Auguri

Ieri sera don Gigi ha dedicato la Lectio Divina ai Magi (Mt 2,1-12)
Non tre. Non re.

Piuttosto, uomini:

  • che sbagliano molto (Perdono la stella. Sbagliano città: Gerusalemme invece che Betlemme. Sbagliano persona a cui chiedere: Erode)
  • che, però, continuano a tentare, non si lasciano distrarre o scoraggiare
  • che si muovono (giunsero da oriente… partirono… fecero ritorno. Erode, gli scribi, i sommi sacerdoti, invece, se ne stanno fermi, al coperto)
  • che sono animati da un’intenzione pura: adorare e portare doni. Non arrivano fin lì per ottenere risposte o acquietare ansie
  • che sanno gioire

Nelle parole di Padre David Maria Turoldo

“Magi, voi siete i santi più nostri, naufraghi sempre in questo infinito, eppure sempre a tentare, a chiedere, a fissare gli abissi del cielo fino a bruciarsi gli occhi del cuore”

Auguri, a me e a voi. Qualunque sia la stella che ci muove.

Welcome

Adoro Firenze. Di più. La venero.
Tornarci spesso è uno dei privilegi che fare questo lavoro si porta dietro. E quando ci torno non manco quasi mai di percorrere la passeggiata tra Santa Maria del Fiore e il Ponte Vecchio, passando per Piazza della Signoria. Per me, il tratto di strada più bello del mondo.
L’ho fatto anche ieri sera.
Il clima era quello che ci sta regalando questa coda d’estate.
Sono arrivato al Ponte Vecchio: due vigilesse controllavano gli accessi dando le spalle al ponte. Ai lati della via, una lunga fila di venditori abusivi. Molti esponevano merce chiaramente contraffatta.
Mentre mi stavo avvicinando, le vigilesse si sono voltate ed hanno iniziato a percorrere lentamente il ponte, parlando tra loro e dando così il tempo ai venditori di raccogliere e nascondere la loro mercanzia (sono velocissimi: non ci sono voluti più di dieci secondi. Potrebbero farci una disciplina olimpica…).

Ecco.
Questa scena mi è sembrata il ritratto plastico di questo nostro Paese bello e incomprensibile (non so in che ordine).
Non è un giudizio: magari va bene così.
Magari va bene che sì, la legge c’è, ma poi le risorse per farla rispettare mancano e, forse, manca anche la volontà (perché prendersela con i venditori ambulanti quando c’è chi fa ben peggio, e chissenefrega delle teorie criminologiche),

Sul belvedere, davanti al busto di Benvenuto Cellini, un giovane artista di strada canta i Beatles e Simon & Garfunkel.
Fotografie, selfie. L’Arno sullo sfondo.
Tutto, semplicemente, perfetto.
Un’anziana coppia di turisti, probabilmente americani, mi sorride.
Contraccambio.
Welcome.

Questo l’ho già visto

Ieri, dopo tanto tempo, sono tornato alla Galleria degli Uffizi.

Pensieri sparsi:

  • Devo mettermi a studiare: ignoranza crassa e abissi da colmare.
  • Anche il ragazzino che davanti alla Nascita di Venere di Botticelli ha detto “Questo l’ho già visto da qualche parte”, però, deve mettersi a studiare. (Comunque, ce l’hai in tasca, sulla moneta da 10 centesimi).
  • A cercare di vedere tutto non si vede nulla. Selezionare. E non solo qui.
  • Certo, presi uno per uno erano dei geni. Ma che fossero tutti qui insieme non può essere un caso.
  • Si consuma cultura e arte come fosse Coca-Cola. Lo faccio anch’io.
  • Michelangelo, anche quando dipingeva, stava scolpendo.
  • L’Annunciazione di Leonardo, vista da vicino, è una cosa di una bellezza pazzesca.

La verità è (anche) relazione

Emergo dalla lettura de “La vita autentica” di Vito Mancuso. Un libretto denso, di quelli su cui tornare ogni tanto alla ricerca non solo della struttura generale delle argomentazioni, ma di quei dettagli che sono una delle belle esperienze del leggere saggistica di qualità. Per ora mi sono portato a casa alcune idee di massima e alcuni particolari che hanno lasciato segni.
Il più affascinante di tutti: il concetto di verità secondo Dietrich Bonhoeffer.
Mancuso riporta un brano del teologo tedesco tratto da “Che cosa significa dire la verità“:

Un maestro chiede a un bambino dinanzi a tutta la classe se è vero che suo padre spesso torni a casa ubriaco. È vero, ma il bambino nega […]. Nel rispondere negativamente alla domanda del maestro, egli dice effettivamente il falso, ma in pari tempo esprime una verità, cioè che la famiglia è un’istituzione sui generis nella quale il maestro non ha diritto di immischiarsi. Si può dire che la risposta del bambino è una bugia, ma è una bugia che contiene più verità, ossia che è più conforme alla verità che non una risposta in cui egli avesse ammesso davanti a tutta la classe la debolezza paterna.

e commenta:

Bonhoeffer dice che una bugia, un’esplicita negazione della verità e come tale un’affermazione falsa (mio padre non è un ubriacone), può contenere più verità di un’affermazione in sé vera (mio padre è un ubriacone).

e ancora, qualche riga più sotto:

[…] il rapporto umano è più importante della descrizione oggettiva di come stanno effettivamente le cose, una concezione della vita al vertice della quale c’è la relazionalità dell’essere e che individua il criterio decisivo nell’incremento della qualità delle relazioni.

Il criterio decisivo è l’incremento della qualità delle relazioni.
Questa sola cosa vale un libro intero, almeno per me.


[11 settembre 2016] Oggi ho incrociato questa citazione di Simone Weil che riassume perfettamente il concetto:

Mettere la verità prima della persona è l’essenza della bestemmia

Sradicamenti

In questi giorni mi ha occupato la lettura di “Un altro giro di giostra“, il libro in cui Tiziano Terzani racconta del suo itinerario alla ricerca della guarigione dal cancro, che man mano diventa qualcos’altro: ricerca di sè. Primo viaggio con questo autore. Bello.

Mi tengo un paio di idee, fra le altre.

I. Per molte delle tradizioni che Terzani incontra la guarigione non è un episodio, una medicina, un successo ottenuto praticando questo o quel sistema di cura. È un “processo”. Il ristabilirsi del corpo non è che una parte di questo processo, mai l’unica, spesso neppure la più importante, tanto che, per paradosso, la morte non necessariamente sancisce un fallimento. È il percorso che conta, più che il risultato. Si tratta di un processo in cui la fatica e la sofferenza non vengono negati come nemici da sconfiggere. Niente sconti. Anche quando il miracolo è ammesso e cercato è solo una parte marginale della ricerca.
In modo un po’ diverso ne avevo già scritto qui.

II. Si tratta, appunto, di tradizioni. Affondano le radici nel terreno di millenni di cultura (in un’antropologia, mi viene da dire), per cui strapparle dal loro contesto per trasferirle a migliaia di chilometri, magari in qualche centro ai piani alti di un grattacielo di una città europea o nordamericana, è un tradimento verso queste radici e, soprattutto, l’espressione di un modo distorto di interpretare queste cure e queste pratiche. Un’altra faccia della ricerca di soluzioni miracolistiche a buon mercato. Un effetto collaterale della globalizzazione. Il più delle volte, una forma di mercificazione.

Duemila15

Firenze, Bologna, Padova, Roma, ma meno dello scorso anno, Milano, tanto, pure troppo. F. è malato. Scrivere, leggere, sempre nei ritagli di tempo, sul treno, in aeroplano, sempre troppo poco. La gamba, va operata, ma tra un po’, ci penseremo quando arriverà il momento. I peperoncini: piantati. G.: Cresima e poi ospedale: tutto risolto, grazie al cielo. Il concerto di Lorenzo, lo spiedo di D., la montagna e anche un po’ di mare. Acqua e menta, a litri e tutto l’anno. Torino: la Sindone. Belle cresce, le ragazze anche di più: L. va in vacanza in UK, senza di noi. Per fortuna che c’è M.: non saprei come fare, altrimenti (e non solo con le ragazze). Pure le tartarughe crescono, ma molto meno e con quelle so come fare. Le cene all’oratorio, gli amici: tanti, mai troppi. Casa nostra: la stufa d’inverno e il terrazzo d’estate, il barbecue. Bisogna tinteggiare. Boston e Providence. F. sta sempre peggio. A cena con N., non lo vedevo da un sacco: è sempre una bella persona, ma diversa. Don T. se ne va in un’altra parrocchia: mancheranno le sue prediche, mancherà lui. Verona, Fiera Cavalli, accidenti quanto saltano. Un paio di Expo, che l’occasione è unica. Arrivano don G. e don T. (un’altra, di T). I peperoncini: gran raccolto; posizione giusta e bel sole, quest’estate. Bologna, questa volta non per lavorare. Anche Verona. F. non c’è più: al mondo ci sono meno umiltà, meno forza, meno bellezza. E poi anche G., negli stessi giorni. Che roba strana, la vita. Ragazze, non tradite il vostro desiderio. Mai. Baricco, De Luca, García Márquez, Tabucchi, Borges, sempre loro. Poi Simenon, Guareschi, Attali, Bolaño, Céline. Qualche film, ma pochi. Il lago di Garda: sempre bello. Anche il nostro, di lago, però: guardato in lungo e in largo, quest’anno. In bicicletta sull’Alpe con M. La foto mia e di F., in salotto: guardavamo lontano. Ragazze, mi raccomando, il desiderio…

Rilassatevi! (Uno sfogo)

Un corollario rispetto alle riflessioni del post precedente.

A lato degli episodi che mi hanno suggerito quanto ho scritto sul senso di precarietà, mi è capitato di incontrare un paio di imprenditori ultrasettantenni (uno credo abbia superato gli ottanta) ancora saldamente alla guida delle loro aziende. Lavoratori indefessi, si sarebbe detto in un linguaggio un po’ antico. Gente da prima linea.
Mi ha incuriosito cercare di capire quale possa essere la motivazione che porta un uomo che (almeno dal mio punto di vista) ha già dimostrato al mondo le sue capacità a continuare a lottare anche ad un’età in cui potrebbe godere i frutti di quanto ha costruito e, magari, prendersi più tempo per sé e per gli affetti (o per coltivare nuove passioni, per vivere una nuova, seconda vita).
Premesso che ciascuno, vivaddio, del suo tempo fa ciò che vuole, le risposte mi sono sembrate curiose, per lo meno per come mi sono state espresse (le vere motivazioni le conoscono soltanto i diretti interessati, e forse neppure loro): in entrambi i casi avevano a che vedere con il fatto che questi imprenditori si sentono assolutamente indispensabili e insostituibili. Senza di loro l’azienda, il gruppo, l’organizzazione non avrebbero futuro, insomma. Non l’hanno detto proprio così, ma il senso mi è parso proprio quello: nessuno a parte loro con sufficienti competenze, capacità, volontà, motivazione. Eccetera.

Ecco, una cosa avrei voluto rispondere (un po’ l’ho fatto, ma mi sono anche trattenuto): rilassatevi! Nessuno è indispensabile quanto crede di essere. I figli dei nostri nipoti probabilmente nemmeno ricorderanno il nostro nome. Non confondiamo l’essere unici (ognuno di noi lo è) con l’essere indispensabili. Sono cose diverse, e la differenza non è piccola.
Quante volte (avrei voluto chiedere loro) avete sostituito un collaboratore che sembrava indispensabile e il giorno dopo vi siete accorti che poco o nulla è cambiato? Ecco, è così anche per voi.
È così anche per me: io non sono indispensabile. Nel momento in cui smetterò di insegnare, di scrivere, di fare quel che faccio, qualcun altro lo farà al mio posto. Magari anche meglio. Probabilmente anche meglio, specie se avrà trenta o quarant’anni meno di me e conoscerà da “nativo” i cambiamenti che nel frattempo saranno occorsi nel modo di insegnare, di scrivere, di fare quel che faccio.

Unico non vuol dire indispensabile.
Non so voi, ma io trovo questa cosa parecchio rilassante.
La consapevolezza di potere, sì, dare un contributo originale, ma non indispensabile. Significa che dove non ce la faccio ad arrivare (dopo averci messo tutto l’impegno), sarà qualcun altro ad arrivare, magari con modi e tempi diversi (migliori, peggiori, semplicemente diversi?).

Quindi, rilassatevi. Fatemi questa cortesia.

Precari

Metto mani e piedi su un terreno non mio, con rischio di banalità. Lo faccio, più che altro, per fissare alcuni pensieri.
Le scorse settimane sono stato esposto, forse come mai mi era successo prima, al senso di precarietà che è il filo rosso nel tessuto delle vite di tutti noi. Non solo gli eventi di Parigi. Anche questioni più personali e vicine nello spazio.
Mi è tornato in mente un episodio che è raccontato nel libro “Cosa tiene accese le stelle”.
Mario Calabresi riporta una conversazione in cui Umberto Veronesi ha raccontato:

All’inizio degli anni Trenta abbiamo conosciuto la povertà: per andare a scuola facevo quasi cinque chilometri a piedi, con i pantaloni corti anche d’inverno. Mi ricordo un pomeriggio nei campi, la mamma incontrò una vicina che non vedeva da tempo e le chiese come andava. “È dura,” rispose quella “siamo in miseria, ma per fortuna mi ha aiutato la croce, si è portata via i due bambini più piccoli, due bocche in meno da sfamare.

La lontananza che sentiamo verso la frase detta dalla donna è la misura delle grandi conquiste degli ultimi (diciamo) settant’anni (dal secondo dopoguerra in poi).
Lo stesso Veronesi chiosa:

Ero un bambino anch’io e non ho mai dimenticato queste parole: una madre sollevata perché le sono morti due figli. Rimasi terrorizzato. Non saprei che altro dire. Abbiamo fatto tanta strada e non abbiamo nulla da rimpiangere.

Centralità dell’individuo e dei suoi diritti, ruoli e affettività nella famiglia, investimento emotivo sulla genitorialità, ma anche aumento della speranza di vita e qualità della vita stessa.
Conquiste e valori, nulla da dire. Tanta strada e nulla da rimpiangere, certo.

Tutto questo, però, lo abbiamo pagato con una moneta (fra le altre): la perdita della capacità di convivere con il senso della precarietà nostra e di chi ci sta attorno. Il valore dato alla vita rende complicato constatare come questa è appesa a un filo che si può anche spezzare, qualche volta per un accidente, qualche altra per una volontà omicida. Non lo era altrettanto, evidentemente, nei tempi dell’episodio narrato da Veronesi, quando povertà, malattie e pericoli rendevano l’incertezza del futuro strutturalmente connaturata alla vita dei più.

Non so se sia utile andare oltre nel discorso: non vorrei che si pensasse che siano le conquiste e i valori ad essere messi in discussione. No, mai.
Solo una cosa mi sono domandato in questi giorni: non è che una maggiore consapevolezza della nostra precarietà faccia parte di quel bagaglio che ci sarà indispensabile, come individui e come comunità, per affrontare i tempi che ci aspettano?

Mi sono ricordato di Paolo di Tarso: quando sono debole, è allora che sono forte.

Dalla statistica alla tragedia

Sono stato un bel po’ in dubbio se pubblicare questo post. Aggiungere un’opinione alle opinioni su una fotografia con il corpo di un bambino riverso su una battigia non fa che spostare l’attenzione dal problema alla nostra reazione al problema. Il tutto mi sembra abbastanza egocentrico, insomma.
E poi, è corretto esprimere un commento “tecnico” quando dietro ai meccanismi della comunicazione ci sono drammi umani di questa portata?
Insomma, il dubbio mi è rimasto. Poi, però, faccio questo mestiere e, insomma, cerco di dare il mio contributo a capire le cose, come molti altri mi danno il loro a capire le mie, di cose. E allora aggiungo questo a tutto il troppo che è già stato scritto.

A Stalin viene attribuita (sembra non l’abbia mai detta) la massima “Una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica”. La fotografia del piccolo Aylan ha trasformato una statistica in una tragedia. Potenza della narrazione. Si è detto qui già molte altre volte. Ma perché questa fotografia, questa storia e non altre migliaia di storie che sono state raccontate in questi ultimi mesi?
La narrazione fa leva, tra gli altri, su un meccanismo di coinvolgimento specifico: si chiama potenziale di identificazione. Più è alto, più istintivamente ci viene da dire: “Avrei potuto esserci io, lì”, oppure, in questo caso, “Avrebbe potuto esserci mio figlio”, o il bambino della porta accanto.
Questa fotografia, nella sua crudezza e con il carico di sofferenza che si porta dietro, è perfetta.
Mi viene da chiedermi se sarebbe stata la stessa cosa se quel bambino, invece che bianco, fosse stato di colore. Non parlo di razzismo, ma di minore identificazione. O se quella foto fosse stata pubblicata a dicembre, quando le immagini dei bagnasciuga su cui hanno giocato i nostri figli si sono sbiadite nei ricordi. Oppure, se invece che un t-shirt e dei pantaloncini avesse indossato un abito tradizionale non comune nel nostro pezzo di mondo?

Qualcuno lo ha anche detto in maniera molto esplicita, invitando, per esempio, Matteo Salvini a riflettere su questa tragedia “come fosse stato suo figlio” (ho letto qualche tweet di questo tenore).

Mi è venuta in mente quella scena di Erin Brockovich in cui, davanti agli avvocati della parte avversa, la protagonista li invita a valutare che valore avrebbero dato ad un loro tumore, e, mentre una di loro sta per bere un bicchiere d’acqua, la informa che quell’acqua e stata spillata da una delle fonti contaminate che hanno provocato le malattie di cui si discute nel caso.

Dalla statistica alla tragedia.
Un tipo particolare, però, di tragedia.
Quella in cui possiamo identificarci, quella che potrebbe essere, domani, la nostra tragedia.
Quella che si trasforma in paura.

Insomma, non è che dopo aver visto quella fotografia siamo più solidali con gente che sta peggio di noi. È che abbiamo una paura in più da esorcizzare, tutto qui. Quella fotografia è il volto di questa paura.
Un po’ come quando, in autostrada, capita di incrociare un incidente grave. Una statistica che si trasforma in tragedia. E allora, per qualche minuto, siamo tutti più prudenti: leviamo il piede dall’acceleratore, non rispondiamo al telefono, magari spegniamo pure l’autoradio. Qualche chilometro. Poi torna tutto come prima.

 

La manutenzione della comunità

Alfonso Fuggetta ieri, 2 giugno, ha pensato di mettere al centro un tema interessante: Il senso perduto della comunità.

Sono sostanzialmente d’accordo con molto di quello che dice e concentro l’attenzione soltanto su un aspetto (forse di dettaglio, per me rilevante).
Alfonso ricorda, all’inizio del suo ragionamento, di essere cresciuto in parrocchia, all’oratorio. Ne fa un esempio di comunità. Io non solo all’oratorio ci sono cresciuto, ma continuo a passarci parecchio del mio tempo libero. Vivo in provincia e qui le parrocchie sono ancora veri centri di aggregazione.
Pensando a quest’esperienza, e sullo stimolo delle riflessioni di Alfonso, vedo un paio di cose che mi sembrano caratteristiche di quelle strutture aggreganti che possiamo, in qualche modo, chiamare comunità (al di là della loro matrice più o meno religiosa).

La prima è la disponibilità da parte di chi vi appartiene a dedicare tempo (si potrebbe parlare genericamente di “risorse”, ma, mi pare, il tempo è la risorsa più indicativa in questo caso) alla “manutenzione” della comunità stessa.
Un esempio banale di questi giorni: l’oratorio della parrocchia aveva bisogno di lavori straordinari. Alcuni amici hanno dedicato il loro tempo e le loro capacità professionali a questi lavori. Questo consentirà di contenere le spese e, con le risorse a disposizione, poter fare di più. Ho in mente la scena di una mamma-volontaria che porta un caffè a questi che stavano, appunto, lavorando alla manutenzione di un bene comunitario. A proposito di qualità delle relazioni.
La prossima domenica, conclusi i lavori, la comunità stessa si è incaricata di sbrigare le pulizie, in modo che tutto sia pronto per il Grest (il centro ricreativo estivo per bambini e ragazzi). Non sto parlando soltanto di volontariato (di cui fortunatamente il tessuto sociale del nostro scassatissimo Paese è ancora molto ricco): sto parlando della consapevolezza che la relazione del singolo con la comunità implica non solo uno scambio utilitaristico (un do ut des), ma la volontà di spendersi affinché si creino condizioni utili a tutti quanti partecipano e parteciperanno.
Non so se sono riuscito a spiegarmi.
Questo mi pare un indicatore che la comunità sia vissuta come un bene in sé, meritevole di attenzione.

La seconda cosa ha a che vedere con il fatto che una comunità che funziona celebra momenti identitari, spesso anche in modo rituale.
Ora, se parliamo di una parrocchia, è chiaro che i momenti rituali non mancano.
Però, anche qui, è il modo in cui li si celebra che fa la differenza. Ci sono momenti, nella vita di una comunità, che scandiscono il respiro della comunità stessa, ne celebrano l’identità e, così facendo, contribuiscono a rafforzarla. Non sto legittimando una sorta di “pensiero magico”, sto solo sostenendo che il gusto di celebrare momenti chiave, anche in modo simbolico, è uno degli ingredienti fondamentali dell’aggregazione.
Ne ho parlato, seppur da un’angolazione diversa, in altri post: qui e qui.

Il punto di fondo comune alle due caratteristiche mi pare proprio il fatto di trattare la comunità come un’entità in sé e per sé, un qualcosa di superiore alla somma delle individualità, che va salvaguardato, “manutenuto” (appunto), reso oggetto di attenzione non strumentale.