<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Luca Baiguini &#187; Baricco</title>
	<atom:link href="http://www.lucabaiguini.com/tag/baricco/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.lucabaiguini.com</link>
	<description>Luca Baiguini - Weblog and personal website</description>
	<lastBuildDate>Wed, 08 Feb 2012 11:03:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Un grido in cerca di una bocca</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2011/08/baricco-selby.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2011/08/baricco-selby.html#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 15:40:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[Baricco]]></category>
		<category><![CDATA[storytelling]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lucabaiguini.com/?p=1987</guid>
		<description><![CDATA[L'inizio di uno scritto di Baricco mi ricorda come a volte un'inezia possa inchiodarti per la meraviglia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto <a href="http://books.google.it/books?id=b6g8aOxUU2IC&amp;pg=PA36&amp;lpg=PA36&amp;dq=un+grido+in+cerca+di+una+bocca+baricco&amp;source=bl&amp;ots=N3wN5B1sY0&amp;sig=GFQHoodbaVP8XRh1Q23Lux04R6I&amp;hl=it&amp;ei=x6U2TtK2B4Sb-gbI0_GUDQ&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=4&amp;ved=0CC8Q6AEwAw#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank">questo brano</a> di Baricco molti anni fa.<br />
Mi era piaciuto, molto.<br />
In questi giorni mi è ritornato in mente a proposito di quanto avevo scritto lo scorso aprile in <a href="http://www.lucabaiguini.com/2011/04/minimal-stories.html" target="_blank">questo post</a>.</p>
<p>L&#8217;inizio è un qualcosa di molto vicino a ciò che volevo dire e che mi si agita in testa in questi giorni:</p>
<blockquote><p>Ha un bello spremersi, il mondo tutto, per intrattenerti con il suo grande show quotidiano, a suon di dollari lacrime e sangue, ma poi c&#8217;è sempre la volta che a inchiodarti per la meraviglia è il niente di una frase, letta per caso, lunga poche parole, un&#8217;inezia.</p></blockquote>
<p>Ecco, proprio questo: a volte a inchiodarti è il niente di una frase, o di un episodio, o di una storia minima.<br />
Un&#8217;inezia.</p>
<p>Che, però, ti cambia un pezzo di vita. O, per lo meno, il tuo modo di guardarlo, quel pezzo di vita.<br />
E non è nemmeno tanto importante se, dentro di te, sei d&#8217;accordo oppure no con quel modo di guardarlo, e se qualcun altro lo sarà (d&#8217;accordo, intendo).<br />
Perché quell&#8217;inezia ti ha tolto un po&#8217; di ingenuità (o di immaturità?). Per sempre.</p>
<p>A questo sto pensando, forse perché è vacanza, e non c&#8217;è di meglio da fare.<br />
O, forse, perché è vacanza e non c&#8217;è di peggio da fare.</p>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lucabaiguini.com/2011/08/baricco-selby.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Gli scarichi della fabbrica del futuro</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2010/09/effetti-cambiamento.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2010/09/effetti-cambiamento.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 24 Sep 2010 14:31:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Change management]]></category>
		<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[Baricco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lucabaiguini.com/?p=1356</guid>
		<description><![CDATA[Il dibattito su profondità e superficie avviato da Baricco su Wired prosegue con uno scambio tra lo stesso Baricco e Eugenio Scalfari, che mi ha ispirato un paio di idee.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;articolo di Baricco per <a href="http://www.wired.it/magazine/archivio/2010/09/storie/i-nuovi-barbari.aspx" target="_blank">Wired</a> di cui ho parlato <a href="http://www.lucabaiguini.com/2010/09/baricco-e-la-superficie.html" target="_blank">qui</a> ha suscitato uno scambio vivace tra lo stesso Baricco e Eugenio Scalfari.<br />
Ne trovate traccia su <a href="http://www.repubblica.it" target="_blank">Repubblica</a> in questi giorni.<br />
Un passaggio della risposta di Baricco a Scalfari ha suscitato il mio interesse.</p>
<p>Una premessa: Baricco distingue così i <strong>barbari</strong> dagli <strong>imbarbariti</strong>.</p>
<blockquote><p>Io quando penso ai barbari penso a gente come Larry Page e Sergey Brin (i due inventori di Google: avevano vent&#8217;anni e non avevano mai letto Flaubert) o Steve Jobs (tutto il mondo Apple e la tecnologia touch, tipicamente infantile) o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia, l&#8217;enciclopedia on line che ha ufficializzato il primato della velocità sull&#8217;esattezza). Quando penso agli imbarbariti penso, a costo di sembrare snob, alle folle che riempiono i centri commerciali o al pubblico dei reality show. Il fatto che i secondi usino abitualmente le tecnologie inventate dai primi non deve confondere le cose. Si tratta di due fenomeni diversi: né l&#8217;eventualità che Steve Jobs adori i reality show deve indurci a fare confusione.</p></blockquote>
<p>E qui, la<strong> cosa interessante</strong>: gli imbarbariti sono una specie di sottoprodotto dei cambiamenti epocali: inevitabile, inseparabile ma anche quasi irrilevante effetto collaterale.</p>
<p><span id="more-1356"></span>Baricco la dice così:</p>
<blockquote><p>E allora perché dovremmo giudicare Steve Jobs dai messaggi sgrammaticati che la gente si scambia sui suoi Iphone? Perché non ci arrendiamo all&#8217;idea che l&#8217;imbarbarimento è una sorta di scarico chimico che la fabbrica del futuro non può fare a meno di produrre? Simili rifiuti li ha prodotti l&#8217;Illuminismo, e prima di allora l&#8217;Umanesimo, e prima di allora l&#8217;idea imperiale di Roma, e prima di allora&#8230;</p></blockquote>
<p>La mia, di domanda: quante volte, anche senza pensare a cambiamenti epocali, le persone e i gruppi non affrontano il cambiamento perché non hanno il coraggio di affrontare il puzzo dello &#8220;scarico chimico che la fabbrica del futuro non può fare a meno di produrre&#8221;?<br />
A pensarci bene, a me è successo, più di qualche volta.</p>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lucabaiguini.com/2010/09/effetti-cambiamento.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Baricco e la superficie</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2010/09/baricco-e-la-superficie.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2010/09/baricco-e-la-superficie.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 08:03:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[Baricco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lucabaiguini.com/?p=1298</guid>
		<description><![CDATA[Un articolo di Baricco su Wired Italia, che illustra il cambiamento nei modi con cui si ricerca il senso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In copertina su Wired Italia di settembre c&#8217;è Alessandro Baricco, e dentro un suo brano.<br />
Si tratta di un&#8217;appendice ad una serie di riflessioni, poi diventate un libro: I Barbari. Ne ho ripreso, a suo tempo, una parte <a href="http://www.lucabaiguini.com/2007/05/la-grande-muraglia.html">qui</a>.<br />
Il ragionamento è interessante: non è vero che i nostri tempi abbiano rinunciato alla ricerca di senso. Ad essere cambiato è il modo di cercarlo. Una volta, prima dell&#8217;avvento dei Barbari, il senso lo si cercava nella profondità. Oggi sulla superficie.<span id="more-1298"></span> Baricco lo dice così:</p>
<blockquote><p>Il concetto della profondità, la pratica della profondità, la passione per la profondità. Forse qualcuno se li ricorda, erano animali ancora in forma, ai tempi dei Barbari. Li animava l&#8217;ostinata convinzione che il senso delle cose fosse collocato in una cella segreta, al riparo dalle più facili evidenze, conservato nel freezer di un&#8217;oscurità remota, accessibile solo alla pazienza, alla fatica, all&#8217;indagine ostinata. Si risaliva nel tempo, si scavava nei significati, si lasciavano sedimentare gli indizi. Perfino nei sentimenti si aspirava a quelli profondi, e la bellezza stessa la si voleva profonda, come i libri, i gesti, i traumi, i ricordi, e alle volte gli sguardi.<br />
Era un viaggio, e la sua meta si chiamava profondità. La ricompensa era il senso, che si chiama senso ultimo, e ci concedeva la rotondità di una frase a cui, anni fa, credo di aver sacrificato una marea di tempo e luce: il senso ultimo e profondo delle cose.</p></blockquote>
<p>Tutto questo è cambiato. Nell&#8217;oggi (e riprendo Baricco)</p>
<blockquote><p>La superficie è tutto, e in essa è scritto il senso. Meglio: in essa siamo capaci di tracciare un senso. E da quando abbiamo maturato questa abilità, è quasi con imbarazzo che subiamo gli inevitabili sussulti del mito della profondità: oltre ogni misura ragionevole patiamo le ideologie, gli integralismi, ogni arte troppo alta e seria, qualsiasi sfacciata pronuncia di assoluto. Probabilmente abbiamo anche torto, ma sono cose che ricordiamo saldate in profondità a ragioni e sacerdozi indiscutibili che ora sappiamo fondati sul nulla, e ne siamo ancora offesi &#8211; forse spaventati. Per questo oggi suona kitsch ogni simulazione di profondità e in fondo sottilmente cheap qualsiasi concessione alla nostalgia.</p></blockquote>
<p>Ora, sarà che sono appena rientrato dalle vacanze, e che la voglia di profondità ancora non m&#8217;è ancora tornata, ma oggi mi sento uomo molto più avvezzo alla superficie che alla profondità. Anche se, probabilmente, per dirla di nuovo con Baricco&#8230; ho anche torto.</p>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lucabaiguini.com/2010/09/baricco-e-la-superficie.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;arte di raccontare storie</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2009/01/larte-di-raccontare-storie.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2009/01/larte-di-raccontare-storie.html#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2009 14:52:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Public Speaking]]></category>
		<category><![CDATA[Baricco]]></category>
		<category><![CDATA[storytelling]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lucabaiguini.com/?p=219</guid>
		<description><![CDATA[Raccontare una storia è un buon modo, in genere, per iniziare un intervento in pubblico: rompe il ghiaccio e introduce in maniera soft idee e concetti che poi potranno essere sviluppati durante l'esposizione. Baricco ci offre una lezione di come raccontare storie che tengano il pubblico avvinto.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Raccontare una storia è un buon modo, in genere, per iniziare un intervento in pubblico: rompe il ghiaccio e introduce in maniera soft idee e concetti che poi potranno essere sviluppati durante l&#8217;esposizione.<br />Durante i corsi di <a href="http://www.lucabaiguini.com/comunicazione/public-speaking/">comunicazione in pubblico</a>, analizzo spesso esposizioni&nbsp;che illustrano questa che, più che una tecnica, è una vera e propria arte.<br />Uno dei video che analizzo con maggiore frequenza è uno spezzone&nbsp;di Pickwick, trasmissione presentata da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Baricco" target="_blank">Alessandro Baricco</a>. Che, per quel che ci capisco io, a raccontare storie è davvero bravo.</p>
<p><span id="more-219"></span></p>
<p>Mi piace in particolare la prima parte della seconda puntata, quando Baricco parla dell&#8217;opera dello scrittore Jurg Federspiel.<br />E mi piace per due motivi: perché la struttura utilizzata da Baricco&nbsp;è davvero interessante, e per come è bravo a rendere viva la storia. </p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Rendere vive le storie</h2>
<p>Questa è&nbsp;la trascrizione dell&#8217;inizio della puntata di Pickwick:</p>
<ul>
<p><i>Due giorni dopo la battaglia di Austerlitz, un uomo a cavallo arrivò al lago di Costanza.<br />Due giorni dopo la battaglia di Austerlitz, un ussaro&nbsp;a cavallo arriva sul bordo del lago di Costanza.<br />È pieno inverno, è tutto gelato, il lago, e c&#8217;è neve intorno. <br />Fa così freddo che, se volesse, l&#8217;ussaro non potrebbe nemmeno togliere la sciabola dal fodero, incrostata di ghiaccio.<br />È fermo, davanti a questo lago.<br />E tutto intorno escono dalle case, dalle baracche i contadini e cominciano a gridare &#8220;</i>Non andare! Si romperà il ghiaccio. Morirai.<i>&#8220;<br />Ed escono le donne dei contadini, ed hanno questi grembiuli bianchi, se li tolgono, e li sventolano in aria.<br />Il bianco della neve, del ghiaccio, di questi grembiuli.<br />L&#8217;ussaro però guarda intorno a sè, guarda il ghiaccio, guarda la neve, guarda i contadini, guarda questi grembiuli bianchi che sventolano nell&#8217;aria, sprona il cavallo e parte al galoppo.<br />E tutti si fermano e lo guardano galoppare lungo il lago, e scomparire nella nebbia.</i></p>
</ul>
<p>E, da questo punto in avanti, inizia un spiegazione di quest&#8217;immagine.<br />Una spiegazione che a me piace molto, e che vi invito ad ascoltare.</p>
<p>Il primo motivo, dunque, per cui ho scelto questo spezzone.<br />Raccontata da Baricco questa piccola storia dell&#8217;ussaro è vivida. È una di quelle immagini che ti si stampano nella mente, e che portano con sè domande.<br />Ad alcune di queste domande Baricco risponde pochi secondi dopo.<br />Ma che cosa rende così vivida quest&#8217;immagine. Dopotutto, si tratta di un ussaro che cerca di attraversare il lago di Costanza. E, detto così, non è che susciti grande curiosità.<br />La mia opinione è che a trasformare un episodio in una storia ben raccontata sia la capacità di farcire la storia con dei dettagli che possiamo definire inutili nell&#8217;ottica&nbsp;dell&#8217;obiettivo della presentazione, ma che, invece, sono utilissimi per dare vita al racconto.<br />La spada che, anche se l&#8217;ussaro lo volesse, non potrebbe togliere dal fodero.<br />Le donne che escono dalle case, i loro grembiuli bianchi.<br />Nell&#8217;economia della storia che Baricco vuole raccontare e del concetto che esprime questi dettagli sono assolutamente irrilevanti.<br />Eppure, fanno la differenza nell&#8217;impatto del racconto sul pubblico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>La struttura del racconto</h2>
<p>Un secondo elemento che mi sembra renda questa presentazione davvero bella è la struttura dell&#8217;utilizzo della storia.<br />Baricco narra l&#8217;inizio della storia. Poi si interrompe e ne illustra il senso: introduce il concetto lasciando in sospeso il finale.<br />Ce l&#8217;ha poi fatta, l&#8217;ussaro, ad attraversare il lago?<br />Questa domanda rimane aperta per alcuni minuti. Il tempo che a Baricco serve per darci la chiave di lettura di quest&#8217;immagine, e anche delle immagini che seguiranno.<br />Poi, il finale viene svelato.</p>
<ul>
<p><i>Beh, volevo aggiungere che l&#8217;ussaro il lago riesce ad attraversarlo&#8230;<br />Attraversa il lago di Costanza, vivo, l&#8217;ussaro. E poi attraversa villaggi, paesi, valli&#8230;</i></p>
</ul>
<p>Termina la storia, e, al termine, un&#8217;altra immagine che rafforza ulteriormente il concetto illustrato prima.</p>
<p>Naturalmente, non sempre è possibile utilizzare questo tipo di struttura. <br />Molto spesso il concetto che cardine della storia&nbsp;è contenuto nel finale. E, allora, non lo si può lasciare in sospeso.<br />Quando è possibile, però, questo mi pare un bel modo di raccontare storie.</p>
<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2009/12/corporate-storytelling-obiettivi.html' rel='bookmark' title='Storytelling: tra obiettivi e gusto del raccontare'>Storytelling: tra obiettivi e gusto del raccontare</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2008/10/il-potere-delle-storie.html' rel='bookmark' title='Il potere delle storie'>Il potere delle storie</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2011/12/baricco-mr-gwyn.html' rel='bookmark' title='Un modo di stare nel tempo'>Un modo di stare nel tempo</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lucabaiguini.com/2009/01/larte-di-raccontare-storie.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Grande Muraglia</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2007/05/la-grande-muraglia.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2007/05/la-grande-muraglia.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 May 2007 05:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[Baricco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lucabaiguini.com/?p=52</guid>
		<description><![CDATA[Un commento ad un brano del libro "Barbari" di Alessandro Baricco
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi piace <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Baricco" target="_blank">Baricco</a>. L&#8217;ho già scritto altre volte.<br />
Ho letto &#8220;<strong><a href="http://www.bol.it/libri/scheda/ea978886044077.html" target="_blank">I Barbari</a></strong>&#8220;: interessante.<br />
Un passaggio mi ha ricordato un <a href="http://www.lucabaiguini.com/2007/03/guerre-di-trincea.html" target="_blank">post </a>di qualche tempo fa, in cui ho citato un altro dei suoi libri.<br />
Eccolo:</p>
<blockquote><p>Lo voglio dire nel modo più semplice. Qualsiasi cosa stia accadendo, quando abbiamo percepito la spina nel fianco di una qualche razzìa, la mossa che abbiamo scelto di fare è stata alzare una Grande Muraglia. Apparentemente lo abbiamo fatto per difenderci. E siamo tuttora convinti in buona fede che sia per quello. E celebriamo il domestico eroismo di chi la difende ogni giorno, e di chi la costruisce, ottusamente, per migliaia di chilometri. Neanche la constatazione, facile, che quel muro non ha minimamente ridotto le razzìe, ci fa cambiare idea. Continuiamo a perdere pezzi, eppure il grottesco spettacolo di eleganti ingegneri affaticati dietro alla costruizione del muro continua a sembrarci lodevole. Ma la verità è che non stiamo difendendo un confine: lo stiamo inventando. Ci serve quel muro, ma non per tenere lontano quel che ci fa paura: per dargli un nome. Dove c&#8217;è quel muro, noi abbiamo una geografia che conosciamo, l&#8217;unica: noi di qua, e di là i <em>barbari</em>. Questa è una situazione che conosciamo. E&#8217; una battaglia che sappiamo combattere. Al limite possiamo perderla, ma sapremo che abbiamo combattuto dalla parte giusta. Al limite possiamo perdere, ma non possiamo <em>perderci</em>. E allora avanti con la Grande Muraglia.</p></blockquote>
<p dir="ltr">Sarà soltanto un&#8217;impressione, ma da qualche tempo mi pare di incontrare un sacco di confini inventati, difesi da eleganti, solide, fidate Grandi Muraglie che servono soltanto a farci sapere che stiamo combattendo dalla parte giusta.</p>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lucabaiguini.com/2007/05/la-grande-muraglia.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Guerre di trincea</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2007/03/guerre-di-trincea.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2007/03/guerre-di-trincea.html#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Mar 2007 14:17:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Formazione manageriale]]></category>
		<category><![CDATA[Problem solving]]></category>
		<category><![CDATA[Baricco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lucabaiguini.com/?p=46</guid>
		<description><![CDATA[Lo stallo nei processi di comunicazione e problem solving, in un brano di "Questa storia" di Alessandro Baricco
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri si parlava con un caro amico di quelle situazioni in cui i processi di comunicazione o di problem solving finiscono in una situazione di stallo, ed il perpetuarsi di schemi poco funzionali non fa che peggiorare questo avvitamento.<br />
Mi ha ricordato la guerra di trincea.<br />
E mi ha ricordato un passaggio di &#8221;Questa storia&#8221;, di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Baricco" target="_blank">Alessandro Baricco</a>, in cui quella cosa là (la guerra di trincea, intendo) viene descritta con il modo di scrivere di Baricco, che tu lo leggi e lui ti ha spiegato un pezzo di mondo.<br />
Descrive, qui, come i tedeschi sfondarono le linee nel &#8217;17, nell&#8217;attacco che porterà a Caporetto.</p>
<blockquote><p>&#8220;Così lui assunse un tono più mite &#8211; ancora lo ricordo &#8211; enunciandomi le due leggi che ogni manovra d&#8217;attacco doveva rispettare, secondo i manuali di guerra. La prima era vecchia come l&#8217;arte del combattere e decretava che per vincere bisognava conquistare le vette, i punti da cui si poteva dominare il terreno. Più che un principio stratetico era una categoria mentale, mille volte riaffermata dalle roccaforti che in ogni parte del mondo sancivano l&#8217;ubicazione del potere collocandolo in alto, dove qualsiasi movimento umano risultava sotto controllo. La seconda regola, innegabilmente logica, indicava la necessità di avanzare con uno schieramento compatto, conservando una linea di fronte il più ampia possibile, così da non rischiare di perdere in avanti singole porzioni di truppa, destinate a scollarsi dal grosso dell&#8217;esercito e a trovarsi prima isolate dai rifornimenti e poi, inesorabilmente, accerchiate. Da un punto di vista geometrico, un ragionamento ineccepibile. Si trattava di regole che i tedeschi conoscevano benissimo. Si può dire che avessero contribuito attivamente a fondarle. Attaccarono, il 24 ottobre 1917, affidandosi a una strategia che potrebbe essere così riassunta: date le regole, fare il contrario. Incuranti delle vette, avanzarono nel fondovalle, dove le difese erano più morbide e disattente. E lo fecero con piccoli reparti d&#8217;assalto, a cui era stato dato l&#8217;ordine, impensabile, di affondare nelle linee nemiche e di non fermarsi mai, perdendo qualsiasi contatto col grosso dell&#8217;esercito e decidendo autonomamente i propri spostamenti e le proprie azioni. L&#8217;idea era quella di penetrare nelle linee nemiche come termiti che, scelta la via d&#8217;accesso dove il legno era più morbido, avrebbero poi scavato nelle interiora dello schieramento nemico fino a che le vette, neppure conquistate, sarebbero crollate da sole. Fu esattamente quello che successe.</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">Ed ecco l&#8217;effetto di questa strategia</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">[...] e nessuno può capire cosa successe quando quell&#8217;ufficiale tedesco, con una rivoltella in mano, sbucò dalle nubi, <em>alle nostre spalle</em>, salito dal fondovalle con quattro o cinque uomini armati, e iniziò ad urlare in italiano di arrenderci, senza la minima esitazione, perfino con calma, come annotando il risultato ovvio di una operazione banale. Vedete come da un punto di vista squisitamente militare &#8211; avrebbe concesso il capitano con i suoi trant&#8217;anni da salvare &#8211; la situazione fosse molto chiara, essendo noi 278 e loro quattro o cinque, ma è la geometria delle menti e delle anime che va qui compresa &#8211; avrebbe obbiettato il capitano, cogliendo in effetti nel segno e forse sfiorando il mistero di quelo che successe a Caporetto. Perché erano animali addestrati a un tipo di guerra molto particolare, in cui l&#8217;avere il nemico <em>di fronte</em> era l&#8217;unica geometria conosciuta: l&#8217;aver speso tanto tempo e indicibili sofferenze in quell&#8217;unica figura aveva ottenuto di elevarla a forma dell&#8217;essere, a schema immutabile della percezione. Ciò che accadeva lo faceva nelle forme a priori di quella geometria, e quando ricevevano la morte essa arrivava dalla trincea di fronte, e quando portavano la morte, la portavano dritti davanti a sé, alla trincea che li aspettava. All&#8217;interno di quello schema ferreo avevano maturato un sapere raffinatissimo e un&#8217;indicibile disponibilità al sacrificio: ma quanto più in loro si coagulava l&#8217;intimità con quell&#8217;unico movimento preciso, tanto più sfumava la memoria delle infinite possibilità dello spazio e svaniva la capacità, anche morale, a sostenere l&#8217;anomalia di un movimento che non fosse quello frontale. Per questo l&#8217;ipotesi di trovarsi attaccati <em>alle spalle</em> aveva cessato di figurare nel loro indice dell&#8217;immaginabile, e quando effettivamente divenne realtà, nell&#8217;irreale cornice di un isolamento totale, dovette parere loro non tanto come una situazione di combattimento da interpretare, quanto piuttosto come una magica sospensione del combattimento stesso, un decadere improvviso del tutto, che li sollevava dal compito di reagire. [...]</p>
</blockquote>
<p>Usando la trincea come metafora (con tutto il rispetto per chi l&#8217;ha vissuta davvero e che, forse, di metafore non ne vorrebbe sentir parlare), potrebbe essere interessante farsi alcune domande.</p>
<p>Quanto spesso succede che l&#8217;aver speso tanto tempo e indicibili sofferenze in un&#8217;unica figura, strategia, processo comunicativo ottiene come effetto collaterale quello di elevarli a forme dell&#8217;essere, a schemi immutabili della percezione, sfumando ogni altra possibilità?</p>
<p>Quando questi principi stategici diventano delle inattaccabili categorie mentali?</p>
<p>Che ruolo ha l&#8217;essersi costruiti, all&#8217;interno di questi confini, &#8220;un sapere raffinatissimo e un&#8217;indicibile disponibilità al sacrificio&#8221;?</p>
<p>E se, come i tedeschi, di fronte a una guerra di trincea, qualcuno avesse il coraggio di dire &#8220;Date le regole, fare il contrario&#8221;?</p>
<p>Certo, questo coraggio implica due abilità non banali: quella di saper osservare i processi da un punto di vista che ne comprenda a fondo le dinamiche.<br />
E quella di saper generare delle dinamiche alternative.</p>
<p>Credo che la formazione manageriale, ridotta ai minimi termini, debba porsi l&#8217;obiettivo di generare queste due capacità.</p>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lucabaiguini.com/2007/03/guerre-di-trincea.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Page Caching using disk: enhanced
Database Caching 2/44 queries in 0.146 seconds using memcached
Object Caching 803/869 objects using memcached

Served from: www.lucabaiguini.com @ 2012-02-08 13:18:36 -->
