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Cercasi Proust, astenersi perditempo

Qualche giorno fa, durante la pausa di una lezione, si parlava di figli adolescenti. Uno degli allievi criticava l’uso dei social network da parte dei ragazzi di quell’età con un argomento che mi è parso più interessante di altri: il diritto degli adolescenti che le loro stupidaggini vengano dimenticate. In sintesi, diceva che tutti abbiamo fatto qualche cosa stupida a quell’età, cose che oggi non ci passerebbero nemmeno per la testa. Quelle cose sono state, per lo più, dimenticate.
Lo stesso non accade per quanto avviene sui social network, dove tutto viene registrato ed è, potenzialmente, disponibile anche a distanza di molti anni.

Non so se essere d’accordo, che questo rappresenti concretamente un problema.
Di una cosa, però, sono abbastanza sicuro: la tecnologia sta cambiando il nostro rapporto con la memoria e, per estensione, con il tempo.
Fino a poche generazioni or sono, almeno fino all’invenzione della fotografia, quasi nessuno aveva la possibilità di “registrare” in qualche modo l’evoluzione, per esempio, del proprio aspetto fisico e di quello dei propri cari. Senza fotografie, probabilmente avrei dimenticato completamente l’aspetto delle mie figlie quando avevano due o tre anni.
Questa forma di oblio è stata valida (con poche eccezioni) anche per molti anni dopo l’invenzione della fotografia.
Almeno fino a quando quest’ultima è diventata un fenomeno di massa.

Il primo sospetto, non serve dirlo, è che siamo soltanto all’inizio di questa evoluzione.
Il secondo è che l’attrezzarci da un punto di vista tecnologico sia la faccenda meno complicata.

Se, infatti, aggiungiamo (notizia sentita in una trasmissione radio qualche mese fa) che le proiezioni dicono che circa la metà dei nati dopo il 2000 arriverà ad essere centenario, pare che sia proprio il nostro rapporto con il tempo e con la memoria a dover cambiare.
Ci serve, insomma, un nuovo Proust.
Perché (e di questo sono ogni giorno più convinto) cose come queste non possiamo affrontarle senza il contributo dell’arte.

Bamboccionismi

Un paio di considerazioni sulla parte finale di questa campagna elettorale:

  1. Ancora una volta, come ho già sottolineato qui, la ricerca del consenso è avvenuta molto più facendo leva sulla paura del nemico che su un progetto per il Paese. Lo ha messo in evidenza Luca Sofri. Sono d’accordo con la sua analisi:
    Questa retorica è stata non solo fallimentare, ma addirittura complice dell’inesistenza di progetti nuovi, alternativi, convincenti, adeguati ai tempi.
    Non sottoscrivo, invece, la conclusione.
    Al contrario.
  2. Il risultato più temuto è l’ingovernabilità: che, cioè, dalle urne non esca una maggioranza chiara, tale da consentire a chi ha vinto le elezioni di dare attuazione ai propri programmi.

La somma di queste due cose la dice lunga su come stiamo messi: male.

Ciò detto, però, in qualsiasi altro sistema organizzato questi sarebbero chiari (e allarmanti) segnali di, chiamiamola così, immaturità.

Ecco.

Solo per dire che non dobbiamo farci illusioni: vale anche per un Paese e per la sua politica.

Nemici. Di chi?

Premetto che non sono tra i nove milioni di italiani che hanno passato la serata di giovedì ad assistere alle schermaglie tra Santoro, Travaglio e Berlusconi. Ho recuperato alcune parti salienti il giorno dopo, e ho letto e sentito un bel po’ di commenti.
Ne ho tratto un’idea: quella della sfida con vincitori e sconfitti, qualunque sia la valutazione su chi stia da una parte o dall’altra, è solo la superficie. Tutti i contendenti avevano già vinto nel momento in cui sono riusciti a mettere insieme questo set, e a conquistare il centro dell’attenzione dei media e degli elettori. Perché a essere davvero messa in discussione, in questi ultimi mesi, è stata la struttura dell’offerta politica italiana, la sua logica di fondo: ogni elezione è stata, negli ultimi vent’anni, un referendum pro o contro Berlusconi.
Questa volta le cose sarebbero potute essere diverse.
E invece, la puntata di Servizio Pubblico ha messo in scena il copione e lo ha reso, di nuovo, credibile. Fatto questo, l’obiettivo era già raggiunto.
C’è un’intera classe dirigente che ha sempre prosperato su questo copione, e che non vuole (probabilmente non sa) recitarne un altro. E un’intera frotta di giornalisti. Sono loro i vincitori. Gli sconfitti sono quelli che credono che la politica possa essere uno scontro duro ma leale tra modi diversi di vedere le cose, tra programmi fatti di soluzioni e non di proclami. Almeno un po’.

Grasso che cola

Martedì sera mi sono sciroppato Berlusconi a Ottoemezzo e, di seguito, Ballarò (non tutto, però, conservo un po’ di rispetto per il mio tempo). Una riflessione sulla performance di Pietro Grasso da Floris (per quanto ho visto io, per nulla convincente).
Parlando di economia ha inanellato una serie di luoghi comuni da Bar Sport, il cui culmine è stato (a memoria) che gli italiani dovrebbero comprare Made in Italy per frenare la delocalizzazione. Peraltro, quest’ultimo parere non era neppure richiesto, visto che la domanda verteva su tutt’altro, ed è stato lo stesso Grasso a voler ritornare a dire la sua su un punto precedente e superato. Il tutto ha scatenato una serie di commenti critici su twitter.

Domanda: ma voi vi aspettate che Grasso abbia da dire qualcosa di profondo, originale, documentato, risolutivo in tema di macro (o micro) economia?
Io, francamente, no.
Per la sua esperienza e la sua storia, io mi aspetto che abbia qualcosa da dire in tema di giustizia, di carceri, di lotta alla criminalità… al limite di pubblica amministrazione.
E allora, chiedo di nuovo, perché prendere posizione su temi su cui, a giudicare da quanto ho visto martedì sera, non ha competenze e su cui, per di più, nessuno gli chiede di averne?

Ci ho pensato un po’, questa mattina, e l’idea che me ne sono fatto è questa: i “tecnici” come Pietro Grasso, quando scendono (o salgono, fate un po’ voi) nell’agone politico e affrontano una campagna elettorale tentano spesso, in maniera più o meno consapevole, di spostare il proprio posizionamento da un ambito verticale (grande esperto di un singolo tema) ad un posizionamento generalista e orizzontale (per governare devo avere un’opinione su una grande varietà di temi).
Ora, se questo può essere utile (non ne sono certo, ma potrebbe) per chi si candida alla premiership (vedi Ingroia, per fare un esempio), è potenzialmente assai dannoso per tutti gli altri. Partito che li candida compreso.
Farei, quindi, molta attenzione a intraprendere un percorso di questo tipo, e, se facessi uno spin doctor, darei poche, semplici, istruzioni a questi candidati “verticali”:

  • parla, per quanto possibile, solo degli argomenti che stanno nel tuo profilo di posizionamento
  • se ti si chiede un’opinione rispetto a temi “altri”, attieniti alle posizioni del partito, oppure cerca di ricondurre la domanda ad un tema che sta nel tuo profilo
  • Su questo tema non ho un’opinione, visto che, se verrò eletto, sarò chiamato ad occuparmi d’altro è una risposta migliore rispetto ad esprimere un’opinione banale, non documentata, da Bar Sport, appunto

Insomma, di questi tempi e visti i precedenti, essere davvero competenti e poter offrire un apporto positivo anche in un solo campo, per un aspirante politico è già grasso che cola… (sorry…)

 

P.S. L’argomento per cui gli italiani dovrebbero comprare Made in Italy per frentare la delocalizzazione, detto per inciso, è una bella rappresentazione di un modo di vedere la politica che, personalmente, mi fa rabbrividire. Ma questa è un’altra storia e, forse, un altro post.

Strategia e frattali

In questi giorni mi capita spesso di insistere in aula su un concetto: quello di visione strategica come visione frattale.
Intendo dire: la visione strategica rispetto ad un processo comportamentale (ma questo può valere anche per altri tipi di processo) è quasi sempre applicabile, utilizzando criteri e distinzioni molto simili, a qualunque livello di zoom si veda il processo.
Il metodo sarebbe, cioè, applicabile sia all’intero processo che a parti dello stesso, a livelli crescenti di dettaglio.
Mi sembra che questo concetto sia particolarmente valido per alcuni dei temi di cui più mi sto occupando in questi giorni: comunicazione, negoziazione, problem solving.
Poi, naturalmente, gli strumenti applicativi (tecniche e tattiche) possono differire anche notevolmente a seconda che ci si trovi ad un livello più o meno macro (o micro) di analisi.

Mi viene da pensare che possa valere anche il contrario. Che, quindi, un buon modo per verificare se ciò che si sta facendo (o su cui si sta riflettendo) ha a che vedere con la strategia oppure no, sia quello di verificare se lo stesso tipo di pensiero (e di criteri e distinzioni) si possa, appunto, applicare a diversi livelli di zoom, senza modifiche sostanziali.

E che questa possa essere una delle caratteristiche del pensiero strategico.

Qualcuno ha idee o opinioni al riguardo?

Anatomia di un’idea

Scrivo abbastanza poco, in questi giorni. Poche idee, e non delle migliori.
Però ho ascoltato parecchio, quello sì. Convegni, lezioni, conversazioni.
Alcuni davvero interessanti.
Di quelli che esci ed hai la sensazione di portarti via un’idea nuova, che dà senso ad un pezzo di mondo.

Mi è accaduta anche una cosa un poco più curiosa.
Ho partecipato, qualche giorno fa, ad una conferenza in cui l’argomento trattato rientrava tra i miei interessi di studio.
Miei, ma di nessun altro dei partecipanti.
Per questo, il relatore ha espresso, giustamente, alcuni concetti di base.
Chi ha partecipato si è portato a casa, appunto, un pezzo di senso.
Ora, si dà il caso che molte delle affermazioni “forti” e dirimenti di quel ragionamento fossero, per usare un eufemismo, poco supportate dalla letteratura.
Eppure, la loro verosimiglianza ha generato un assenso unanime, supportato poi da alcuni esempi in cui è stato piuttosto naturale per i partecipanti identificarsi.
Ho fatto, alla fine, un piccolo esperimento.
Ho parlato con una delle partecipanti, chiedendole di ricordare una di queste affermazioni chiave “illuminanti”. Mi ha confermato di essersi perfettamente identificata nell’idea e nell’esempio conseguente.
Poi, ho preso l’idea, l’ho riconfezionata in modo da giungere a conclusioni opposte.
Mantenendo nella sostanza lo schema linguistico e logico di riferimento, ho costruito un esempio coerente, e le ho chiesto che cosa ne pensasse. Come sospettavo, quest’altra idea, opposta alla prima, pareva anch’essa altrettanto illuminante, e vera.

Continua…

Contro la schiavitù del time management

È il titolo del mio secondo post per il blog di Harvard Business Review Italia.

Lo trovate qui.

Si tratta della traduzione di questo post pubblicato sul blog di HBR (edizione internazionale): Vanquish the Time-Management Villain

Naturalmente, i vostri commenti sono i benvenuti. Vi invito a lasciarli direttamente sulla pagina di HBR.

Concordia capitolo due, lungo

Il mio post precedente circa il naufragio della Costa Concordia ha suscitato alcune reazioni che mi interessa analizzare.
Il ragionamento è piuttosto lungo. Per questo dedico un post, invece che rispondere semplicemente ai commenti.

Il primo post, del 17 gennaio scorso, l’ho concluso così:

Insomma, davanti a questi eventi la dinamica interpretativa è quasi sempre la stessa: per ora ci rassicura sapere che un incidente di questa portata ha una causa ed un responsabile.
E, possibilmente, anche di un eroe che faccia da contraltare.
Per un’analisi che ci consenta davvero di imparare qualcosa per il futuro, c’è tempo.

In alcuni commenti (qualcuno scritto, qualcun altro a voce nei discorsi tra amici) mi è stato fatto notare che in questo modo si rischia di diluire la responsabilità individuale nel “sistema”, di fatto togliendo ogni valore alla responsabilità individuale stessa.
Si dovrebbe, quindi, ammettere che a volte si sbaglia per superficialità, incapacità, magari malvagità, ma non perché il sistema ci ha indotto a sbagliare.

Non sono d’accordo. O, meglio, la mia idea è che il tema della responsabilità sia altra cosa rispetto a quanto ho cercato di sottolineare in maniera sintetica, e su cui voglio tornare.

Continua…

Concordia

Ieri sera ho seguito per un’ora, in varie edizioni dei telegiornali, le notizie sul naufragio della Costa Concordia davanti all’Isola del Giglio.

La dinamica dell’incidente sembra piuttosto chiara, e le responsabilità attribuite, almeno dalla maggior parte dei giornalisti: una manovra irresponsabile da parte del Comandante, in spregio alle regole, il tutto condito con quel tanto di “gossip” che in queste occasioni fa audience (emblematici gli immancabili messaggi su Facebook).

Ora, non ho certo notizie sufficienti per esprimere un’opinione circostanziata su questo avvenimento.
Una cosa, però, la voglio far notare: si comincia sempre così a spiegare disastri come questo.
Si individua una causa certa, semplice, possibilmente con uno o più responsabili riconoscibili.

Continua…

More of the same, or not?

In questi giorni alcune letture mi hanno messo di fronte a due storie che potremmo definire “di successo”; storie di obiettivi ambiziosi raggiunti e di previsioni azzeccate. Due casi molto diversi. La differenza fondamentale sta nel fatto che nel primo caso il successo è arrivato grazie alla capacità di trarre profitto da alcuni fallimenti parziali e dai feedback raccolti da questi fallimenti per modificare sostanzialmente la strategia di approccio al problema. Nel secondo caso, invece, a rivelarsi vincente è stata la perseveranza, direi la cocciuta insistenza nel proseguire senza modificare la strategia (anzi, se possibile amplificandone la portata) proprio quando tutto intorno sembrava dare segnali che sarebbe stato opportuno fare il contrario. Un approccio che potremmo chiamare “more of the same”.

Continua…