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	<title>Luca Baiguini &#187; Team</title>
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	<description>Luca Baiguini - Weblog and personal website</description>
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		<title>Il Vasa, o la celebrazione del fallimento</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Oct 2011 22:28:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Team building]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia del Vasa, e del museo che lo celebra]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Vasa doveva essere l&#8217;orgoglio della Flotta Militare Svedese. Si trattava di un vascello maestoso: 69 metri di lunghezza, armato con 64 cannoni, riccamente arredato e decorato con magnifici bassorilievi.<br />
Era uno di quegli oggetti che servono a marcare una supremazia, e a impressionare il nemico, attuale o potenziale.<br />
Era il 10 agosto 1628, giorno fissato per il viaggio inaugurale. Il Vasa stava veleggiando verso l&#8217;imboccatura del porto di Stoccolma, quando una raffica di vento lo investì in pieno, facendolo ondeggiare vistosamente. Il veliero riuscì a raddrizzarsi, ma una seconda raffica lo piegò su un fianco. L&#8217;acqua cominciò a penetrare dai portelli dei cannoni aperti.<br />
Il Vasa affondò a meno di venti minuti dall&#8217;inizio del suo primo viaggio. Aveva percorso poco più di un chilometro.<br />
Il veliero ha rivisto la luce 333 anni dopo il suo naufragio, ed oggi è conservato a Stoccolma, al Vasa Museet.</p>
<p>Qualche giorno fa, in una pausa di un viaggio di lavoro, l&#8217;ho visitato.</p>
<p>Il museo è davvero ben strutturato, con audioguida scaricabarile su device mobili (wifi gratuito su tutta la superficie del museo), sale con documentari multimediali, ricostruzioni in scala e a dimensione reale, laboratori, eccetera.<br />
Un orgoglio, per gli svedesi.<br />
Un paio d&#8217;ore davvero interessanti, per gli stranieri in visita.<br />
Ora, nella storia del Vasa ci sono un sacco di elementi che si potrebbero sottolineare (la sfida dell&#8217;uomo alla natura, il prezzo dell&#8217;innovazione e del progresso, le falle – sic – nel processo di decision making e di costruzione, e chi più ne ha più ne metta).<br />
Mi vorrei soffermare, invece, su una riflessione molto più marginale.<br />
Il naufragio del Vasa non è quel che si dice un episodio esaltante nella storia di una nazione. Eppure, mi ha colpito sentire con quanto orgoglio (simpaticamente punteggiato con una buona dose di autoironia) la guida parlasse di questa nave. Certo, c&#8217;è tutto il vanto per l&#8217;operazione di recupero e restauro. Ma c&#8217;è anche, mi è parso, qualcosa di più. Un senso di appartenenza che si riconosce nel trasformare una potenziale umiliazione in un momento di ulteriore coesione e creazione di identità.<br />
Il contrario, insomma, dell&#8217;autoflagellazione che, invece, spesso ci caratterizza.<br />
E, devo dirlo, mi è piaciuto.</p>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Come si discuteva nel Gruppo 63</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2011/08/gruppo-63.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2011/08/gruppo-63.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 07:51:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Decision making]]></category>
		<category><![CDATA[Leadership]]></category>
		<category><![CDATA[Team]]></category>
		<category><![CDATA[Team management]]></category>

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		<description><![CDATA[La descrizione di Umberto Eco delle discussioni palermitane del Gruppo 63 suggerisce una modalità di interazione utile, purché siano accettati i presupposti su cui si fonda.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo <a href="http://www.lucabaiguini.com/2011/07/libri-in-valigia-2011.html" target="_blank">già scritto</a> che, tra i libri di queste vacanze, c&#8217;è &#8220;<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845265854/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=lucabaig-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845265854" target="_blank">Costruire il nemico</a>&#8221; di Umberto Eco.</p>
<p>Condivido uno spunto che mi è parso interessante: Eco parla del clima e della modalità di interazione che si veniva a creare nei ritrovi palermitani del Gruppo 63:</p>
<blockquote><p>Eppure le persone convenute a Palermo erano accomunate sia da una volontà di sperimentazione che da una esigenza di dialogo rissoso, senza pietà e senza infingimenti. Gli scrittori si leggevano i testi a vicenda ma, dato che c&#8217;erano fratture originarie, nessuna lettura fatta riscuoteva il consenso generale. Non ci si dichiarava perplessi: ci si diceva contro. E si diceva il perché. Quali fossero i perché non conta. Conta che in questa società letteraria l&#8217;unità si stava realizzando a poco a poco attraverso due implicite assunzioni di metodo: (i) ogni autore sentiva necessario controllare la sua ricerca sottoponendola alle reazioni altrui; (ii) la collaborazione si manifestava come assenza di pietà e di indulgenza.</p>
<p>Correvano definizioni da levare la pelle agli animi troppo sensibili. Espresso pubblicamente nell&#8217;ambito di una società letteraria apollinea, ciascuno di questi giudizi avrebbe segnato la fine di una bella amicizia. A Palermo il dissenso generava invece amicizia.</p></blockquote>
<p>Ecco, mi pare una descrizione piuttosto precisa di quanto intendevo dire <a href="http://www.lucabaiguini.com/2009/03/tesi-antitesi-sintesi.html" target="_blank">qui</a>.</p>
<p>E le due assunzioni di cui parla Eco sono presupposti essenziali perché questo tipo di processo funzioni: la disponibilità al confronto (e la percezione della sua necessità) e &#8211; io traduco così la seconda assunzione &#8211; la consapevolezza condivisa che in questo tipo di processi si sta &#8220;recitando una parte&#8221;, e che, quindi, anche l&#8217;attacco più diretto ha come fine il miglioramento del prodotto (in questo caso letterario) finale.</p>
<p>Se vigono queste assunzioni, il dissenso può arrivare a generare amicizia.</p>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La formula della procrastinazione [2]</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2011/05/la-formula-della-procrastinazione-2.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2011/05/la-formula-della-procrastinazione-2.html#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 May 2011 16:15:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione del tempo]]></category>
		<category><![CDATA[Team management]]></category>
		<category><![CDATA[motivazione]]></category>
		<category><![CDATA[procrastinazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il libro di Pierce Steel "Da domani non rimando più" spiega la procrastinazione come l'effetto di quattro fattori: la motivazione ad agire è infatti direttamente proporzionale alle aspettative e al valore, ed inversamente proporzionale a impulsività e ritardo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ritorno sulla formula della procrastinazione, redatta da Pierce Steel, di cui ho già parlato <a href="http://www.lucabaiguini.com/2009/04/la-formula-della-procrastinazione.html" target="_blank">qui</a>.<br />
Lo faccio perché, in questi giorni, ho letto il libro di Steel &#8220;<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804606932/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=lucabaig-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804606932" target="_blank">Da domani non rimando più</a>&#8220;, e l&#8217;ho trovato una fra le letture più interessanti (forse la più interessante) che mi sia capitata fra le mani su questo tema.<br />
Steel prende le mosse dalla Temporal Motivation Theory, che spiega la procrastinazione come l&#8217;effetto di un differenziale di motivazione: finché la motivazione che ci porta verso una tentazione è maggiore della motivazione che ci porta verso l&#8217;esecuzione di un compito, il compito viene rimandato. La motivazione aumenta, però, con l&#8217;avvicinarsi della scadenza (e, quindi, della riscossione del premio o del momento di subire la punizione). La motivazione verso la tentazione, invece, tende ad essere costante e, quindi, il compito viene eseguito nel momento in cui la motivazione a produrre supera la motivazione a distrarsi.</p>
<p><span id="more-1851"></span>Il tutto viene schematizzato da Steel più o meno così:</p>
<p><a href="http://www.lucabaiguini.com/wp-content/uploads/2011/05/Temporal-Motivation-Theory.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1852" title="Temporal-Motivation-Theory" src="http://www.lucabaiguini.com/wp-content/uploads/2011/05/Temporal-Motivation-Theory.png" alt="" width="600" height="414" /></a></p>
<p>Il compito, in questo modo, viene, sotto determinate condizioni, eseguito spesso troppo vicino alla scadenza.</p>
<p>La formula della procrastinazione descrive la curva della motivazione come proporzionale alle aspettative moltiplicate per il valore (formula del valore atteso), ed inversamente proporzionale, invece, al prodotto di impulsività per ritardo.</p>
<p><a href="http://www.lucabaiguini.com/wp-content/uploads/2011/05/Motivazione-Procrastinazione.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1853" title="Motivazione-Procrastinazione" src="http://www.lucabaiguini.com/wp-content/uploads/2011/05/Motivazione-Procrastinazione.png" alt="" width="600" height="339" /></a></p>
<p>Per impulsività si intende la difficoltà ad autocontrollarsi e a posporre una gratificazione: è l’incapacità di sopportare una sofferenza immediata in vista di una ricompensa nel futuro.<br />
Il Ritardo misura proprio la distanza temporale tra il sacrificio e il godimento della ricompensa.</p>
<p>Il crescere di uno di questi due fattori impatta negativamente sulla motivazione.</p>
<p>La formula, in questo senso, è utile, perché prospetta quattro possibili fronti d&#8217;azione (in realtà sono tre, visto che sul ritardo è piuttosto difficile agire direttamente) contro la procrastinazione, ma, più in generale, per aumentare la motivazione.</p>
<p>Steel, nel suo libro, suggerisce alcune azioni.<br />
La cosa che mi pare più interessante è il fatto che questa formula, letta in questo modo, porta ad aprire riflessioni sia sull&#8217;efficacia personale che sul tema della motivazione in ottica di team management.</p>
<p>Per chi, poi, volesse misurare e profilare la propria tendenza a procrastinare, sul <a href="http://www.procrastinus.com" target="_blank">sito di Steel</a>, un test (in inglese) consente di soddisfare anche questa curiosità.</p>
<p>Che cosa ne pensate?</p>
<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2010/02/motivazione-progresso.html' rel='bookmark' title='Sono i progressi a motivare'>Sono i progressi a motivare</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il principio del progresso</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2011/05/il-principio-del-progresso.html</link>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 07:08:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Leadership]]></category>
		<category><![CDATA[Team]]></category>
		<category><![CDATA[Team building]]></category>
		<category><![CDATA[Team management]]></category>
		<category><![CDATA[Teamwork]]></category>
		<category><![CDATA[Harvard Business Review]]></category>
		<category><![CDATA[motivazione]]></category>
		<category><![CDATA[Teresa Amabile]]></category>

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		<description><![CDATA[Da una ricerca di Teresa Amabile e Steven J. Kramer, viene definito il "Principio del progresso": ciò che motiva quotidianamente i lavoratori è la percezione di aver compiuto dei progressi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su HBR Italia di maggio, un articolo di una vecchia conoscenza degli avventori del blog: <a href="http://www.lucabaiguini.com/?s=amabile&amp;x=0&amp;y=0">Teresa Amabile</a>.<br />
<a href="http://drfd.hbs.edu/fit/public/facultyInfo.do?facInfo=bio&amp;facEmId=tamabile" target="_blank"> L&#8217;autrice</a>, insieme a Steven J. Kramer, rende conto dei risultati della ricerca a cui abbiamo già dedicato <a href="http://www.lucabaiguini.com/2010/02/motivazione-progresso.html">questo post</a>, definendo quello che chiama <strong>Il principio del progresso</strong>:</p>
<blockquote><p>[...] di tutti i fattori che possono stimolare le emozioni, la motivazione e le percezioni durante una giornata lavorativa, il più importante in assoluto è fare dei progressi in un lavoro ricco di significato. E più frequentemente le persone provano questo senso di progresso, più è probabile che siano creativamente produttive nel lungo termine. Che cerchino di risolvere un grande mistero scientifico o più semplicemente di realizzare un prodotto o un servizio di alta qualità, il progresso quotidiano &#8211; anche una piccolissima vittoria &#8211; può fare la differenza nel loro spirito e nella loro performance.</p></blockquote>
<p><span id="more-1839"></span>Mi piace molto l&#8217;approccio di ricerca di Teresa Amabile: la trovo una delle studiose più interessanti e originali che mi sia capitato di leggere ultimamente.</p>
<p>La conseguenza del principio del progresso è che i manager che vogliano motivare i collaboratori devono fare essenzialmente due cose:</p>
<ul>
<li>mettere a disposizione catalizzatori e stimoli che consentano di fare progressi (anche piccoli)</li>
<li>rimuovere gli ostacoli e gli inibitori che si traducono battute d&#8217;arresto nei progressi stessi</li>
</ul>
<p>Interessante anche il commento di Edoardo Cesarini, che mette insieme in una matrice due elementi: il grado di stimolo che un lavoro può offrire e il numero di progressi che si ottengono, per poi delineare le quattro situazioni (Motivazione, Demotivazione, Frustrazione e Inerzia) che derivano dalla combinazione di questi fattori:</p>
<p><a href="http://www.lucabaiguini.com/wp-content/uploads/2011/05/matrice-stimolo-progressi.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1841" title="matrice-stimolo-progressi" src="http://www.lucabaiguini.com/wp-content/uploads/2011/05/matrice-stimolo-progressi.png" alt="" width="600" height="385" /></a></p>
<p>Infine, le conclusioni dell&#8217;articolo:</p>
<blockquote><p>[...] l&#8217;implicazione più importante del principio del progresso è questa: supportando le persone e i loro progressi quotidiani in un lavoro significativo, i manager migliorano non solo la vita lavorativa interiore dei propri dipendenti, ma anche la performance di lungo  termine dell&#8217;organizzazione [...]</p>
<p>[...] Una seconda implicazione del principio del progresso è che i manager non devono preoccuparsi di leggere nella psiche dei lavoratori o di manipolare complicati schemi di incentivazione per fare in modo che siano motivati e felici. Se mostrano un minimo di rispetto e in considerazione, possono concentrarsi nel facilitare il lavoro.</p>
<p>&nbsp;</p></blockquote>
<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2010/02/motivazione-progresso.html' rel='bookmark' title='Sono i progressi a motivare'>Sono i progressi a motivare</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2009/07/hackman-sul-teamwork.html' rel='bookmark' title='Hackman sul teamwork'>Hackman sul teamwork</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2008/03/bastone-e-carota.html' rel='bookmark' title='Bastone e carota'>Bastone e carota</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Leadership @ Googleplex</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2011/04/leadership-google.html</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 07:23:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coaching]]></category>
		<category><![CDATA[Leadership]]></category>
		<category><![CDATA[Leadership development]]></category>
		<category><![CDATA[Team]]></category>
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		<category><![CDATA[Teamwork]]></category>
		<category><![CDATA[google]]></category>

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		<description><![CDATA[Da un articolo su New York Times, una ricerca condotta in Google per trovare le pratiche di management più impattanti sulla performance del gruppo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da un <a href="http://www.nytimes.com/2011/03/13/business/13hire.html?_r=2&amp;pagewanted=all" target="_blank">articolo</a> sul <a href="http://www.nytimes.com/" target="_blank">New York Times</a>, una ricerca condotta da Google per stabilire quali fossero i comportamenti dei teamleader che rendevano i gruppi di lavoro più efficaci.<br />
Ne è risultato un elenco di pratiche (in ordine di importanza) piuttosto interessante, per due motivi.</p>
<p>Il primo: niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire.<br />
La cosa interessante, però, secondo gli autori della ricerca, è l&#8217;ordine di priorità con cui questo elenco di buone pratiche si presenta.</p>
<p>Il secondo: la frase di <a href="http://www.google.com/corporate/execs.html" target="_blank">Lazlo Bock</a>, citata nel finale dell&#8217;articolo.</p>
<blockquote><p>Non c&#8217;è bisogno di cambiare la persona. Questo significa che se sono un manager e voglio migliorarmi, e voglio ottenere di più dalle mie persone, e le voglio più felici, le due cose più importanti che posso fare sono semplicemente essere certo di trovare tempo per loro ed essere costante. E questo è più importante di tutto il resto.</p>
<p><span id="more-1820"></span></p></blockquote>
<p>Infine, ecco le 8 pratiche:</p>
<div>
<div>
<ul>
<li>Sii un buon coach</li>
<li>Fai crescere il tuo team e non dedicarti al micromanagement</li>
<li>Mostra interesse nel successo e nel benessere dei membri del tuo team</li>
<li>Non essere timido: sii produttivo e orientato al risultato</li>
<li>Sii un buon comunicatore e ascolta il tuo team</li>
<li>Aiuta i membri del tuo team nello sviluppo della loro carriera</li>
<li>Sviluppa una visione chiara e una strategia per il team</li>
<li>Sviluppa skill tecniche in modo da poter dare consigli</li>
</ul>
<p>Tutto l&#8217;articolo del New York Times, comunque, merita una lettura</p>
</div>
</div>
<div></div>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La legge di Kanter</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2011/04/kanter.html</link>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 10:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Leadership]]></category>
		<category><![CDATA[Managerial skills]]></category>
		<category><![CDATA[Team]]></category>
		<category><![CDATA[Harvard Business Review]]></category>
		<category><![CDATA[Kanter]]></category>
		<category><![CDATA[resilienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcuni brani di un articolo di Rosabeth Moss Kanter per Harvard Business Review: Coltivare una cultura della fiducia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il numero in edicola di <a href="http://www.hbritalia.it" target="_blank">Harvard Business Review</a> è centrato sul tema dell&#8217;insuccesso: come affrontarlo, comprenderne i motivi e reagire prima possibile.<br />
Si stratificano, su questo tema (come è comprensibile), livelli di lettura fortemente differenziati. Mi stanno interessando in particolare due temi, quello della <a href="http://www.lucabaiguini.com/2010/02/resilienza.html" target="_blank">resilienza</a> e quello dei cosiddetti near miss (incidenti mancati), successi che potrebbero essere dovuti a circostanze fortunate e che occultano i reali rischi corsi. Ne scriverò nei prossimi giorni.<br />
Per oggi, trascrivo soltanto un paio di brani dell&#8217;articolo di Rosabeth Moss Kanter &#8220;<strong>Coltivare una cultura della fiducia</strong>&#8220;:</p>
<blockquote><p>La differenza tra vincitori e perdenti dipende da come si gestiscono le sconfitte.<br />
Anche per le più grandi aziende e per i professionisti più avveduti, una lunga lista di successi è accompagnata da cadute, scivolate e piccoli passi indietro. [...]</p>
<p>Ecco perché ho coniato la legge di Kanter: &#8220;Qualsiasi cosa può apparire come un mezzo fallimento&#8221;. [...]</p>
<p>Vincitori di lungo periodo devono spesso affrontare gli stessi problemi dei perdenti di lungo periodo, ma rispondono in modo diverso [...]</p>
<p>La resilienza non è semplicemente una caratteristica individuale o un fenomeno psicologico: è sostenuta od ostacolata dal sistema circostante. I team che vivono in una cultura di responsabilità, collaborazione e iniziativa sono più portati a ritenere di poter affrontare qualsiasi tempesta.</p>
<p>&nbsp;</p></blockquote>
<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2010/09/leadership-senior-manager.html' rel='bookmark' title='La leadership sull&#8217;esperienza'>La leadership sull&#8217;esperienza</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2010/09/modelli-christiansen.html' rel='bookmark' title='A confronto con i modelli'>A confronto con i modelli</a></li>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2009/07/hackman-sul-teamwork.html' rel='bookmark' title='Hackman sul teamwork'>Hackman sul teamwork</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lucabaiguini.com/2011/04/kanter.html/feed</wfw:commentRss>
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		</item>
		<item>
		<title>Brainstorming in 7 step</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2011/03/brainstorming-7-step.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2011/03/brainstorming-7-step.html#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 07:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Creatività]]></category>
		<category><![CDATA[Team]]></category>
		<category><![CDATA[Team management]]></category>
		<category><![CDATA[Teamwork]]></category>
		<category><![CDATA[brainstorming]]></category>
		<category><![CDATA[McKinsey Quarterly]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lucabaiguini.com/?p=1781</guid>
		<description><![CDATA[Dalla constatazione del fallimento dell'approccio tradizionale al brainstorming, la proposta di una metodologia in 7 step basata su domande e momenti di lavoro in sottogruppi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su <a href="https://www.mckinseyquarterly.com/" target="_blank">McKinsey Quarterly</a>, un <a href="http://www.mckinseyquarterly.com/Seven_steps_to_better_brainstorming_2767" target="_blank">articolo</a> di Kevin P. Coyne and Shawn T. Coyne sul <a href="http://www.lucabaiguini.com/tag/brainstorming" target="_blank">brainstorming</a>, e sulle criticità del metodo e dell&#8217;approccio.<br />
Gli autori partono dalla constatazione che la maggior parte delle sessioni di brainstorming si concludono con una sensazione di scarsa produttività e con frasi del tipo &#8220;Bene, è finita, ora torniamo al lavoro vero!&#8221;.</p>
<p>Come rivitalizzare una metodologia che può, invece, presentare ancora delle potenzialità?</p>
<p>Ecco i sette step proposti dall&#8217;articolo:</p>
<p><span id="more-1781"></span></p>
<p><strong>1. Conosci quali sono i criteri decisionali dell&#8217;organizzazione</strong></p>
<p>È inutile stimolare idee che, di per sé, non saranno realizzabili perché vanno al di fuori degli steccati decisionali dell&#8217;azienda.<br />
Esplicitare i vincoli entro i quali il processo creativo deve svolgersi è un modo per indirizzarlo.</p>
<p><strong>2. Fai le domande giuste</strong></p>
<p>Al contrario di quanto molti pensano, una struttura favorisce il processo creativo e lo indirizza. Brainstorming troppo destrutturati raramente portano risultati tangibili.<br />
Il modo più immediato per conferire struttura è formulare domande con due caratteristiche:</p>
<ol>
<li>Devono forzare i partecipanti ad assumere prospettive nuove e non familiari.</li>
<li>Devono limitare lo spazio concettuale che il team esplorerà, senza essere tanto restrittive da forzare verso particolari tipi di risultati.</li>
</ol>
<p><strong>3. Scegli le persone giuste</strong></p>
<p>Non sulla base del posto occupato sull&#8217;organigramma, ma sulla base della loro capacità di rispondere alle domande di cui sopra.</p>
<p><strong>4. Divide et impera</strong></p>
<p>Non tutta la sessione di brainstorming va affrontata con il gruppo al completo. Anzi, è funzionale alternare ai momenti di plenaria frequenti momenti di brainstorming in piccoli gruppi (da 3 a 5 persone) che rispondano a domande specifiche.</p>
<p><strong>5. Pronti, via!</strong></p>
<p>Prima di iniziare, visto che molto spesso le persone sono abituate al brainstorming inteso in modo tradizionale, è bene esplicitare il setting di questo nuovo modo di procedere, spiegando la tipologia di domande e di lavoro che aspetta il gruppo.</p>
<p><strong>6. Impacchetta</strong></p>
<p>Alla fine del brainstorming, non è bene votare l&#8217;idea migliore. Piuttosto, la cosa migliore è mettere in ordine all&#8217;interno dei sottogruppi le idee, condividerle, e, soprattutto, rendere esplicito il processo attraverso il quale, a valle della sessione, si sceglieranno le idee migliori e più praticabili.</p>
<p><strong>7. Dai un follow-up al più presto</strong></p>
<p>È bene che chi ha partecipato al brainstorming riceva un feedback sulle idee generate, anche se negativo.<br />
Qualsiasi tipo di follow-up, anche quello che dà notizie non positive sul processo di decision making generato dalle idee, è meglio che lasciare cadere le idee nel vuoto.</p>
<p>E, infine, la conclusione dell&#8217;articolo:</p>
<blockquote><p>Il brainstorming tradizionale è veloce, furioso e alla fine superficiale. Sostituendo questa tecnica tradizione con un approccio più focalizzato e basato sulle domande, i senior manager possono riuscire ad ottenere in maniera tangibile idee migliori dai loro gruppi.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol>
<li><a href='http://www.lucabaiguini.com/2009/02/critica-del-brainstorming.html' rel='bookmark' title='Critica del brainstorming'>Critica del brainstorming</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Fortini assediati e costruzione dell&#8217;identità</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2011/03/comunicazione-identita.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2011/03/comunicazione-identita.html#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 21:54:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Team]]></category>
		<category><![CDATA[Team management]]></category>
		<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi giorni si stanno incrociando alcune riflessioni a partire dalle considerazioni fatte sulla Festa Nazionale del 17 marzo, da questo post di Gianluca Briguglia e da alcune conversazioni con persone che stimo molto per la loro profondità di pensiero e di impegno. Parto dalla domanda che ho lasciato nei commenti al post citato poco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni si stanno incrociando alcune riflessioni a partire dalle <a href="http://www.lucabaiguini.com/2011/02/teambuilding-celebrazione.html">considerazioni fatte</a> sulla Festa Nazionale del 17 marzo, da <a href="http://briguglia.splinder.com/post/24169864/chi-ha-paura-della-retorica">questo post</a> di Gianluca Briguglia e da alcune conversazioni con persone che stimo molto per la loro profondità di pensiero e di impegno.</p>
<p>Parto dalla domanda che ho lasciato nei commenti al post citato poco fa: vale la pena rinunciare a “spaccare il capello in quattro”, e, quindi, magari, anche a una quota di verità per creare momenti di celebrazione identitari?</p>
<p>Le risposte (a partire da quella della Meloni che ha dato origine al post, fino a quelle degli avventori del blog) mi pare propendano per il sì.</p>
<p><span id="more-1716"></span>Mi chiedo, allora, quali siano le precondizioni per poter realizzare un&#8217;operazione (comunicativa) di questo tipo.</p>
<p>La prima premessa è quella di poter sfuggire, almeno in occasioni come queste, alla logica dell&#8217;amico-nemico tra le fazioni interne alla stessa identità.<br />
Qualsiasi comunicazione a livello identitario, infatti, si fonda per buona parte su miti (spesso miti fondativi), metafore e simboli.<br />
Ora, il disconoscimento del mito, della metafora o del simbolo smonta le basi stesse su cui si fonda la comunicazione identitaria.<br />
Vale a dire che senza un terreno di non belligeranza concordato, non c&#8217;è spazio per celebrazioni di questo tipo.</p>
<p>Certo, c&#8217;è un modo semplice e veloce, all&#8217;interno di un gruppo come di una nazione, per disinnescare la dinamica amico-nemico all&#8217;interno: trovare un nemico esterno comune.<br />
Costruire, quindi, un set da &#8220;fortino assediato&#8221;.<br />
Allora, ogni distinzione (magari anche rilevante) diventa questione di lana caprina di fronte alle necessità della difesa del gruppo. E chi si permette queste distinzioni viene facilmente additato come alleato del nemico comune.</p>
<p>La rappresentazione del fortino assediato, però, non è che una tattica di breve periodo per creare consenso e identità, anche perché richiede una continua escalation nella rappresentazione parossistica del nemico come male assoluto. Altrimenti, prima o poi, a qualcuno viene la tentazione di mettere il naso fuori dal fortino per capire se questo nemico è poi così terribile.</p>
<p>Dato questo ragionamento minimo, però, giovedì ci converrebbe andarcene a lavorare.</p>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La fanteria che fa vincere la guerra</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2011/03/mba-programme-manager.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2011/03/mba-programme-manager.html#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 08:34:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Formazione manageriale]]></category>
		<category><![CDATA[Team]]></category>
		<category><![CDATA[Team management]]></category>
		<category><![CDATA[Teamwork]]></category>
		<category><![CDATA[Business education]]></category>
		<category><![CDATA[Financial Times]]></category>
		<category><![CDATA[MBA]]></category>

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		<description><![CDATA[La figura del programme manager è spesso essenziale per il successo di un MBA o di un programma formativo lungo. Una riflessione sul suo ruolo può essere estesa anche ad altri ruoli simili di coordinamento.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chiunque abbia avuto occasione di frequentare o di insegnare in un <a href="http://www.lucabaiguini.com/tag/mba" target="_blank">MBA</a> (o in qualunque programma formativo lungo, che prevede l&#8217;intervento di un gran numero di docenti diversi) conosce l&#8217;importanza della figura del programme manager.</p>
<p><a href="http://www.ft.com/" target="_blank">Financial Times</a> dedica loro un <a href="http://www.ft.com/cms/s/2/2778b432-40fc-11e0-9a37-00144feabdc0.html#axzz1FWLhJLDP" target="_blank">articolo</a>, presentando un programma formativo dedicato proprio ai programme manager, e illustrando le criticità che il ruolo implica.</p>
<p>Se ne deducono alcuni concetti interessanti, che possono trovare applicazione per tutte le figure di coordinamento, anche in ambiti diversi da quello formativo.</p>
<p><span id="more-1711"></span>Elenco alcuni di questi concetti:</p>
<ul>
<li>in qualsiasi programma formativo, un professore che non fa bene il suo lavoro crea un problema, ma c&#8217;è rimedio. Quando un programme manager non fa bene il proprio lavoro, il danno è irreparabile.</li>
<li>i programme manager sono responsabili di ogni cosa, dalla più minuta alla più importante, sono la chiave perché in un qualsiasi programma formativo tutto vada liscio. Il che significa che il loro ruolo è visibile quasi soltanto quando qualcosa non funziona.<br />
Il paradosso sta, quindi, nel fatto che meglio svolgono il loro ruolo, e meno sono visibili.</li>
<li>i programme manager hanno a che fare con tutti gli stakeholder: gli studenti, la faculty e tutti i diversi dipartimenti dell&#8217;organizzazione.<br />
E devono il più delle volte confrontarsi con ciascuno da una posizione debole nella mappa del potere.</li>
<li>Nel loro lavoro l&#8217;aspetto più importante ha spesso a che vedere con il creare un&#8217;atmosfera positiva, di fiducia e confidenziale. Il punto critico è la capacità di assemblare un team, che spesso è il fattore critico di successo di un programma di questo tipo.</li>
</ul>
<p>E la conclusione, implicita nel titolo dell&#8217;articolo: <strong>più spesso di quanto si pensi le guerre si vincono con la fanteria.</strong></p>
<p>Una nota finale: nella mia esperienza (specialmente al MIP) ho avuto modo di ammirare ottimi programme manager al lavoro. Donne, per lo più.<br />
Non credo sia un caso.</p>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Vale la pena celebrarsi?</title>
		<link>http://www.lucabaiguini.com/2011/02/teambuilding-celebrazione.html</link>
		<comments>http://www.lucabaiguini.com/2011/02/teambuilding-celebrazione.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 25 Feb 2011 13:18:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Baiguini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Leadership]]></category>
		<category><![CDATA[Team]]></category>
		<category><![CDATA[Team management]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>

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		<description><![CDATA[Quanto è importante per un team, per un'azienda, per una nazione, ma anche per un individuo, conservare il gusto di celebrarsi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un paio di cose a cui ho assistito, e che mi hanno fatto riflettere.<br />
Vi pongo semplicemente la domanda che mi hanno suscitato, a voi considerazioni ed eventuali risposte.</p>
<p><strong>Primo episodio.<br />
</strong> Lunedì scorso, a <a href="http://www.radio24.ilsole24ore.com/main.php?dirprog=Nove%20in%20punto,%20la%20versione%20di%20Oscar" target="_blank">Nove in punto</a> (la trasmissione condotta da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Oscar_Giannino" target="_blank">Oscar Giannino</a> su Radio24), era ospite <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giorgia_Meloni" target="_blank">Giorgia Meloni</a>, ministro della Gioventù. Tema: la Festa Nazionale del 17 marzo prossimo.</p>
<p><span id="more-1695"></span>A Giannino, che argomentava ponendo alcune critiche alla decisione di indire una nuova Festa Nazionale e sulla scelta del 17 marzo, la Meloni risponde così:</p>
<blockquote><p>&#8230; Le valutazioni che lei fa, Giannino, sia sul piano storico che culturale ed economico sono tutte valutazioni assolutamente interessanti.</p>
<p>Io penso, però, che ci sia una questione: noi, quando si tratta di questi temi, cioè quando si tratta di noi, dell&#8217;Italia, del senso di appartenenza, delle ragioni che ci legano, e del fatto che ogni tanto, come in qualunque grande Nazione del mondo, vale la pena di celebrarsi, noi facciamo esattamente quello che fa lei: spacchiamo il capello in quattro.<br />
Stiamo a vedere se le date che abbiamo scelto sono le date perfette, se gli uomini erano uomini perfetti, se i nostri trascorsi storici erano all&#8217;altezza, se non valga la pena di farlo in un&#8217;altra maniera, se culturalmente sia quello l&#8217;elemento da valorizzare. Il che è straordinario, sicuramente. Però ci ha man mano tolto il gusto di celebrarci, che è parte del vivere comune di ciascuna nazione del mondo.</p></blockquote>
<p><strong>Secondo episodio.<br />
</strong> Qualche settimana fa, stavo seguendo alla TV una partita di Volley tra Macerata e Trento. Durante un time-out nel quarto set, l&#8217;allenatore di Macerata e della Nazionale Italiana <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Berruto" target="_blank">Mauro Berruto</a> ha parlato con i suoi atleti più o meno in questo modo:</p>
<blockquote><p>Vi voglio dire due cose. La prima&#8230; [<em>e qui ha dato alcune indicazioni di carattere tecnico</em>]<br />
La seconda: siamo quasi riusciti a portarli al tie-break. Siamo ancora capaci di goderci un momento come questo? Siamo ancora capaci di godere e di gioire per un punto fatto bene? E allora facciamolo!</p></blockquote>
<p>Le parole non erano esattamente queste, ma il senso, mi è parso, sì.</p>
<p>Che mi pare somigli a quanto detto dalla Meloni.</p>
<p>Mi sono chiesto, allora, quanto sia importante per un team, per un&#8217;azienda, per una nazione, ma anche per un individuo, conservare il gusto di celebrarsi, di gioire per un punto fatto bene.</p>
<p>Vi giro la domanda.</p>
<p>Nessun altro articolo sullo stesso argomento.</p>]]></content:encoded>
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