Dieci

C’è vento buono, oggi, sul lago. Vele gonfie e spruzzi sulla prua: un bell’andare, visto da qui.

In un giorno un po’ come questo, poco più di dieci anni fa, ho salito per la prima volta le scale del MIP.
Si stava in Via Garofalo, allora.
Mi sa che quel giorno nemmeno mi ero reso conto di quale regalo mi avesse fatto il destino, di quanta intelligenza (a volte vero genio) avrei potuto incontrare su quelle scale, di quante volte si sarebbe avverato il luogo comune per cui un docente impara più di quel che insegna.

Oggi, guardando il lago da nord, il sole in faccia, mi è salito un senso di gratitudine: per Elena e Lucia, che del MIP mi hanno aperto le porte, per i miei Maestri, che mi hanno permesso di arrivare a quell’appuntamento non troppo impreparato, per tutti quelli che hanno reso questi dieci anni quel che sono stati: vento buono e un gran bell’andare.
Grazie, davvero.

Top Employers HR Conference

Il prossimo 16 Giugno coordinerò la tavola rotonda finale della Top Employers HR Conference, evento organizzato da Top Employers, AIDP e dalla School of Management del Politecnico di Milano.

Il titolo della giornata:

Prendiamo le misure: Tecnologie e Metriche verso il domani

L’appuntamento è alle 9.00 al Politecnico di Milano, Aula L 1.2 – Edificio B12 – Campus Bovisa in Via Lambruschini 15.

Per chi fosse interessato, maggiori informazioni qui e registrazione (l’evento è gratuito) qui.

Scommettiamo?

Al Festival dell’Economia di Trento dello scorso giugno, uno dei dibattiti in programma è stato dedicato al gioco d’azzardo e alla ludopatia.
Al di là dello scandalo della contraddizione di uno stato che vieta il gioco d’azzardo e dall’altra parte ne fa una fonte di entrate per miliardi di euro (invece che occuparsi di proteggere i cittadini dal rischio di dipendenze), sono usciti un paio di concetti che valgono una sottolineatura.

Il primo: sembra vi sia una correlazione inversa significativa, dimostrata da alcune ricerche, tra monte ore speso dalla popolazione in attività di volontariato e quantità di tempo e denaro dedicati al gioco d’azzardo. Il che pare mostrare come la solidarietà e il senso di comunità siano un antidoto potente alla ludopatia (molto più di una generica prevenzione basata sull’informazione, su cui magari tornerò in un prossimo post).

Il secondo è la sintesi che Natasha Dow Schüll ha fatto del suo lavoro di ricerca, che si focalizza (al contrario della maggior parte delle ricerche, che puntano l’attenzione sulle caratteristiche psico-sociali dei giocatori patologici) sui meccanismi e le relazioni che legano l’esperienza della ludopatia con gli algoritmi progettuali delle slot machine. Queste ultime, infatti, rappresentano una delle fonti principali delle patologie da gioco compulsivo. L’autrice di “Ingegneria della dipendenza” illustra alcuni dei trucchi utilizzati da chi progetta i software delle slot machine per indurre gli utilizzatori a dedicare più tempo al gioco e, di conseguenza, a investire più denaro. Soprattutto, sottolinea l’importanza di spostare l’attenzione dal giocatore allo strumento e all’interazione tra giocatore e strumento (inversione di prospettiva comprensibilmente non gradita alle imprese dell’azzardo).

I numeri, infine, sono impressionanti: ogni famiglia italiana giocherebbe in media 4.000 Euro l’anno, vedendosene restituire circa 3.000, con una perdita media netta di 1.000 Euro ogni anno, a cui vanno aggiunti i costi opportunità del tempo speso al gioco.
Nel dibattito si è sottolineato più volte come si tratti di una specie di imposta regressiva (le famiglie più povere, attratte dalla possibilità di cambiare il proprio destino, giocano più delle famiglie ricche), ma volontaria. E questo rende impopolare qualunque intervento politico deciso: recuperare il gettito significherebbe sostituire una tassa pagata, dopotutto, di spontanea volontà da parte dei cittadini con un’altra coattiva (visto che di spending review ormai non se ne parla da un po’).

 

Storytelling buono, storytelling cattivo (più che altro il secondo)

Dibattito interessante, in questi giorni, sull’uso dello storytelling nel giornalismo italiano. Ne hanno parlato Luca Sofri, Federico Ferrazza, Massimo Mantellini.
Sbaglierò, ma mi sembra che tutte le posizioni partano da un presupposto che non riesco a fare mio: lo storytelling è di per se stesso uno strumento più manipolativo rispetto ai fatti e ai numeri.
Nessuno di loro nega che sia uno strumento e non un fine ma, come dire, se i fatti venissero paragonati ad un coltello (uno strumento né buono né cattivo in sé, dipende dall’uso che se ne fa: può servire per ammazzare un poveraccio oppure per tagliare un cocomero), lo storytelling verrebbe paragonato ad una pistola (certo che è solo uno strumento, che se ne potrebbe anche far un buon uso, ma meglio diffidarne a prescindere).
A dire il vero, in maniera piuttosto esplicita, viene data una ragione di questa diffidenza: si tratterebbe di un problema di rappresentatività: possiamo anche raccontare una storia vera, ma quanto questa è rappresentativa di un fenomeno più generale? E se raccontiamo soltanto storie eccezionali, non è che ci sfugge completamente il quadro di normalità da cui emergono queste eccezioni?
Vero. Ma è vero anche per qualsiasi altra informazione non narrativa, e lo è tanto più in un sistema (in un mondo) complesso. Non vedo un legame stretto, quindi, tra il problema e lo strumento.

Credo, invece, ci siano due motivi fondamentali e impliciti che alimentano la diffidenza verso lo storytelling, forse con qualche ragione:

  1. Si tratta, innanzitutto, di uno strumento particolarmente potente di comunicazione delle idee, per tutte le ragioni che ho già argomentato più volte. Un po’ come dire che, se lo storytelling fosse un coltello, si tratterebbe di un coltello molto (troppo) affilato.
    Perché, allora, non rinunciarci? Visto quanto è rischioso usare un’arma così potente, meglio lasciar stare, accettando di privarsi anche dei potenziali benefici.
  2. Al contrario dei fatti e dei numeri, una narrazione può, costitutivamente, essere falsa senza per questo essere immorale o censurabile (una favola, un racconto, un romanzo non raccontano verità, ma non per questo sono oggetto di condanna). Questa caratteristica, accennata da Luca Sofri nel suo post, ne fa effettivamente uno strumento più facilmente asservibile a fini di persuasione e di propaganda, creando una zona grigia in cui le storie vere non si distinguono più da quelle false.

La domanda è, allora: può la combinazione di queste due caratteristiche rendere lo storytelling più simile ad una pistola che ad un coltello? Può renderlo uno strumento di cui (specie se si parla di giornalismo, ma il principio vale anche in altri ambiti) è bene diffidare a prescindere?

La mia risposta, forse non serve neppure dirlo, è “no”.

Primo, perché il piano inclinato della logica che sta dietro a questo ragionamento è piuttosto scivoloso e nasconde rischi non trascurabili. Uno su tutti: dove sta il confine secondo cui il coltello sarebbe “troppo” e non “giustamente” affilato?
Condannare lo strumento per esorcizzarne gli effetti potenziali, quando si parla di comunicazione, insomma, è una strategia che paga davvero raramente.

Secondo (ribadisco quanto ho già scritto alla fine di questo post), perché si tende sempre a concentrare l’attenzione, quando c’è in gioco questo tema, su una specifica funzione della narrazione, quella di trasmettere una visione del mondo preconfezionata dentro alla capsula indistruttibile di una storia. In realtà, spesso le storie (anche nel giornalismo) servono a fare una cosa diversa e preziosa, che non vorrei gettare via: aprire la visione del mondo invece che chiuderla, iniziare una comune costruzione di senso.
Certo, anche quello delle narrazioni identitarie (specie nel nostro Paese) è un tema che si porta dietro più di un caveat. Però, buttare il bambino con l’acqua sporca, anche no.

Righe scritte altrove #16

Su MySolution|Post, quarto e ultimo appuntamento della serie di post dedicati al communication mix:

Il terzo e il quarto (e ultimo) ingrediente del communication mix

 

I post precedenti sono questi:

La ricetta del comunicare

Il primo ingrediente del communication mix: trasferire informazioni

Il secondo ingrediente del communication mix: creare collegamenti

Tutto quello che ho scritto per Mysolution|Post sta qui.

Je suis… quoi?

A volte ci si chiarisce le idee, e poi si comincia a scrivere.
A volte il contrario: si scrive per chiarirsi le idee.
In questo caso è vera la seconda.

Ci siamo arrabbiati e indignati per le persone uccise per aver disegnato vignette satiriche.
Abbiamo sentito di doverci difendere. Abbiamo scritto “Je suis, Io sono”, e per una volta ci siamo messi dietro ai nostri politici. Qualcuno li ha chiamati (non lo si faceva da un po’) leader.
Sacrosanto.
Abbiamo difeso la libertà di satira “senza se e senza ma”.
La libertà di poter disegnare vignette corrosive su chicchessia e su qualunque tema.
Questo, mi è parso, voleva dire quel “Je suis Charlie“.

A me, però, una domanda resta: è davvero la libertà di satira quella che dobbiamo difendere ad ogni costo?
In Francia la libertà di satira non è “senza se e senza ma”. Ha dei limiti. Gli stessi redattori (i superstiti) di Charlie Ebdo, in un’intervista, hanno affermato di essere sempre riusciti a fare satira “rimanendo entro i limiti della legge” (cito a memoria, il concetto è quello).
In molti Paesi occidentali la satira ha limiti anche piuttosto stringenti. Negli USA mi risulta (se qualcuno ha notizie contrarie, ogni commento è benvenuto) che sia vietato fare satira sulle religioni e sulle razze. Alcune vignette di Charlie Ebdo, là, sarebbero forse state illegali.
Questo fa degli Stati Uniti un Paese meno libero?

Rischio di essere retorico: a me pare che non sia questo il punto.
Quello che dobbiamo difendere è un certo modo di vedere il mondo, per cui i confini della libertà di satira (per dirne una, ma le questioni sono molte e diverse) non sono stabiliti una volta per sempre, perché c’è un processo sociale che crea sensibilità e idee, ci sono possibilità e strumenti di aggregazione che trasformano queste idee in posizioni, un confronto democratico che trasforma le posizioni in istanze, una politica che traduce le istanze in leggi, una magistratura che giudica i confini di queste leggi. E ciascuno di questi passaggi è soggetto al dissenso e alla critica. Ma il processo che parte da una sensibilità e arriva a un dettato legislativo e, eventualmente, ad una sentenza, quello no. Quello lo si rispetta. Non si imbraccia un kalashnikov per rendere la strada più breve. In questo siamo diversi. Non nel luogo in cui abbiamo messo i confini, ma in come quei confini li abbiamo costruiti, li difendiamo e, se è il caso, modifichiamo. Gli Stati Uniti non sono meno liberi dell’Italia perché i confini della satira sono più stretti. Conta come ci si è arrivati a quei confini, e conta che, domani, potrebbero essere diversi.
Va detto: questa cosa è un vaso di cristallo. Fragile, da trattare con cura. Quando serve, da tenere al riparo.
È, anche, a suo modo molto faticosa. Tanto che chi cerca scorciatoie fa leva proprio su questo argomento.

Se tutto questo è vero, mi chiedo perché ad intestarsi più degli altri questa battaglia siano proprio quelli che questo rispetto per ciò che siamo non esitano a metterlo sotto i piedi per qualche voto. Quelli che sventolando alla leggera la retorica dei fucili e delle ronde, come se fosse niente.

Terreno scivoloso, lo so.
Su cui non ho certezze. Però è qui che lo metterei, il mio Je suis.

Righe scritte altrove #4

Vi aggiorno sugli ultimi post che ho scritto per MySolution|Post:

Il principio del midsize
In cui si ragiona di sviluppo organizzativo a partire… dalle racchette da tennis

Organizzazione: meglio rane o pipistrelli?
Un approfondimento sul rapporto tra formazione/sviluppo delle risorse umane

Tutto quello che ho scritto per MySolution|Post sta qui.

 

Righe scritte altrove

In questi giorni ho ripreso il filo di alcune collaborazioni.

Ecco cosa trovate di mio, attorno:

MySolution|Post
Nuovo blog animato da Andrea.
Il primo post è una specie di dichiarazione d’intenti (parlando per lo più a professionisti, il termine mi pare adeguato) sui ragionamenti che vorrei sviluppare.
Una cosa – l’unica – che posso fare per voi

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Poi, visto che Twitter sta diventando una cosa che mi diverte parecchio, magari riprendo anche alcuni cinguettii:

 

Auguri, tanta fortuna

Tra gli effetti collaterali (desiderati) di tenere un blog, c’è quello di intrattenere delle conversazioni con i lettori. Qualche volta avvengono nei commenti ai post. Altre (spesso) via mail.
Recentemente ho scambiato alcuni pareri con un giovane studente.
La domanda, in sintesi: vale la pena darsi pena per studiare, prepararsi, acquisire capacità, quando sembra che i criteri per ottenere successo siano altri (affiliazione, per lo più)?

Ho risposto manifestando alcune mie convinzioni.
Tra queste, un punto fermo che mi ha trasmesso un mio maestro: ogni successo è l’incontro tra un colpo di fortuna e la meticolosa preparazione allo stesso. Uno solo dei due ingredienti non basta.
La risposta che ho ricevuto mi ha fatto riflettere.
Si tratta della storia di un tale.
Si potrebbe riassumerla così (le parole sono mie, ma il senso generale è questo):

Un tale frequenta un corso di laurea in ingegneria.
Arriva regolarmente in ritardo a lezione, non partecipa a lavori di gruppo, disturba i colleghi e perfino i professori.

Dà pochissimi esami.
Addirittura, durante un incontro in aula con imprenditori e istituzioni economiche locali viene rimproverato perché sta giocando a carte. Ebbene, costui ha recentemente vinto un importante torneo di poker, guadagnando in pochissimo tempo una somma che chiunque dei suoi colleghi impiegherà alcuni anni a guadagnare.

Morale: l’impegno e una pianificazione attenta non potranno mai sostituire… il fattore C.

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Best of 2011

Come d’abitudine, a fine dicembre, dedichiamo un post alla “classifica” degli articoli e degli argomenti più letti e più commentati sul blog durante l’anno che volge al termine.

Innanzitutto, ha suscitato parecchio interesse il tema dello storytelling, declinato in ambiti e modi diversi.

Gli articoli che trattano questo tema sono elencati qui.

Questi, in particolare, i più recenti:

Qui, invece, alcune delle narrazioni che sono finite in questo blog:

Altro tema molto letto e commentato è quello della procrastinazione:

Tra i più visti dell’anno, gli articoli:

Infine, i consigli di lettura stilati, come sempre, prima delle vacanze estive (e valido anche per quelle che ci aspettano): Libri in valigia 2011.