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Occhio allo slogan

Sul numero di novembre di HBR Italia si rende conto di una ricerca condotta da Juliano Laran, Amy N. Dalton e Eduardo B. Andrade, che pare dimostrare che i consumatori esposti a marchi associati al lusso siano disponibili a spendere di più rispetto a quando sono esposti a marchi neutri. Questo significa (e chiunque abbia frequentato almeno una volta un centro commerciale non può che essere d’accordo) che i marchi hanno un “effetto innesco” positivo (per le aziende) che fa cadere le barriere rispetto al limite di spesa accettabile per un determinato prodotto.

E, fin qui, niente di nuovo.

L’aspetto interessante della ricerca risiede nella seconda considerazione: gli slogan, al contrario, stimolano un effetto contrario a quello desiderato.
Una volta esposti ad uno slogan che incitava a spendere (“Il lusso te lo meriti”), i soggetti dell’esperimento si sono dimostrati meno disponibili a spendere rispetto a coloro che sono stati sottoposti ad uno slogan neutro (“Il tempo è ciò che ne fai”).
Questo effetto di “innesco inverso” sembra dipendere dal fatto che, secondo i consumatori, gli slogan tentano deliberatamente di convincerli e manipolarli.
I marchi, nella loro percezione, no.
Si sviluppa, quindi, verso gli slogan, un grado di attenzione e di diffidenza molto superiore di quanto succeda rispetto ai marchi.

Pur sottolineando la necessità di ulteriori ricerche, gli autori giungono ad una conclusione interessante:

In tutto questo c’è di fatto una buona notizia per chi si occupa di marketing: non è necessario abbandonare del tutto gli slogan per timore di effetti controproducenti. Riteniamo infatti che essi possano esercitare un’influenza positiva quando l’attenzione del consumatore è spostata su altro rispetto al tentativo di persuasione.

[…]

Nel frattempo gli addetti ai lavori non dimentichino che i messaggi visti, anche inconsciamente, come manipolativi possono rivelarsi decisamente controproducenti.

Credo sarebbe interessante traslare i risultati di questa ricerca anche in ottica di comunicazione politica ed elettorale.

Pensatori…

The Thinkers 50 ha pubblicato la sua classifica (redatta ogni due anni) dei 50 pensatori più influenti nel campo del business.
Ecco le prime 10 posizioni (con il link alla loro biografia).

1. Clayton Christensen
2. W. Chan Kim & Renée Mauborgne
3. Vijay Govindarajan
4. Jim Collins
5. Michael Porter
6. Roger Martin
7. Marshall Goldsmith
8. Marcus Buckingham
9. Don Tapscott
10. Malcolm Gladwell

Mi fa piacere l’entrata in classifica di Teresa Amabile e Umair Haque, rispettivamente al 18° e al 49° posto.

Il resto della classifica, qui.

Narrative case studies

Su Financial Times, un articolo di Emma Jacobs sullo storytelling e sul suo utilizzo in ambito manageriale.
Nulla di nuovo rispetto a quanto abbiamo già scritto più volte, se non in due passaggi che mi paiono interessanti.

Il primo ha a che vedere con il valore delle storie negative:

Le storie negative […] suscitano spesso nelle organizzazioni più discussioni rispetto alle storie positive – per esempio quelle sugli esuberi e i conflitti di cultura dovuti ad una fusione.

Rimane da chiedersi a quali condizioni sia meglio utilizzare una storia negativa invece che una positiva (o viceversa). Mi propongo di tornare su questo punto.

Il secondo passaggio:

Lo storytelling viene spesso liquidato come una “sciocchezza” da uomini di business focalizzati sui risultati, sostiene Jones, che confessa di non utilizzare il termine “storytelling” con manager di alto livello. Piuttosto, preferisce i più ricercati “executive presence” o “narrative case studies”. “A loro piace così”, sorride.

Narrative case studies. Mi piace, credo lo utilizzerò.

Nemmeno uno straccio di Powerpoint

Sono reduce da una bella conferenza durata tre giornate e mezza. Le tematiche erano legate alla valutazione dei rischi occupazionali. Io mi sono concentrato sullo sviluppo delle capacità manageriali nei Responsabili dei Servizi Prevenzione e Protezione.

È stata un’esperienza davvero interessante: molti relatori preparati e capaci, con qualcosa di consistente da raccontare.

Certo, in alcuni casi (non moltissimi, a dire il vero), si è palesata una certa discrepanza tra la competenza tecnica e la capacità di comunicare. O, meglio, di costruire una strategia di comunicazione in pubblico e di metterla in campo.
Mi sono chiesto, al di là dei singoli aspetti tecnici, quali fossero gli errori più macroscopici e come si potrebbero correggere.

Sono giunto ad una conclusione, su cui vi chiedo il vostro parere.

Continua…

Come i leader efficaci comunicano circa il tempo

Come i leader efficaci comunicano circa il tempo

È il titolo del primo post che pubblico sul blog di Harvard Business Review Italia.

Lo trovate qui.

Si tratta della traduzione di questo post pubblicato sul blog di HBR (edizione internazionale): How smart leaders talk about time.

Spero sia l’inizio di una bella e proficua collaborazione.

Grazie al Direttore Enrico Sassoon e al Comitato Editoriale per l’ospitalità.

Guardatevi le spalle

Guardatevi le spalle

Non mi capita spesso di ascoltare telegiornali (preferisco informarmi via giornali, radio e web).
Ieri, il TG2 delle 13.00 me lo sono visto mentre pranzavo.
Tra crisi, finanziaria e varie amenità, verso la fine, una notizia che hanno riportato anche alcuni giornali: i ricercatori dell’Office for National Statistics della Gran Bretagna sembrano avere individuato una relazione statistica tra il mese di nascita e la professione intrapresa da adulti.
Essere nati a gennaio, per esempio, rende molto più probabile la professione del medico rispetto all’agente immobiliare. Febbraio è un buon mese per gli artisti, non per i fisici, eccetera.

Il servizio si concludeva con una frase del tipo (non la ricordo esattamente, ma il senso era questo):

Attenzione a mettere al mondo figli a novembre: c’è un’alta probabilità che diventino dei serial killer

Ora, al di là della normale (o, per lo meno, solita) approssimazione e semplificazione con cui vengono date queste notizie, qui c’è un errore di interpretazione piuttosto comune quando si parla di statistiche.

La notizia corretta presumo fosse:

“Tra i serial killer c’è un’alta percentuale di nati a novembre. Per cui, se sei un serial killer, è probabile che tu sia nato a novembre”. 

E non “se sei nato a novembre, è probabile che tu sia (o divenga) un serial killer”. 

Anche perché, altrimenti, banalmente, il mondo sarebbe pieno di serial killer, visto che un dodicesimo (più o meno) della popolazione mondiale è nato a novembre.
Peraltro, anche il Corriere della Sera presenta il dato più o meno nello stesso modo:

Novembre: altissime possibilità di mettere al mondo serial killer e schizofrenici.

Ora, vista così può sembrare una questione da poco.

Pensate, però, alla differenza tra il dare una notizia così:

“Un’alta percentuale di furti viene commessa da extracomunitari”

e così:

“Un’alta percentuale di extracomunitari commette furti”

Attenzione, quindi, all’approssimazione.

E, soprattutto, guardatevi le spalle!

Come si discuteva nel Gruppo 63

Avevo già scritto che, tra i libri di queste vacanze, c’è “Costruire il nemico” di Umberto Eco.

Condivido uno spunto che mi è parso interessante: Eco parla del clima e della modalità di interazione che si veniva a creare nei ritrovi palermitani del Gruppo 63:

Eppure le persone convenute a Palermo erano accomunate sia da una volontà di sperimentazione che da una esigenza di dialogo rissoso, senza pietà e senza infingimenti. Gli scrittori si leggevano i testi a vicenda ma, dato che c’erano fratture originarie, nessuna lettura fatta riscuoteva il consenso generale. Non ci si dichiarava perplessi: ci si diceva contro. E si diceva il perché. Quali fossero i perché non conta. Conta che in questa società letteraria l’unità si stava realizzando a poco a poco attraverso due implicite assunzioni di metodo: (i) ogni autore sentiva necessario controllare la sua ricerca sottoponendola alle reazioni altrui; (ii) la collaborazione si manifestava come assenza di pietà e di indulgenza.

Correvano definizioni da levare la pelle agli animi troppo sensibili. Espresso pubblicamente nell’ambito di una società letteraria apollinea, ciascuno di questi giudizi avrebbe segnato la fine di una bella amicizia. A Palermo il dissenso generava invece amicizia.

Ecco, mi pare una descrizione piuttosto precisa di quanto intendevo dire qui.

E le due assunzioni di cui parla Eco sono presupposti essenziali perché questo tipo di processo funzioni: la disponibilità al confronto (e la percezione della sua necessità) e – io traduco così la seconda assunzione – la consapevolezza condivisa che in questo tipo di processi si sta “recitando una parte”, e che, quindi, anche l’attacco più diretto ha come fine il miglioramento del prodotto (in questo caso letterario) finale.

Se vigono queste assunzioni, il dissenso può arrivare a generare amicizia.

Io penso positivo…

… è il titolo di uno speciale di Mente e Cervello (numero di Agosto), nel quale si analizzano alcuni fondamenti della psicologia positiva.

Si tratta di quel ramo della psicologia che si occupa di individuare i meccanismi che contribuiscono al benessere psichico degli individui, del “funzionamento” ottimale delle persone e dei gruppi, piuttosto che concentrare l’attenzione sulla cura dei disturbi mentali e sul rimedio alle patologie sociali.

Naturalmente, si tratta di distinguere tra una ricerca con solide basi scientifiche e le molte banalizzazioni (a volte un po’ cialtronesche) che affliggono questo campo.

Riprendo un passaggio del primo dei tre articoli dello speciale: Pensieri per stare bene.

Continua…

Prezi

Prezi

In questi giorni sto provando Prezi: uno strumento, mi pare, piuttosto intelligente per creare presentazioni con un modalità diverse rispetto a quelle di Powerpoint o Keynote.

La logica della linearità delle slide è superata da strumenti più vicini al visual thinking ed al mapping.

Lo strumento va senza dubbio raffinato, ma presenta potenzialità interessanti, specie per presentazioni con alcune caratteristiche:

  • necessità di passare frequentemente da visioni generali a visioni di dettaglio
  • una scaletta non definita a priori e, quindi, la necessità di una gestione non strettamente cronologica
  • un elevato grado di interazione e di discussione, che può portare ad aggiungere e/o modificare contenuti
La premessa è che il documento creato è puramente un supporto alla presentazione, non un documento da distribuire durante o dopo la presentazione stessa. Ma questo, secondo me, come sapete, vale anche per le slide.

A portata di mouse [3]

Apriamo anche questa settimana con alcuni articoli e letture che mi paiono interessanti:

dal blog di HBR,
The Practical Art of Persuasion [eng]
di William Ellet
Alcune delle domande da porsi per la creazione di una strategia di persuasione.
Porrei alcune questioni in maniera un po’ diversa. Articolo, comunque, interessante.

Dal blog di Sebastiano Zanolli,
Lo smeriglio del cervello
Alcune considerazioni a valle di un incontro con alcuni studenti di una scuola professionale.
Mi pare faccia il paio con quanto scritto qui

Infine, sito e libro di Luca Sofri
Un grande Paese – L’Italia tra vent’anni
Ho letto il libro qualche giorno fa: contiene alcuni concetti interessanti specialmente circa la relazione tra politici e cittadini. E anche qualche considerazione più generale sulla leadership.
Concetti riassunti anche in questa citazione, presente sul blog:

«La buona politica è anche rinnovata capacità di provare a dare l’esempio, di precedere e non sempre solo assecondare umori e atteggiamenti, in nome di una malintesa e fuorviante vicinanza ai cittadini. Noi non siamo diversi dai cittadini, ma per essere loro rappresentanti “autentici” dobbiamo sapere esercitare con responsabilità la nostra libertà di cittadini e di amministratori eletti»

(il nuovo sindaco di Bologna Merola nel suo discorso di insediamento)

 


 

Gli altri “A portata di mouse”: