più complessa di quanto si potrebbe credere a prima vista: non si tratta soltanto di “raccontare storie” ai dipendenti, di nascondere la realtà con un velo di invenzioni ingannevoli, ma anche di far condividere un insieme di credenze atte a suscitare l’adesione e di orientare i flussi di emozioni, di creare insomma un mito collettivo vincolante.
Scrive David Boje:
“Le storie possono essere prigioni […]

Non conosco nel dettaglio le posizioni di Boje e ne parlo, quindi, soltanto per come appaiono in questo spezzone del libro. La sensazione è che le sue affermazioni vengano “stirate” e semplificate in modo da rinforzare la tesi dell’autore.

3. Salmon individua negli anni ’90 il momento in cui l’uso dello storytelling compie un vero e proprio salto qualitativo, passando dall’età dell’innocenza ad un uso manipolatorio ed eticamente discutibile. A me pare, invece, che più che di un salto di qualità si tratti di un salto di quantità e magari (questo sì) di campi di applicazione. Questo però non significa che le tecniche e gli usi manipolatori dello storytelling non fossero già ampiamente presenti e documentati.

4. Infine (questo è il punto più difficile da sintetizzare, ma anche quello su cui nutro le maggiori perplessità), Salmon sembra identificare lo storytelling con il suo uso a fini di persuasione e punta tutta la sua vis polemica sul fatto che la narrazione sia uno strumento particolarmente affilato per occultare la verità.
Condivido il ragionamento sulla potenza dello strumento. Le ragioni le trovate qui.
Ma di uno strumento, appunto, si tratta.
Voglio dire, se il confine è quello tra verità e menzogna, allora lo stesso vale per qualsiasi tipo di argomentazione (numeri, statistiche e altre tipologie di argomento razionale compresi).
Chi sostiene che un numero sia meno manipolabile di una storia, probabilmente non conosce il dibattito politico in Italia.
In sintesi, mi pare si punti il dito contro lo strumento quando in realtà l’obiettivo è un altro e ha a che vedere con terreni ben più scivolosi.

In  più, chi si occupa di narrazioni, per mestiere o per passione, sa bene che le funzioni della narrazione non si limitano a incapsulare dentro ad una trama un messaggio che, così confezionato, accresce la sua forza di penetrazione facendo leva su alcuni elementi centrali della nostra storia evolutiva.
C’è un’altra funzione della narrazione (e anch’essa viene ampiamente utilizzata negli stessi contesti che descrive Salmon), ed è quella di rompere la capsula del messaggio, esporre il messaggio stesso a meccanismi che proprio attraverso lo storytelling ne arricchiscano il senso.
Una funzione che, al contrario della prima, serve ad allargare invece che a definire e confinare. A tutto questo il libro di Salmon non mi pare faccia alcun cenno.

 

 

Presidio narrativo

La Bibbia è un libro pieno di storie bellissime.
La mia preferita è quella di Giuseppe, figlio di Giacobbe.
Se ce n’è una ben costruita e dall’architettura inattaccabile, però, è la storia di Mosè e di come gli Ebrei si liberarono dalla schiavitù d’Egitto.
Gli ingredienti ci sono proprio tutti: la liberazione dall’oppressione, il Viaggio dell’Eroe, la suspence, il soprannaturale, ma anche l’umano nel suo dispiegarsi più variegato e avvincente.

Lo dico perché qualche giorno fa si è parlato di questa storia con un gruppo di studenti.
Si stava discutendo di una cosa che abbiamo definito un trend, ma solo perché non abbiamo trovato una parola migliore.
E il trend ha a che vedere con la “narrativizzazione” della comunicazione. Con la pervasività dello storytelling, per dirla in un altro modo.
Cercavo di mostrare quanto le narrazioni siano diventate l’asse portante di tante, diverse ed eterogenee strategie di comunicazione.

Non essendo la prima volta che affrontavo il tema, non mi sono sorpreso nel notare che le reazioni (le più varie) hanno portato, dopo breve discussione, a formare due partiti: gli entusiasti (pochi) dello storytelling e gli scettici spaventati (i più).
I primi giù a sottolineare la potenza persuasiva della narrazione, la sua eleganza, la sua capacità di riassumere dentro ad una storia una complessità che sarebbe difficile stringere in altro modo.
In una parola, la sua bellezza.
I secondi a ribattere il carattere per lo più iper semplificativo della narrazione, il suo mirare alla pancia più che alla testa.
In una parola, la sua sostanziale falsità.

Mi sono concesso un po’ di tempo ed ho osservato i due partiti discutere e argomentare: c’è sempre qualcosa da imparare.
Poi ho interrotto con una domanda:

Ditemi una cosa. Se vi dico piramidi, qual è la prima parola che vi viene in mente, quale associazione di idee?

Schiavitù, oppressione, ingiustizia sociale, casta (e via discorrendo) le più frequenti.
E allora ho chiesto da dove, secondo loro, arrivassero queste associazioni spontanee.
Facile: dalle immagini che ci ha tramandato la storia di Mosè (eccola qui), che, proprio per la sua struttura tanto solida, ha ispirato trasposizioni cinematografiche e teatrali a non finire, arrivando ad una diffusione ampia e trasversale.

E fin qui, tutto bene.
Se non fosse per il fatto che gli storici sostengono che questa storia non trova alcun supporto nelle fonti. Non sto dicendo che Mosè non ha aperto le acque del Mar Rosso. Sto dicendo che sussistono forti dubbi sul fatto che il popolo Ebreo ci sia mai nemmeno stato, in Egitto. Ed è pressoché certo che non ci abitò da schiavo, per il semplice motivo che gli schiavi, come noi li intendiamo e come ce li ha mostrati la filmografia sull’Esodo, in Egitto semplicemente non esistevano. A costruire le piramidi, per quel che ne sappiamo, furono lavoratori liberi salariati che godevano anche di alcuni diritti fondamentali (come, per esempio, il diritto di sciopero).

Conclusione? Ne abbiamo tratte parecchie, a dire il vero, di conclusioni con la classe di studenti.
Una la voglio condividere subito (sulle altre tornerò nei prossimi giorni): la narrazione è una forma di comunicazione che va presidiata anche soltanto per un motivo (quando non ce ne fossero altri). Perché se non sarai tu a presidiarla, qualcun altro lo farà per te, con il rischio di fare la fine degli antichi Egizi che, nel nostro immaginario, sono dipinti con toni e tinte che probabilmente non hanno alcun fondamento nella verità storica.

 

Un modo di stare nel tempo

Nel fine settimana ho letto l’ultimo romanzo di Alessandro Baricco, Mr. Gwyn. Mi è piaciuto. E ci sono alcune cose su cui vorrei tornare nei prossimi giorni. Ve ne darò notizia, se ne escono pensieri di un qualche interesse.
Per ora, una cosa che ho tratto da una presentazione  dello stesso libro, dello stesso Baricco.
Alla Feltrinelli, a Milano, a un certo punto dice questa cosa:

 […] questa roba è una roba che io amo, perché penso che sia una delle cose che noi cerchiamo nei libri, nei libri belli (mi spingo fin qua): cioè che i libri ci danno idee, insegnamento, risate, pianti, eccetera, ma sempre, i bei libri, ci danno anche un modo di stare nel tempo. Loro decidono una velocità, diciamo. Nei libri scritti in maniera mediocre, la velocità la scegli tu quando leggi. Un libro scritto bene, lui decide a che velocità leggi. Noi abbiamo dei margini, anche leggendo semplicemente in maniera silente, da soli, noi possiamo leggere a diverse velocità. E ci sono dei libri che, immancabilmente, dopo una pagina, decidono per te a che velocità leggi, pensi, ti emozioni. E questo è un tratto dello scrivere libri e del leggere libri che io adoro, perché è una vendetta contro la vita quotidiana, che, invece, ti direbbe “c’è quel tempo lì, e non c’è niente da fare… vai a scuola alle 8 e devi andare a scuola alle 8… c’hai 50 anni, e c’hai 50 anni”. La vita è così. Ma poi ci sono tutta una serie di espedienti con cui noi la freghiamo e stabiliamo temporalità diverse.

Continua ancora un po’, su questo ragionamento, Baricco.
Chiama in causa anche Proust.

Quello che mi interessa, in questa cosa, è che mi sembra, tradotto, un bel modo per spiegare come lo storytelling (quello fatto bene) agisce sulla relazione con il pubblico.
Credo che chi ha fatto l’esperienza di parlare davanti ad un pubblico l’abbia in qualche modo provata, questa cosa: c’è una specie di battaglia in atto, tra la tua velocità nello spiegare alcune cose, e la velocità del pensiero di chi ti sta di fronte. Se sei bravo, detti i tempi. Se sei mediocre, te li fai dettare, oppure, più spesso, perdi il contatto e l’attenzione. Ecco.
Quella volta che l’atto di raccontare una storia, dentro ad un processo di comunicazione, ti riesce bene, la sensazione precisa che emerge è proprio quella di dettare, senza fatica, il tempo.
Qualche volta è anche questa una forma di vendetta.
Altre, più semplicemente, un buon modo per rimettere insieme i pezzi, e magari metterne lì di nuovi. Pezzi di idee, pensieri, magari emozioni.
Un modo di stare nel tempo.

Se fatto bene.
Appunto.

Narrative case studies

Su Financial Times, un articolo di Emma Jacobs sullo storytelling e sul suo utilizzo in ambito manageriale.
Nulla di nuovo rispetto a quanto abbiamo già scritto più volte, se non in due passaggi che mi paiono interessanti.

Il primo ha a che vedere con il valore delle storie negative:

Le storie negative […] suscitano spesso nelle organizzazioni più discussioni rispetto alle storie positive – per esempio quelle sugli esuberi e i conflitti di cultura dovuti ad una fusione.

Rimane da chiedersi a quali condizioni sia meglio utilizzare una storia negativa invece che una positiva (o viceversa). Mi propongo di tornare su questo punto.

Il secondo passaggio:

Lo storytelling viene spesso liquidato come una “sciocchezza” da uomini di business focalizzati sui risultati, sostiene Jones, che confessa di non utilizzare il termine “storytelling” con manager di alto livello. Piuttosto, preferisce i più ricercati “executive presence” o “narrative case studies”. “A loro piace così”, sorride.

Narrative case studies. Mi piace, credo lo utilizzerò.

Narrazioni politiche, nemici e costruzione dell’identità

La lettura quasi contestuale di questi due post (1 e 2) di Alfonso e di questo articolo del New York Times (ripreso anche da La Stampa) mi ha fatto riflettere (di nuovo) su una questione su cui sto insistendo da un po’: se è vero (come sostiene Drew Westen) che

Le storie che i nostri leader ci raccontano contano probabilmente quasi quanto le storie che i nostri genitori ci raccontano da bambini, perché ci orientano su come stanno le cose, come potrebbero andare e come dovrebbero andare; sulla visione del mondo di cui sono portatori e sui valori che considerano sacri. I nostri cervelli si sono evoluti per “aspettarsi” storie con una particolare struttura, con dei protagonisti e dei cattivi, una salita da scalare o una battaglia da combattere. La nostra specie è esistita per più di 100.000 anni prima dei primi segni di alfabetizzazione, ed altri 5.000 anni sono passati prima che la maggioranza degli umani imparasse a leggere e scrivere.

Le storie sono il primo modo con cui i nostri antenati hanno trasmesso conoscenze e valori.

allora, non esiste leadership senza narrazione.

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Un grido in cerca di una bocca

Ho letto questo brano di Baricco molti anni fa.
Mi era piaciuto, molto.
In questi giorni mi è ritornato in mente a proposito di quanto avevo scritto lo scorso aprile in questo post.

L’inizio è un qualcosa di molto vicino a ciò che volevo dire e che mi si agita in testa in questi giorni:

Ha un bello spremersi, il mondo tutto, per intrattenerti con il suo grande show quotidiano, a suon di dollari lacrime e sangue, ma poi c’è sempre la volta che a inchiodarti per la meraviglia è il niente di una frase, letta per caso, lunga poche parole, un’inezia.

Ecco, proprio questo: a volte a inchiodarti è il niente di una frase, o di un episodio, o di una storia minima.
Un’inezia.

Che, però, ti cambia un pezzo di vita. O, per lo meno, il tuo modo di guardarlo, quel pezzo di vita.
E non è nemmeno tanto importante se, dentro di te, sei d’accordo oppure no con quel modo di guardarlo, e se qualcun altro lo sarà (d’accordo, intendo).
Perché quell’inezia ti ha tolto un po’ di ingenuità (o di immaturità?). Per sempre.

A questo sto pensando, forse perché è vacanza, e non c’è di meglio da fare.
O, forse, perché è vacanza e non c’è di peggio da fare.

Contro le convinzioni, simboli

Leggo Wired. Il login di Riccardo Luna, sempre (a proposito, ha annunciato che lascerà, e questo mi dispiace).

Nel numero di maggio, si parla di immigrati.
È un tema che non ha molto a che vedere con gli argomenti di questo blog.
Come lo ha affrontato Luna, però, sì.
Si è chiesto quali argomentazioni usare quando si incontra qualcuno che, gli immigrati, li vede come una disgrazia, uno che, per citare testualmente “diversamente da voi non abbia capito che gli immigrati sono un piccolo problema logistico da risolvere se ti chiami Italia e insieme una grande benedizione per un paese vecchio e stanco come il nostro”.

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