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Leadership, progettata da Gaudì

Pubblicato il mio terzo post sul blog di Harvard Business Review Italia.

Si tratta della traduzione di questo articolo (Leadership, architected by Gaudì) uscito sul blog americano di HBR, e riprende alcune delle considerazioni che avevo sviluppato qui.

Naturalmente, i vostri commenti sono, come sempre, benvenuti. Potete lasciarli direttamente sul blog di HBR, qui.

5 anni e 16 giorni

Ecco, lo sapevo… mi è sfuggito.
Il quinto compleanno di questo blog, intendo.

Il primo post risale, infatti, al 19 novembre 2006.

C’era scritto questo:

Ci sono, forse, molti modi per aprire un blog.

Il mio è questo:

“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”
(Gabriel Garcia Marquez)

Benvenuti…

Lo scriverei, probabilmente, ancora così. Eppure molte cose sono cambiate, e anche molte delle mie idee.

E, a pensarci bene, sono cambiate grazie proprio a questo blog.

Qualche giorno fa un’amica mi ha riferito di un’intervista in cui Ivano Fossati, parlando della sua volontà di lasciare i palcoscenici dopo quest’ultima tournée, la spiega con il voler ritrovare il gusto di guardare le cose in modo “ingenuo” (sono parole mie, non di Fossati), di non dover più osservare incontri, eventi, la vita che ti viene incontro con il filtro di doverne per forza fare la fonte di ispirazione per la prossima canzone.
Se è una forma di stanchezza, questa, mi pare una bella forma. Forse la più bella.

Che, però, non mi appartiene (ancora).
Sarà che i vostri commenti, gli scambi che avvengono qui (ma anche fuori di qui, nelle mail che mi mandate, nelle richieste di un parere, nel darmi i vostri pareri) stanno, ancora, cambiando il mio modo di vedere il mondo e le cose.
E di questo non sono (ancora) stanco.

Per questo, voglio continuare a guardare le cose cercando un’idea per il prossimo post.

Per il resto, solo grazie.

 

Non era una questione di prodotti. Si parlava di futuro.

Ho atteso qualche giorno. Credo di non avere nulla di originale da dire sulla morte (anzi, meglio, sulla vita) di Steve Jobs.
Utilizzo i prodotti pensati da lui e dalla sua azienda, ma non sono ciò che si può definire un fan (anche se trovo il mio MacBook Pro il migliore compagno di lavoro inanimato che abbia mai avuto).
Mi infastidisce, però, una certa saccenza che si incontra qua e là in rete. Condivido, allora, i miei due cents.

Il primo: su twitter ho postato questo

Stavo pensando ad un aggettivo che potesse descrivere Steve Jobs. Mi è venuto “rinascimentale”. 

Credo che questo sia la prima lezione: per lui non era una questione di prodotti, era una questione di visione del futuro. E una visione del futuro, se vuole essere tale, è per forza di cose interdisciplinare, contaminata, vorrei dire universalistica. In questo senso, rinascimentale.
E per realizzarla c’è bisogno di presidiare quotidianamente la visione, ma vale altrettanto l’intervento sul piccolo dettaglio. Perché una cosa come questa non la realizzi da solo. E, allora, ogni occasione è buona per trasmetterne un pezzo, anche piccolo, a qualcun altro.

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Il Vasa, o la celebrazione del fallimento

Il Vasa doveva essere l’orgoglio della Flotta Militare Svedese. Si trattava di un vascello maestoso: 69 metri di lunghezza, armato con 64 cannoni, riccamente arredato e decorato con magnifici bassorilievi.
Era uno di quegli oggetti che servono a marcare una supremazia, e a impressionare il nemico, attuale o potenziale.
Era il 10 agosto 1628, giorno fissato per il viaggio inaugurale. Il Vasa stava veleggiando verso l’imboccatura del porto di Stoccolma, quando una raffica di vento lo investì in pieno, facendolo ondeggiare vistosamente. Il veliero riuscì a raddrizzarsi, ma una seconda raffica lo piegò su un fianco. L’acqua cominciò a penetrare dai portelli dei cannoni aperti.
Il Vasa affondò a meno di venti minuti dall’inizio del suo primo viaggio. Aveva percorso poco più di un chilometro.
Il veliero ha rivisto la luce 333 anni dopo il suo naufragio, ed oggi è conservato a Stoccolma, al Vasa Museet.

Qualche giorno fa, in una pausa di un viaggio di lavoro, l’ho visitato.

Il museo è davvero ben strutturato, con audioguida scaricabile su device mobili (wifi gratuito su tutta la superficie del museo), sale con documentari multimediali, ricostruzioni in scala e a dimensione reale, laboratori, eccetera.
Un orgoglio, per gli svedesi.
Un paio d’ore davvero interessanti, per gli stranieri in visita.
Ora, nella storia del Vasa ci sono un sacco di elementi che si potrebbero sottolineare (la sfida dell’uomo alla natura, il prezzo dell’innovazione e del progresso, le falle – sic – nel processo di decision making e di costruzione, e chi più ne ha più ne metta).
Mi vorrei soffermare, invece, su una riflessione molto più marginale.
Il naufragio del Vasa non è quel che si dice un episodio esaltante nella storia di una nazione. Eppure, mi ha colpito sentire con quanto orgoglio (simpaticamente punteggiato con una buona dose di autoironia) la guida parlasse di questa nave. Certo, c’è tutto il vanto per l’operazione di recupero e restauro. Ma c’è anche, mi è parso, qualcosa di più. Un senso di appartenenza che si riconosce nel trasformare una potenziale umiliazione in un momento di ulteriore coesione e creazione di identità.
Il contrario, insomma, dell’autoflagellazione che, invece, spesso ci caratterizza.
E, devo dirlo, mi è piaciuto.

Come i leader efficaci comunicano circa il tempo

È il titolo del primo post che pubblico sul blog di Harvard Business Review Italia.

Lo trovate qui.

Si tratta della traduzione di questo post pubblicato sul blog di HBR (edizione internazionale): How smart leaders talk about time.

Spero sia l’inizio di una bella e proficua collaborazione.

Grazie al Direttore Enrico Sassoon e al Comitato Editoriale per l’ospitalità.

Guardatevi le spalle

Non mi capita spesso di ascoltare telegiornali (preferisco informarmi via giornali, radio e web).
Ieri, il TG2 delle 13.00 me lo sono visto mentre pranzavo.
Tra crisi, finanziaria e varie amenità, verso la fine, una notizia che hanno riportato anche alcuni giornali: i ricercatori dell’Office for National Statistics della Gran Bretagna sembrano avere individuato una relazione statistica tra il mese di nascita e la professione intrapresa da adulti.
Essere nati a gennaio, per esempio, rende molto più probabile la professione del medico rispetto all’agente immobiliare. Febbraio è un buon mese per gli artisti, non per i fisici, eccetera.

Il servizio si concludeva con una frase del tipo (non la ricordo esattamente, ma il senso era questo):

Attenzione a mettere al mondo figli a novembre: c’è un’alta probabilità che diventino dei serial killer

Ora, al di là della normale (o, per lo meno, solita) approssimazione e semplificazione con cui vengono date queste notizie, qui c’è un errore di interpretazione piuttosto comune quando si parla di statistiche.

La notizia corretta presumo fosse:

“Tra i serial killer c’è un’alta percentuale di nati a novembre. Per cui, se sei un serial killer, è probabile che tu sia nato a novembre”. 

E non “se sei nato a novembre, è probabile che tu sia (o divenga) un serial killer”. 

Anche perché, altrimenti, banalmente, il mondo sarebbe pieno di serial killer, visto che un dodicesimo (più o meno) della popolazione mondiale è nato a novembre.
Peraltro, anche il Corriere della Sera presenta il dato più o meno nello stesso modo:

Novembre: altissime possibilità di mettere al mondo serial killer e schizofrenici.

Ora, vista così può sembrare una questione da poco.

Pensate, però, alla differenza tra il dare una notizia così:

“Un’alta percentuale di furti viene commessa da extracomunitari”

e così:

“Un’alta percentuale di extracomunitari commette furti”

Attenzione, quindi, all’approssimazione.

E, soprattutto, guardatevi le spalle!

Quattro chiacchiere con…

Da una conversazione con l’amico Mauro Berruto, un’idea: fare un paio di domande “in parallelo” ai lettori dei nostri blog (quello di Mauro lo trovate qui).

Vi chiedo, dunque:

1) Se tu potessi sederti a fare quattro chiacchiere con un personaggio contemporaneo e vivente, chi vorresti incontrare?

2) Che cosa vorresti chiedergli/le?

Anch’io sto stilando le mie liste (di persone e di domande).

Che condividerò qui, naturalmente, una volta raccolti i vostri suggerimenti.

Ditemi, allora…

 

Prezi

In questi giorni sto provando Prezi: uno strumento, mi pare, piuttosto intelligente per creare presentazioni con un modalità diverse rispetto a quelle di Powerpoint o Keynote.

La logica della linearità delle slide è superata da strumenti più vicini al visual thinking ed al mapping.

Lo strumento va senza dubbio raffinato, ma presenta potenzialità interessanti, specie per presentazioni con alcune caratteristiche:

  • necessità di passare frequentemente da visioni generali a visioni di dettaglio
  • una scaletta non definita a priori e, quindi, la necessità di una gestione non strettamente cronologica
  • un elevato grado di interazione e di discussione, che può portare ad aggiungere e/o modificare contenuti
La premessa è che il documento creato è puramente un supporto alla presentazione, non un documento da distribuire durante o dopo la presentazione stessa. Ma questo, secondo me, come sapete, vale anche per le slide.

Libri in valigia 2011

Puntuale, di questa stagione, il post con il quale mi piacerebbe condividere la lista dei libri che ciascuno di noi, quest’anno, si porterà in valigia, approfittando della frescura della montagna o del lettino al mare (o di qualsiasi altra cosa, ovunque siate) per leggere e, nel caso, ri-leggere.

Per ora, ho preparato questi:

Umberto Eco
Costruire il nemico – e altri scritti occasionali

Mi interessa esplorare la logica della dinamica amico-nemico e della creazione del consenso attraverso la costruzione di nemici da temere.

Come scrive Eco sulla quarta di copertina

“Per tenere i popoli a freno, di nemici bisogna sempre inventarne, e dipingerli in modo che suscitino paura e ripugnanza”

Guy Kawasaki
Enchantment
The art of changing hearts, minds and actions

Non ho ancora letto nulla di questo autore, ho voglia di capire che cosa ha da raccontare.

Mario Calabresi
Cosa tiene accese le stelle
Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro

Mi piace molto il suo modo di dirigere La Stampa.

Vincenzo Latronico
La cospirazione delle colombe

Sono stato attratto dal risvolto di copertina:

Lottiamo ogni giorno per inseguire il successo, il denaro, la felicità. Ma cosa fare quando il talento non basta e il gioco pulito non conduce a niente? Quanti fallimenti ci vogliono perché una colomba si trasformi in falco?

Ho ancora un po’ di posto: suggerimenti?

Voi, che cosa vi portate?

 


Per chi volesse altri suggerimenti, i libri degli scorsi anni: 2010200920082007


Fil rouge

In questo periodo mi sono mosso un po’ in giro per l’Italia per alcune lezioni.
In particolare, nelle ultime due settimane mi sono trovato a passeggiare a Roma, a Piombino e nei pressi di Urbino.
Venerdì, partendo proprio per Urbino, ho scattato una foto al lago d’Iseo, dove vivo.

Messe insieme, le fotografie di questi luoghi formano un quadretto davvero niente male.

In mezzo a questi scatti, mi sono ricordato di un pensiero di Mauro, affidato qualche giorno fa alla sua pagina facebook:

Da Taormina a Trieste, i suoi caffè, la sua atmosfera letteraria e cosmopolita, Joyce, Svevo, Saba immobilizzati nelle loro statue, Magris e la sua libera intelligenza che diventerà Nobel, la bellezza di Piazza dell’Unità d’Italia, l’orrore ancora chiuso dentro alle mura della Risiera di S.Sabba. Ora Padova: altri capolavori, storia, arte. Sarò retorico, pazienza. La ricchezza del nostro paese è nelle sue differenze.

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