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	<title>Luca Baiguini &#187; modelli</title>
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	<description>Luca Baiguini - Weblog and personal website</description>
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		<title>Sapere, saper fare, saper insegnare</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 15:23:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Formazione manageriale]]></category>
		<category><![CDATA[Training]]></category>
		<category><![CDATA[modelli]]></category>

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		<description><![CDATA[Una riflessione sui concetti di sapere, saper fare, saper insegnare e sulle differenti capacità da mettere in campo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parto, in questo ragionamento, da una constatazione: sono consapevole di non saper fare molte delle cose che conosco e che insegno.<br />
Nel senso che, nell&#8217;applicare le teorie ed i modelli che insegno nella mia vita di tutti i giorni, faccio la stessa fatica di uno qualsiasi dei miei allievi.<br />
Anzi, spesso, di più.</p>
<p>Ora, succede frequentemente di sentire affermazioni del tipo: &#8220;<em>Diffida di chi non sa fare le cose che pretende di insegnarti</em>&#8220;.<br />
Diffidate di me, allora.<br />
Ma quanto (e a che condizioni) è vera questa affermazione?</p>
<p>Il tema appare complesso. Ecco i miei due cents.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-2203"></span></p>
<p>Partiamo dall&#8217;inizio: la differenza tra sapere e saper insegnare. Molti (io compreso) hanno fatto esperienza di docenti che, a qualsiasi livello, pur avendo una conoscenza profonda della propria materia e dell&#8217;oggetto dei propri studi, non sono in grado di trasferire efficacemente questo sapere.<br />
Qui la questione è, essenzialmente, legata al tema generale della comunicazione: la capacità, quindi , di tradurre modelli e di informare, creare collegamenti, creare stati emotivi e, anche, motivare all&#8217;apprendimento.<br />
Roba che si impara, insomma. Se lo si vuole e lo si ritiene utile.<br />
Certo, è necessario abbandonare l&#8217;idea che la comunicazione sia &#8220;tutto contenuto&#8221; e cominciare a confrontarsi in maniera aperta con gli elementi &#8220;di struttura&#8221; del processo comunicativo.</p>
<p>Problema diverso, mi pare, è quello tra saper fare e saper insegnare.<br />
La differenza, per come la vedo io, sta qui: nell&#8217;insegnare entra in gioco la capacità di spaccare un processo (nel mio caso un processo comportamentale) in piccoli pezzi, ed astrarre modelli che diano sostanza ed indicazioni rispetto alle singole fasi del processo stesso. Un&#8217;opera, quindi, di sistematizzazione.</p>
<p>Saper fare implica la capacità di rimettere insieme questi pezzi e trasformarli in un comportamento appropriato a seconda del contesto (so che questa definizione implica anche il concetto di &#8220;saper essere&#8221;, ma in questo momento preferisco mantenere al di fuori della discussione questo aspetto). Un&#8217;opera, quindi, di sintesi.</p>
<p>Ecco: non necessariamente queste capacità convivono nella stessa persona.</p>
<p>Questo, però, non risolve il problema. Perché, mi direte, a questo punto scegliamo insegnanti che, invece, assumano in sé entrambe queste capacità e &#8220;diffidiamo&#8221;, come si diceva sopra, di chi possegga soltanto la prima.</p>
<p>Anche qui, non è così semplice.<br />
Ho, infatti, l&#8217;impressione che chi possiede il secondo tipo di capacità (il &#8220;saper fare&#8221;) tenda a &#8220;proiettare sugli altri&#8221; il proprio modo di compiere quella che abbiamo definito la &#8220;sintesi&#8221;, di risolvere i problemi, di affrontare le situazioni. Cosa che, invece, in un processo di apprendimento, dovrebbe avere più a che vedere con la conquista individuale e, in qualche modo &#8220;personale&#8221;.<br />
Per questo, arriverei al paradosso di dire &#8220;<em>diffida di chi sa fare ciò che pretende di insegnarti</em>&#8220;.<br />
O, per lo meno, diffidane nel momento in cui ti propone il suo modo di fare sintesi.</p>
<p>Naturalmente, tutto questo è tanto più valido quanto più si parla di capacità complesse.<br />
Vale meno (e forse non vale per nulla) per capacità semplici e/o di carattere tecnico/applicativo.</p>
<p>Si tratta, come vedete, ancora di idee grezze.</p>
<p>A voi la palla&#8230;</p>
<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2011/02/rigore-rilevanza-2.html' rel='bookmark' title='Rigore e rilevanza [2]'>Rigore e rilevanza [2]</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2010/12/formazione-esperienza.html' rel='bookmark' title='Formazione vs Esperienza, oppure no?'>Formazione vs Esperienza, oppure no?</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2011/03/crisi-e-sviluppo.html' rel='bookmark' title='Crisi e sviluppo'>Crisi e sviluppo</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Rigore e rilevanza [2]</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2011/02/rigore-rilevanza-2.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2011/02/rigore-rilevanza-2.html#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 07:33:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Formazione manageriale]]></category>
		<category><![CDATA[Training]]></category>
		<category><![CDATA[Business education]]></category>
		<category><![CDATA[Business school]]></category>
		<category><![CDATA[modelli]]></category>
		<category><![CDATA[storytelling]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lucabaiguini.com/?p=1672</guid>
		<description><![CDATA[Un articolo di George Yip su Financial Times, propone una doppia metodologia per le ricerche accademiche sul business, per preservare sia il rigore che la rilevanza pratica delle ricerche stesse.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In <a href="http://www.lucabaiguini.com/2011/01/rigore-rilevanza.html" target="_blank">questo post</a> di qualche settimana fa, si poneva il problema del rapporto tra rigore e rilevanza nelle ricerche sul management e nella loro divulgazione.</p>
<p>Su <a href="http://www.ft.com" target="_blank">Financial Times</a>, George Yip pone esattamente <a href="http://www.ft.com/cms/s/2/f42b4028-35fb-11e0-b67c-00144feabdc0.html#axzz1ECFSTlHh" target="_blank">la stessa questione</a>, e ne dà un&#8217;interpretazione originale e, secondo me, con qualche importante conseguenza.</p>
<blockquote><p>Anche quando gli accademici che si occupano di business possono raccogliere dati e condurre ricerche in temi che riguardano il business, si trovano ad affrontare la sfida aggiuntiva che la grande maggioranza delle loro scoperte &#8211; previsioni su ciò che accadrà in media &#8211; non sono utilizzabili dai manager.<span id="more-1672"></span></p>
<p>I manager sono più interessati al riconoscimento di modelli. Questa configurazione di circostanze esterne si accorda con la mia particolare configurazione di strategie ed azioni per produrre un risultato di successo per la mia azienda? Questo è il motivo per cui i manager preferiscono di molto leggere articoli su riviste manageriali che si basano su case studies analizzati in profondità, dove ci sono più variabili che osservazioni, piuttosto che studi statistici basati su grandi popolazioni con molte più osservazioni che variabili.</p>
<p>Questa preferenza dell&#8217;audience manageriale per le prove basate sui casi rilancia la sfida alle top business school di condurre ricerche con due tipi di metodologia, perché non si tratta solo di &#8220;tradurre&#8221; le ricerche accademiche per un&#8217;audience manageriale.</p></blockquote>
<p>Mi sembra interessante fare notare come il tema della rilevanza sia collegato strettamente al tema della narrazione (analisi dei casi). La riduzione di complessità richiesta per produrre modelli si coniuga con la rilevanza nel momento in cui si è in grado, in qualche modo, di tradurla in ottica narrativa. Il che mi sembra in con quanto molte delle cose discusse, anche <a href="http://www.lucabaiguini.com/?s=modelli&amp;x=0&amp;y=0">recentemente</a>.</p>
<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2011/01/rigore-rilevanza.html' rel='bookmark' title='Rigore e Rilevanza'>Rigore e Rilevanza</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2011/06/business-school-aspettative.html' rel='bookmark' title='Che cosa ti aspetti da una business school? E da questo blog?'>Che cosa ti aspetti da una business school? E da questo blog?</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2009/08/il-futuro-degli-mba.html' rel='bookmark' title='Il futuro degli MBA'>Il futuro degli MBA</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Ancora su esperienza e formazione</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2010/12/ancora-su-esperienza-e-formazione.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2010/12/ancora-su-esperienza-e-formazione.html#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 28 Dec 2010 08:22:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[Formazione manageriale]]></category>
		<category><![CDATA[Training]]></category>
		<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[apprendimento esperienziale]]></category>
		<category><![CDATA[modelli]]></category>
		<category><![CDATA[outdoor training]]></category>

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		<description><![CDATA[I vantaggi della formazione esperienziale e outdoor rispetto all'aula frontale, ed i suoi rischi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il commento di <a href="http://blog.luigimengato.com/" target="_blank">Luigi Mengato</a> al post <a href="http://www.lucabaiguini.com/2010/12/formazione-esperienza.html" target="_blank">Formazione Vs Esperienza</a>, oppure no? mi ha portato ad alcune riflessioni, che vorrei condividere con voi.<br />
Affermavo, in quel post, che la formazione dovrebbe fornire quei modelli attraverso i quali massimizzare l’apprendimento che deriva dalle esperienze.<br />
Il commento di Luigi:</p>
<blockquote><p>[...] è per questo che motivo che ritengo molto efficace la modalità formativa esperienziale (soprattutto in versione Outdoor) piuttosto che l’aula frontale.<br />
Sarei curioso di conoscere la tua opinione.</p></blockquote>
<p>Eccola:</p>
<p>Credo anch&#8217;io che la modalità formativa esperienziale presenti una serie di vantaggi rispetto all&#8217;aula frontale.</p>
<p><span id="more-1573"></span>Li riassumerei in due ordini:</p>
<ul>
<li>La creazione di un&#8217;esperienza di riferimento realmente condivisa, che può essere una solida àncora per le rielaborazioni e le riflessioni successive, proprio perché è una rappresentazione comune e vissuta.<br />
L&#8217;utilizzo, nell&#8217;aula frontale, dello storytelling può produrre un effetto simile, ma senz&#8217;altro con efficacia non paragonabile.</li>
<li>Questa esperienza, poi, mette in gioco in maniera forte i fattori emotivi che spesso, invece, nell&#8217;aula frontale restano sottotraccia e non sono oggetto di riflessione.</li>
</ul>
<p>Due vantaggi, quindi, non da poco.<br />
Che, però, nascondono un lato oscuro.<br />
Creare un&#8217;esperienza condivisa emotivamente forte, infatti, non dovrebbe essere l&#8217;obiettivo ultimo di un processo formativo, proprio per le ragioni che ho illustrato nel post precedente.<br />
Mi risulta che, invece, questa sia una pratica piuttosto diffusa.<br />
Proprio la potenza del mezzo (e la varietà di metafore formative che si sono sviluppate in questi ultimi anni) porta ad esaurirne il potenziale &#8220;dentro&#8221; all&#8217;esperienza stessa.<br />
Il mezzo, insomma, diventa spesso il fine.</p>
<p>Io resto convinto, invece, che l&#8217;apporto formativo abbia a che vedere con quel confronto tra esperienza e modelli che Christensen ha descritto nell&#8217;articolo che ho citato <a href="http://www.lucabaiguini.com/2010/09/modelli-christiansen.html" target="_blank">qui</a>. E portare in profondità questo confronto non è cosa da poco, sia che si parli di aula frontale che di formazione esperienziale o outdoor.</p>
<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2010/12/formazione-esperienza.html' rel='bookmark' title='Formazione vs Esperienza, oppure no?'>Formazione vs Esperienza, oppure no?</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2011/12/insegnare.html' rel='bookmark' title='Sapere, saper fare, saper insegnare'>Sapere, saper fare, saper insegnare</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2008/05/outdoor-training.html' rel='bookmark' title='Outdoor training'>Outdoor training</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Formazione vs Esperienza, oppure no?</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2010/12/formazione-esperienza.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2010/12/formazione-esperienza.html#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 07:29:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[Training]]></category>
		<category><![CDATA[apprendimento esperienziale]]></category>
		<category><![CDATA[modelli]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci si chiede spesso se sia più importante lo studio o l'esperienza. La realtà è che una non può vivere senza l'altra. 
La conoscenze dei modelli che non si confronta con l'esperienza è sterile.
L'esperienza che non si confronta con i modelli è come procedere tentoni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi capita spesso in questi giorni di leggere e di discutere del tema che potremmo riassumere con la domanda: <em>&#8220;Che cosa è più importante? La formazione (e lo studio) o l&#8217;esperienza?&#8221;</em>.</p>
<p>A questa domanda rispondo con una citazione (di cui non ricordo la provenienza):</p>
<blockquote><p><em>In genere i giovani tendono a sopravvalutare l&#8217;importanza dello studio, gli anziani l&#8217;importanza dell&#8217;esperienza.</em></p></blockquote>
<p>Nello scrivere <a href="http://www.lucabaiguini.com/2010/11/varieta-e-appropriatezza-situazional.html" target="_blank">questo post</a> di qualche giorno fa, però, mi è venuto da riflettere sul fatto che c&#8217;è una bella differenza tra il vivere una determinata situazione e trarne un&#8217;esperienza utile, visto che mi pare evidente che non sempre massimizziamo il potenziale di apprendimento legato alle situazioni che ci capita di incontrare.</p>
<p><span id="more-1547"></span>Ora, proprio in questo credo stia la relazione tra studio ed esperienza.</p>
<p>Lo studio dovrebbe fornire quei modelli attraverso i quali massimizzare l&#8217;apprendimento che deriva dalle esperienze.</p>
<p>È nel confronto continuo, quindi, tra modelli (più o meno formalizzati) e realtà concreta che sta il vero potenziale di apprendimento. Ed è per questo, credo, che spesso i modelli non fanno che dare un nome ad esperienze già vissute o strategie già adottate.<br />
Succede spesso che, alla fine di un percorso formativo, alla domanda &#8220;<em>Che cosa ti porti a casa?</em>&#8221; le persone mi rispondano cose del tipo:</p>
<blockquote><p><em>Ho messo ordine nelle cose che già facevo</em><br />
<em>Ho dato un nome ad errori che sapevo già di commettere, ma che non sapevo come collocare</em></p></blockquote>
<p>Questo intendo per &#8220;massimizzazione dell&#8217;apprendimento&#8221;.</p>
<p>La conoscenza dei modelli che non si confronta con l&#8217;esperienza è sterile.</p>
<p>L&#8217;esperienza che non si confronta con i modelli procede tentoni.</p>
<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2011/12/insegnare.html' rel='bookmark' title='Sapere, saper fare, saper insegnare'>Sapere, saper fare, saper insegnare</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Tony Ciccione e il dottor John</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2010/02/modelli-taleb.html</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 14:44:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Managerial skills]]></category>
		<category><![CDATA[modelli]]></category>
		<category><![CDATA[Taleb]]></category>

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		<description><![CDATA[I modelli assunti a presupposto delle ricerche spesso influenzano la lettura dei risultati tanto da non fornire più uno strumento che spiega la realtà, ma piuttosto un forte condizionamento nell'interpretazione dei risultati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La scorsa settimana ho assistito alla presentazione di una ricerca sugli assetti organizzativi delle PMI italiane.<br />
Progetto interessante, con aspetti davvero innovativi, ma che, nel suo impianto generale, mi ha suggerito alcune riflessioni critiche.<br />
L&#8217;approccio alla ricerca mi ha ricordato la famosa analogia delle piccole e medie imprese italiane con il calabrone. Le leggi della fisica e dell&#8217;aerodinamica dicono che non potrebbe volare, ma, al contrario, la realtà dimostra che il calabrone vola, eccome.<br />
Perché?<br />
La risposta è che il calabrone vola perché non conosce l&#8217;aerodinamica. Quindi lo fa e basta.</p>
<p><span id="more-615"></span></p>
<p>Ecco, mi pare che l&#8217;approccio accademico ad alcune tematiche sia proprio questo: c&#8217;è un modello ideale (archetipico, vorrei dire), e si confronta la realtà con questo modello, verificandone lo scostamento. Più la realtà si scosta dal modello e più il giudizio diventa critico.<br />
Anche gli strumenti con cui i risultati sono stati resi pubblici mi sembra ricalcassero questo mindset: si è fatto largo uso di radar graph, un metodo di rappresentazione che mostra lo scostamento tra una realtà ideale e i dati empirici, evidenziando come criticità le aree in cui lo scostamento è più elevato.</p>
<p>Ma quanto i ricercatori si sono occupati di verificare i presupposti del modello?</p>
<p>Questa riflessione mi ha ricordato alcuni passaggi del famoso libro di <a href="http://www.fooledbyrandomness.com/" target="_blank">Nassim Nicholas Taleb</a> &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788856501193/taleb-nassim-n/cigno-nero-come-l-improbabile.html?shop=812" target="_blank">Il cigno nero. Come l&#8217;improbabile governa la nostra vita</a>&#8220;.</p>
<p>Taleb, con la verve che gli è solita, mette a paragone il comportamento di due personaggi: Tony Ciccione e il dottor John.</p>
<p>Il primo è, secondo le parole dell&#8217;autore,</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>un non secchione di successo; ha un carattere allegro e conduce un&#8217;esistenza socievole [...]. Tony ha l&#8217;abitudine notevole di cercare di far soldi senza alcuno sforzo, solo per divertiris, senza fatica, senza lavoro d&#8217;ufficio, senza incontri, mescolando gli affari con la vita privata. Il motto di Tony è «cerca il credulone»; com&#8217;è ovvio spesso si tratta di banche, perché «gli impiegati se ne fregano». Per lui trovare i creduloni è una seconda natura. Se faceste un giro con Tony, vi basterebbe parlargli per avere la sensazione di saperne di più su come va il mondo.</em></p>
<p>Ecco, invece, la descrizione del dottor John:</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>È un ex ingegnere che attualmente lavora come attuario presso una compagnia di assicurazioni. È snello, asciutto, porta occhiali e un completo scuro. [...]<br />
Il dottor John è l&#8217;organizzazione fatta persona, è prevedibile come un orologio.</em></p>
<p>Taleb, in passaggio del suo libro, mette a confronto i due ponendo a entrambi una domanda:</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em><strong>N.N.T. </strong>(ossia io): Supponga che lanciando una moneta ci siano le stesse probabilità che esca testa o croce. La lancio novantanove volte e ottengo sempre testa. Che probabilità ci sono che nel prossimo lancio esca croce?</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em><strong>Dottor John:</strong> Domanda banale. Il 50 per cento, naturalmente, perché ha assunto che esiste il 50 per cento delle probabilità per ogni esito e che i lanci siano indipendenti.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em><strong>N.N.T.: </strong>Le cosa dice, Tony?</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em><strong>Tony Ciccione: </strong>Direi non più dell&#8217;1 per cento, naturalmente.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em><strong>N.N.T.:</strong> Perché? L&#8217;assunto iniziale è che esiste il 50 per cento di probabilità sia per testa che per croce.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em><strong>Tony Ciccione:</strong> Se ti bevi la storia del 50 per cento o non capisci un cazzo o sei un vero babbeo. La moneta dev&#8217;essere truccata. Non può essere come dici tu [traduzione: è molto più probabile che i suoi assunti sulla probabilità siano sbagliati piuttosto che la moneta in novantanove lanci dia novantanove volte testa].</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em><strong>N.N.T.:</strong> Ma il dottor John ha detto il 50 per cento.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em><strong>Tony Ciccione</strong> (sussurandomi nell&#8217;orecchio): Li conosco quei tipi, ce n&#8217;era che lavoravano con me in banca. Pensano troppo lentamente, è facile farli fessi.</em></p>
<p>Ecco.</p>
<p>Mi pare che spesso i modelli di riferimento incombano sui ragionamenti tanto da rendere indiscutibili i presupposti.<br />
E così i modelli che dovrebbero spiegare la realtà, sono talmente autoreferenziali da non occuparsene.</p>
<div><span style="font-family: Helvetica, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: small;"><br />
</span></div>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
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