Archvio Tag: Harvard Business Review

Lunch time

Sul blog di Harvard Business Review “The conversation”, Tony Schwartz ha scritto un articolo con una provocazione: riprendersi indietro la pausa pranzo.
L’idea nasce dalla constatazione che molti manager con cui Schwartz ha lavorato denunciano il fatto di non potersi nemmeno permettere il lusso di staccare per mezz’ora a pranzo.
Consumano, così, uno spuntino alla scrivania e riprendono immediatamente il lavoro.
La proposta prende le mosse da una constatazione: un momento di stacco è necessario per poter ricominciare il pomeriggio con le energie mentali necessarie a fare un buon lavoro.

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Too good

Una piccola provocazione.
Leggendo questo post di Peter Bregman sul blog di Harvard Business Review, mi è tornato in mente un episodio piccolo piccolo, ma che forse ha un significato.
Con un buon mese di ritardo per via di questo tempo inclemente, la piscina ha ritrovato il suo posto nel mio cortile.
Dopo il montaggio e il riempimento, lunedì pomeriggio è stato il momento della pulizia delle pareti esterne.
Un amico mi ha consigliato una particolare spugna che, a quanto mi ha detto, fa miracoli in questo tipo di pulizie, per di più senza l’utilizzo di detergenti.
Detto fatto: supermarket, acquisto spugnetta, inizio lavori.
E, in effetti, la spugnetta è una cosa fantastica.

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Pit-stop

Su Harvar Business Review Italia dello scorso Aprile , un articolo di Heike Bruch e Jochen I. Menges (con anche un bel commento di Roberto Quaglia), illustra come il richiedere ai propri collaboratori il massimo impegno per periodi prolungati possa impattare in maniera molto negativa sulla performance aziendale, e come molte aziende si prendano dei veri e propri pit-stop, momenti nei quali rallentare il ritmo è non soltanto consentito, ma auspicato.
Durante alcuni corsi recenti ho riflettuto a lungo sul fatto che lo stress derivi proprio dalla sensazione di essere intrappolati in una specie di gabbia dei criceti, in cui non esistono momenti di rallentamento e pausa. Continua…

Sindrome sul blog di Harvard

Sindrome sul blog di Harvard

Si chiama Sindrome, ed è il cattivo del film d’animazione “Gli incredibili“, della Pixar Animation Studios.

In maniera un po’ provocatoria, l’ho reso protagonista di un mio articolo sul blog di Harvard Business Review.
Mi pare, infatti, che il suo piano per diventare “il più grande dei supereroi” ci suggerisca qualcosa di importante circa la leadership e la comunicazione circa il tempo.

Spero di aver solleticato la vostra curiosità…

L’articolo lo trovate qui:

Vanquish the Time-Management Villain

Se volete lasciarmi dei commenti in inglese, vi chiedo di farlo direttamente sul blog di Harvard, mentre se volete commentare in italiano, questo è il posto adatto.

Il feedback nel processo formativo

Un articolo su HBR Italia di marzo intitolato “Potenziate il ciclo continuo di feedback dei clienti” (scritto da Rob Markey, Fred Reichheld, Andreas Dullweber) offre alcuni suggerimenti su come mettere le prime linee nelle migliori condizioni per accogliere rapidamente il ritorno di informazioni che si hanno dai commenti dei clienti ed implementare rapidamente strategie ed azioni di miglioramento della relazione con i clienti stessi.

Mi hanno incuriosito due cose: una check list in 5 punti che gli autori suggeriscono per verificare la capacità di un’organizzazione di raccogliere feedback e un indicatore sintetico (Net Promoter Score, NPS) messo a punto per classificare i clienti sulla base, sempre, dei loro feedback.

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Tutto in una frase

Bill Taylor, sul suo blog per Harvard Business Review, propone un articolo sull’importanza di condensare in una singola frase il senso della propria vision. Citando Clare Booth Luce dice “A great man is one sentence“.
E, sostiene, lo stesso deve valere per aziende e organizzazioni.

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Resilienza

In psicologia il termine “resilienza” viene usato per indicare la capacità di rispondere rapidamente e in modo costruttivo alle avversità e alle crisi.

Su HBR Italia Joshua D. Margolis e Paul G. Stoltz indicano una strategia per aumentare la propria resilienza trasformando un’esperienza negativa in produttiva attraverso una serie di domande che hanno a che vedere con quattro ambiti, e che tendono a realizzare un passaggio tra una mentalità orientata alle cause verso una mentalità orientata alle risposte.

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Sono i progressi a motivare

Teresa Amabile è una vecchia conoscenza degli avventori di questo blog.
Su HBR Italia di Gennaio-Febbraio a lei viene affidato il compito di articolare una delle “10 idee innovative per il 2010″ (si tratta di una selezione di idee effettuata annualmente da Harvard Business Review, in collaborazione con il World Business Forum di Davos, idee che potranno contribuire a costruire un mondo migliore).
Ecco qui, in sintesi, la sua idea: i manager sono spesso convinti che a motivare i collaboratori sia “l’apprezzamento pubblico per un lavoro ben fatto”.
In realtà, un’indagine condotta su alcune centinaia di knowledge workers dimostra come il fattore motivazionale più impattante sia la percezione di progredire nel proprio lavoro.

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24/7: il mito della produttività

Sul numero di novembre di HBR Italia un articolo decisamente provocatorio: in alcuni tratti sembra parli di un mondo da favola distante anni luce dall’esperienza quotidiana di molte aziende e organizzazioni.
Il titolo già dice molto: “Il tempo libero programmato migliora la qualità del lavoro“.
E il titolo originale è anche più esplicito: “Making time off predictable – and required”.
L’articolo riferisce di una sperimentazione effettuata da Leslie A. Perlow e Jessica L. Porter in diversi uffici americani di Boston Consulting Group.
Si è trattato letteralmente di “costringere” i consulenti di BCG a prendersi dei periodi di tempo programmati per staccare la spina, in aggiunta ai normali ritmi lavoro-tempo libero. Le pause venivano programmate all’inizio di un progetto e l’impegno consisteva nel rispettare questi periodi (che in alcuni progetti erano addirittura di un giorno a settimana) chiudendo i contatti con l’ufficio (comprese email e caselle vocali).

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Hackman sul teamwork

Sul numero di luglio-agosto di HBR Italia Diane Coutu intervista il Prof. J. Richard Harckman circa le condizioni di efficacia dei team.
Hackman ha una visione controcorrente del lavoro in team, o, per lo meno, non accetta a priori l’idea secondo cui lavorare in team renda tutti più produttivi, più creativi e, in definitiva, anche più soddisfatti. Al contrario: spesso i team producono risultati assolutamente non all’altezza delle aspettative.
Quali sono, allora, le condizioni per fare in modo che un team esprima il suo potenziale?
E quali gli errori e le false credenze da evitare?

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