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L’importanza del pensiero critico

John Baldoni, sul suo blog per HBP, sottolinea l’importanza del pensiero critico in ottica di leadership, e l’assoluta rilevanza che questo dovrebbe avere negli insegnamenti di un business school, tanto che Roger Martin (dean della Rotman School of Management) ne ha fatto uno degli assi portanti del curriculum di studi nei Master of Business Administration della scuola stessa.

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La crisi come occasione di apprendimento e crescita

Cindy McCauley, del Center for Creative Leadership, in questo articolo su Forbes lancia una provocazione che mi pare possa dare il via ad una discussione interessante.
Dice testualmente:

    Non molto tempo fa, trovare nuovi lavori che offrissero nuove sfide non era cosa difficile. Con la crisi economica, sta a voi trovare le opportunità di crescita nel vostro attuale lavoro.
    Per sviluppare la vostra carriera, avrete bisogno di uscire dalla vostra zona di comfort. Nelle organizzazioni odierne, stressate e tirate, potrebbe apparire come un grande rischio. Ma è esattamente ciò che i datori di lavoro cercano: collaboratori che desiderano e sanno prendersi carico di compiti sfidanti, al di sopra e oltre la loro job description. Questo può essere il momento ideale per fare nuove esperienze e ampliare le proprie abilità di leadership.

Ho l’impressione che la maggior parte dei manager che conosco stia facendo esattamente il contrario: rimanere coperti e al riparo aspettando che la tempesta passi.

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Carenza di leadership, nel presente e nel futuro

Il Center for Creative Leadership ha pubblicato lo scorso giugno un paper molto interessante: The leadership gap.

Le domande a cui si è cercato di rispondere sono:

  1. Quali capacità e prospettive sulla leadership sono critiche per il successo ora e nel futuro?
  2. Quanto sono preparati gli attuali leader in queste capacità e prospettive?
  3. Quanto è allineato il profilo attuale dei leader con quelle che saranno le capacità e le prospettive richieste nel futuro?

E lo si è fatto intervistando 2200 persone provenienti da 15 organizzazioni, tra il 2006 e il 2008.
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Drew Gilpin Faust: guardate alle opportunità

In una interessante intervista concessa a Adam Bryant del New York Times, Drew Gilpin Faust, presidente di Harvard University, racconta le lezioni apprese sulla leadership durante la carriera che l’ha portata al vertice di una delle più prestigiose università del mondo.
L’intera intervista è ricca di spunti ed offre il ritratto di una donna pragmatica, a cominciare dal titolo: La leadership senza un codice segreto.

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Leadership in tempo di crisi

McKinsey Quarterly ha proposto qualche settimana fa un interessante articolo, frutto di una serie di interviste con 14 CEO di altreattante grandi aziende, per cercare di delineare alcune “lezioni di leadership” valide per tempi difficili come quelli che stiamo attraversando.
L’articolo non ha la pretenza di dare delle regole valide in qualunque realtà. Piuttosto, vuole mostrare come, dalle interviste, emerga un sostanziale accordo su alcuni principi che possono fungere da guida sui comportamenti da tenere nelle “stanze dei bottoni” e nell’interazione con collaboratori, clienti, investitori.

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The Fundamental State of Leadership

Ho letto in questi giorni un articolo di Robert E. Quinn pubblicato da Harvard Business Review nel 2005: Moments Greatness. Entering the Fundamental State of Leadership.
Quinn parte da un concetto: i leader, come tutti, possono operare al meglio delle loro possibilità (concetto che mi pare somigli molto ad un Flow state) oppure no.
Normalmente, quello che egli definisce Fundamental State of Leadership viene vissuto nei momenti di crisi, quando la situazione costringe ad attingere ai propri valori profondi ed al proprio istinto.
Non è necessario, però, essere in una situazione di crisi per accedere a questo stato. L’importante è, secondo Quinn, porsi le domande giuste.

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Il legame tra leadership e intelligenze

Ronald Riggio inizia questo articolo su Psychology Today con una domanda: le persone intelligenti sono leader migliori?
La risposta è, naturalmente, “dipende”.
Dipende, innanzitutto, da che cosa si intende per intelligenza.
Se si intende l’intelligenza misurata dal Quoziente d’Intelligenza, le ricerche paiono mostrare che il legame tra un alto QI e il raggiungimento di posizioni di leadership è da debole a moderato.
Del resto, chiunque può riconoscere il fatto che essere un genio non significa necessariamente essere un buon leader. E, dall’altra parte, il mondo ci appare pieno di leader che di geniale non paiono avere granché. Il QI, quindi, conta, ma non in maniera così decisiva.
Ci sono, però, come ha evidenziato Howard Gardner, altre tipologie di intelligenza.

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Self-promotion

Daisy Wademan Dowling su Conversation Starter di Harvard Business Publishing lancia una provocazione interessante, in un breve articolo.
Il titolo: ”Come vendere te stesso quando il tuo lavoro è a rischio“.

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Diventare manager

Il passaggio da “persona che sa fare bene il proprio lavoro” a “manager che sa coordinare e organizzare il lavoro altrui” è una di quelle transizioni che mietono vittime.
Su Harvard Management Update, in una conversazione con Linda A. Hill, ci si chiede che cosa può fare il capo di una persona che sta vivendo questa transizione per aiutarla a superarne le inevitabili criticità.

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Marchionne: cultura e leadership prima di tutto

Sul numero in edicola di HBR Italia, Sergio Marchionne, CEO di Fiat, racconta come ha cambiato il destino dell’azienda di Torino.
L’articolo è stato preparato durante una conversazione tra Marchionne, Enrico Sassoon e Davi Champion, a maggio del 2008.
Per questo, immagino, non vi è cenno al momento di crisi che il settore (e Fiat con esso) sta attraversando in questi mesi.
Due cose mi hanno colpito: il linguaggio con cui è scritto l’articolo e l’essenzialità delle idee.

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