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Un modo di stare nel tempo

Nel fine settimana ho letto l’ultimo romanzo di Alessandro Baricco, Mr. Gwyn. Mi è piaciuto. E ci sono alcune cose su cui vorrei tornare nei prossimi giorni. Ve ne darò notizia, se ne escono pensieri di un qualche interesse.
Per ora, una cosa che ho tratto da una presentazione  dello stesso libro, dello stesso Baricco.
Alla Feltrinelli, a Milano, a un certo punto dice questa cosa:

 [...] questa roba è una roba che io amo, perché penso che sia una delle cose che noi cerchiamo nei libri, nei libri belli (mi spingo fin qua): cioè che i libri ci danno idee, insegnamento, risate, pianti, eccetera, ma sempre, i bei libri, ci danno anche un modo di stare nel tempo. Loro decidono una velocità, diciamo. Nei libri scritti in maniera mediocre, la velocità la scegli tu quando leggi. Un libro scritto bene, lui decide a che velocità leggi. Noi abbiamo dei margini, anche leggendo semplicemente in maniera silente, da soli, noi possiamo leggere a diverse velocità. E ci sono dei libri che, immancabilmente, dopo una pagina, decidono per te a che velocità leggi, pensi, ti emozioni. E questo è un tratto dello scrivere libri e del leggere libri che io adoro, perché è una vendetta contro la vita quotidiana, che, invece, ti direbbe “c’è quel tempo lì, e non c’è niente da fare… vai a scuola alle 8 e devi andare a scuola alle 8… c’hai 50 anni, e c’hai 50 anni”. La vita è così. Ma poi ci sono tutta una serie di espedienti con cui noi la freghiamo e stabiliamo temporalità diverse.

Continua ancora un po’, su questo ragionamento, Baricco.
Chiama in causa anche Proust.

Quello che mi interessa, in questa cosa, è che mi sembra, tradotto, un bel modo per spiegare come lo storytelling (quello fatto bene) agisce sulla relazione con il pubblico.
Credo che chi ha fatto l’esperienza di parlare davanti ad un pubblico l’abbia in qualche modo provata, questa cosa: c’è una specie di battaglia in atto, tra la tua velocità nello spiegare alcune cose, e la velocità del pensiero di chi ti sta di fronte. Se sei bravo, detti i tempi. Se sei mediocre, te li fai dettare, oppure, più spesso, perdi il contatto e l’attenzione. Ecco.
Quella volta che l’atto di raccontare una storia, dentro ad un processo di comunicazione, ti riesce bene, la sensazione precisa che emerge è proprio quella di dettare, senza fatica, il tempo.
Qualche volta è anche questa una forma di vendetta.
Altre, più semplicemente, un buon modo per rimettere insieme i pezzi, e magari metterne lì di nuovi. Pezzi di idee, pensieri, magari emozioni.
Un modo di stare nel tempo.

Se fatto bene.
Appunto.

Narrative case studies

Su Financial Times, un articolo di Emma Jacobs sullo storytelling e sul suo utilizzo in ambito manageriale.
Nulla di nuovo rispetto a quanto abbiamo già scritto più volte, se non in due passaggi che mi paiono interessanti.

Il primo ha a che vedere con il valore delle storie negative:

Le storie negative […] suscitano spesso nelle organizzazioni più discussioni rispetto alle storie positive – per esempio quelle sugli esuberi e i conflitti di cultura dovuti ad una fusione.

Rimane da chiedersi a quali condizioni sia meglio utilizzare una storia negativa invece che una positiva (o viceversa). Mi propongo di tornare su questo punto.

Il secondo passaggio:

Lo storytelling viene spesso liquidato come una “sciocchezza” da uomini di business focalizzati sui risultati, sostiene Jones, che confessa di non utilizzare il termine “storytelling” con manager di alto livello. Piuttosto, preferisce i più ricercati “executive presence” o “narrative case studies”. “A loro piace così”, sorride.

Narrative case studies. Mi piace, credo lo utilizzerò.

Nemmeno uno straccio di Powerpoint

Sono reduce da una bella conferenza durata tre giornate e mezza. Le tematiche erano legate alla valutazione dei rischi occupazionali. Io mi sono concentrato sullo sviluppo delle capacità manageriali nei Responsabili dei Servizi Prevenzione e Protezione.

È stata un’esperienza davvero interessante: molti relatori preparati e capaci, con qualcosa di consistente da raccontare.

Certo, in alcuni casi (non moltissimi, a dire il vero), si è palesata una certa discrepanza tra la competenza tecnica e la capacità di comunicare. O, meglio, di costruire una strategia di comunicazione in pubblico e di metterla in campo.
Mi sono chiesto, al di là dei singoli aspetti tecnici, quali fossero gli errori più macroscopici e come si potrebbero correggere.

Sono giunto ad una conclusione, su cui vi chiedo il vostro parere.

Continua…

Prezi

Prezi

In questi giorni sto provando Prezi: uno strumento, mi pare, piuttosto intelligente per creare presentazioni con un modalità diverse rispetto a quelle di Powerpoint o Keynote.

La logica della linearità delle slide è superata da strumenti più vicini al visual thinking ed al mapping.

Lo strumento va senza dubbio raffinato, ma presenta potenzialità interessanti, specie per presentazioni con alcune caratteristiche:

  • necessità di passare frequentemente da visioni generali a visioni di dettaglio
  • una scaletta non definita a priori e, quindi, la necessità di una gestione non strettamente cronologica
  • un elevato grado di interazione e di discussione, che può portare ad aggiungere e/o modificare contenuti
La premessa è che il documento creato è puramente un supporto alla presentazione, non un documento da distribuire durante o dopo la presentazione stessa. Ma questo, secondo me, come sapete, vale anche per le slide.

A portata di mouse [3]

Apriamo anche questa settimana con alcuni articoli e letture che mi paiono interessanti:

dal blog di HBR,
The Practical Art of Persuasion [eng]
di William Ellet
Alcune delle domande da porsi per la creazione di una strategia di persuasione.
Porrei alcune questioni in maniera un po’ diversa. Articolo, comunque, interessante.

Dal blog di Sebastiano Zanolli,
Lo smeriglio del cervello
Alcune considerazioni a valle di un incontro con alcuni studenti di una scuola professionale.
Mi pare faccia il paio con quanto scritto qui

Infine, sito e libro di Luca Sofri
Un grande Paese – L’Italia tra vent’anni
Ho letto il libro qualche giorno fa: contiene alcuni concetti interessanti specialmente circa la relazione tra politici e cittadini. E anche qualche considerazione più generale sulla leadership.
Concetti riassunti anche in questa citazione, presente sul blog:

«La buona politica è anche rinnovata capacità di provare a dare l’esempio, di precedere e non sempre solo assecondare umori e atteggiamenti, in nome di una malintesa e fuorviante vicinanza ai cittadini. Noi non siamo diversi dai cittadini, ma per essere loro rappresentanti “autentici” dobbiamo sapere esercitare con responsabilità la nostra libertà di cittadini e di amministratori eletti»

(il nuovo sindaco di Bologna Merola nel suo discorso di insediamento)

 


 

Gli altri “A portata di mouse”:

 

 

Narrare il consumo [video]

Narrare il consumo [video]

Ho già fatto cenno al mio intervento al Convegno “Narrare il consumo - 2° Convegno Nazionale sulla narrazione d’impresa“. Il titolo della mia relazione:

Il consumo delle idee. Narrarsi tra insegnamento e posizionamento.

Ora, grazie all’Osservatorio Storytelling, è disponibile il video del mio intervento.

Inoltre, sul mio canale Vimeo trovate il link anche ad una mia intervista registrata nello stesso giorno.

Le slide dell’intervento le trovate qui

I video degli interventi degli altri relatori li trovate sul canale Youtube dell’Osservatorio.

Costi opportunità

Su Harvard Business Review Italia, un bell’articoletto di Shane Frederick sul potere persuasivo dei costi opportunità.

Parte da un esempio: di fronte all’acquisto di uno stereo Frederick era indeciso se comprare un Pioneer da 1.000 dollari o un Sony da 700 dollari. Il commesso, allora, se ne esce con una frase del tipo:

Beh, la pensi in questi termini: preferirebbe avere il Pioneer o il Sony con in più 300 dollari in CD?

Ponendo la questione in termini di costo opportunità, la scelta diventa più chiara.

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Slidumenti

Ultimamente, nei percorsi formativi sul public speaking, insisto sempre molto sulla distinzione tra le slide che vanno proiettate durante la presentazione e i documenti a supporto della presentazione stessa, che vengono distribuiti durante o dopo l’evento.

Avendo obiettivi diversi, queste due tipologie di supporti, sono per natura diversi e spesso totalmente incompatibili.

Garr Reynolds, nel suo libro Presentationzen (di cui consiglio la lettura), chiama i tentativi di ibridazione Slidumenti.

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Appunti sui tovagliolini

Appunti sui tovagliolini

Emergo ora dalla lettura di “The Back of the Napkin: Solving Problems and Selling Ideas with Pictures“.
Libro interessante e a tratti divertente.
Dan Roam si produce nel tentativo (spesso ben riuscito) di sistematizzare le dimensioni del cosiddetto “visual thinking”, quel corpus di strategie e tecniche utili a rappresentare pensieri e idee attraverso immagini, cui ho fatto cenno in questi altri articoli.
Il focus del libro è sull’utilizzo del visual thinking in ottica di problem solving, ma le stesse metodologie possono essere utilizzate in applicazioni diverse.

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Il prezzo del feedback

Uno degli articoli più commentati e letti in questi giorni tra i blog di Harvard Business Review è questo di Peter Bregman.
L’ho trovato interessante, per tre aspetti.

Il primo ha a che vedere con il messaggio di fondo dell’articolo: chiedere suggerimenti e feedback su un proprio lavoro presenta molti vantaggi, ma ha anche dei costi.
Il più rilevante di questi costi è la perdita di sicurezza in sé. La conseguenza di questa perdita è che, spesso, ci appiattiamo sui desideri, le preferenze, le aspettative altrui, perdendo la nostra autenticità. Su questa strada si può arrivare alla paralisi creativa, e all’incapacità di fare scelte controcorrente.

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