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Montessori in azienda

Su The New York Times, un’intervista a Jeremy Allaire di Brightcove tocca molti temi che hanno a che vedere con la gestione e lo sviluppo delle risorse umane e della leadership.

Si va dalla selezione delle persone in fase di start-up alla creazione di un senso di urgenza per il cambiamento, dall’approccio alle aspettative di carriera a quello verso i momenti di avversità.
Tutto l’articolo merita una lettura.

A colpirmi più di tutto è stata la risposta alla prima domanda, che fa da cornice e da filo conduttore a tutta l’intervista.

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Bob the builder

Bob the builder

Su “The telegraph“, un articolo di Daniel Pink che mi ha intrigato per due motivi: il che cosa (il contenuto) e il come (la modalità con cui il contenuto è stato veicolato).

Il che cosa
L’articolo riprende alcuni studi che dimostrano come un dialogo interno troppo basato su affermazioni positive (“Nulla e nessuno ci può fermare“, per esempio) non aiuta nel raggiungimento dei risultati, anzi, piuttosto è vero il contrario.
Le ricerche, infatti, hanno messo l’accento sul fatto che a raggiungere i risultati migliori sono coloro che sostituiscono alle affermazioni positive delle domande, da porre a se stessi o al gruppo.

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Alla scrivania

Su Scientific American Brain, un articolo (ripreso anche da Mente e Cervello) su come l’ambiente di lavoro (nello specifico, gli uffici) possa influenzare direttamente e in maniera pesante prestazioni, produttività, stato emotivo e salute degli impiegati.

S. Alexander Haslam e Craig Knight, i due autori, illustrano una serie di sperimentazioni (alcune effettuate direttamente da loro, altre da gruppi di studio diversi) che dimostrano in che modo l’ambiente impatta sulla produttività, e quali siano le migliori soluzioni da adottare

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Una retorica dell’innovazione?

Via JobTalk, e questa interessante discussione, mi è balzato agli occhi questo articolo di Adam Hartung su Forbes.
Il titolo già dice molto: “Fire the status quo police”.
Il contenuto è riassumibile in alcune frasi utilizzate dallo stesso autore:

La polizia dello status quo istituzionalizza le metriche iniziali. Insiste sul fatto che le innovazioni portino un margine appropriato, ordinativi congrui, prezzi adeguati, oppure vengano abbandonate, senza curarsi dei mercati che stanno cambiando e presentano un potenziale di crescita nel futuro. [...]

Queste norme distruttive non potrebbero essere sostenute se non ci fossero persone votate a rinforzare una rigida adesione alle norme stesse. Questi sono i Poliziotti dello Status Quo. Il loro lavoro, prima di tutto e innanzitutto, è assicurarsi che il modo consueto di fare le cose non venga alterato. Non è focalizzarsi su risultati positivi per il business. Al contrario, è assicurarsi che l’organizzazione rimanga sul provato e sul vero, senza riferimenti ai risultati. La polizia semplicemente assume che i risultati saranno buoni se lo status quo continua.

Nulla di particolarmente nuovo.
Leggendo l’articolo e gli esempi (anche questi abbastanza classici) di aziende innovative, però, mi sono chiesto una cosa.

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La produttività del knowledge worker

In questi giorni ho assistito ad una sessione di brainstorming di un gruppo di knowledge worker che aveva come focus strumenti e pratiche per migliorare il loro coinvolgimento, la loro motivazione e, last but not least, la loro produttività.
Mi ha impressionato come la stragrande maggioranza delle proposte avanzate avesse a che vedere con la comunicazione e l’interazione tra loro e con le diverse parti dell’organizzazione.

Sono andato, allora, a rileggermi un articolo pubblicato su McKinsey Quarterly qualche giorno fa, che focalizza proprio questo punto.

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Fare pace con il potere

Su HBR Italia di luglio/agosto, un articolo di Jeffrey Pfeffer (docente di Comportamento Organizzativo alla Graduate School of Business di Stanford) accende i riflettori (come ha fatto recentemente, in Italia, il libro di PierLuigi Celli “Comandare è fottere“, cui ho fatto cenno qui) sul tema del potere nelle organizzazioni.
La tesi è la stessa, non è possibile fare carriera o realizzare i propri obiettivi senza guardare in faccia alla scomoda realtà: per progredire è necessario ottenere ed esercitare potere.

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La leadership sull’esperienza

Sul blog The Conversation, (Harvard Business Review), Michael Fertik propone alcune riflessioni interessanti su come un giovane leader dovrebbe gestire le relazioni con colleghi più vecchi ed esperti.
Parte da un presupposto scontato (per lui), ma che già potrebbe essere una provocazione per molti:

Sai già che la vittoria dipende in misura non irrilevante dall’assumere persone migliori di te.
Se sei un giovane imprenditore o capo, questo comporterà l’assumere persone più vecchie e con maggiore esperienza di te, specialmente nelle funzioni più importanti della tua organizzazione.

Se questo è il presupposto, la gestione di persone con maggiore seniority ed esperienza è una sfida non di poco conto.

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Verbalizzazione grafica

Su Harvard Business Review Italia di settembre ho trovato alcuni spunti interessanti.
Il primo: un articoletto intitolato “Stanchi di PowerPoint? Provate questa alternativa“.
Daniel McGinn parla di verbalizzazione grafica: tutte quelle tecniche e metodologie che hanno a che vedere con la visualizzazione grafica delle informazioni che possono emergere da un articolo, una riunione, un brainstorming, eccetera.
La tecnica è datata, ma, a quanto pare, la stanchezza per l’uso (e l’abus0) delle slide come strumento di supporto alle riunioni e alle presentazioni l’ha riportata in auge in molte organizzazioni.

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Una domanda su leadership e competenze

Una domanda su leadership e competenze

Su Il Sole 24 Ore dello scorso 20 agosto, un articolo di Giuseppe Berta mi ha incuriosito.
Titolo: I nuovi modelli di management alla scuola di Detroit
Sottotitolo: La scuola dei manager non auto

Vi sottopongo un paio di passaggi in particolare:

Alan Mulally alla Ford, Sergio Marchionne alla Chrsyler e ora Akerson alla Gm impersonano, benché in modo diverso, originali orientamenti manageriali che, se continueranno ad avere successo, non mancheranno di condizionare in generale i criteri di gestione dell’impresa. Tutti e tre questi manager hanno in comune il fatto che non si sono formati all’interno dell’industria dell’automobile. Ci sono arrivati quando disponevano ormai di una consolidata esperienza gestionale e non erano dunque influenzabili dalle procedure e, peggio ancora, dalle ritualità prevalenti entro le imprese del settore. Li avvicina anche l’essere portatori di una spinta a cambiare in profondità il modo di operare delle realtà che sono stati chiamati a dirigere. Contrariamente al passato, quando il management usciva da una cultura d’impresa sedimentata nel tempo, a cui aderiva strettamente, ai nuovi manager è stata affidata la responsabilità di trasformare alla radice il comportamento aziendale. [...]

Condizioni così difficili, in un ambiente caratterizzato da un’altissima competizione, rendono nuovamente l’industria dell’auto un terreno privilegiato di elaborazione strategica. Ecco perché le imprese del settore diventano un’altra volta fucine di innovazione manageriale.

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Come comunicare aspettative e obiettivi

Su Forbes.com, Sangeeth Varghese sta pubblicando una serie di articoli sul team management.
Nel primo ha spiegato come, attraverso il meccanismo della profezia che si autorealizza, comunicare obiettivi ed aspettative sfidanti possa condurre le persone a raggiungere gli obiettivi stessi.
Ho parlato anch’io di questo effetto qui.
Nel secondo articolo della serie, pubblicato in questi giorni, si è concentrato su come comunicare questo tipo di obiettivi e di aspettative.

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