Processo decisionale e partecipazione

Quello dei processi di partecipazione nei gruppi è un tema non banale.
In questo periodo ci sto riflettendo parecchio, grazie anche agli stimoli che mi arrivano dai vostri commenti.
Uno dei problemi fondamentali è quello delle aspettative che le promesse di partecipazione creano nei membri del team: vedere le proprie idee valorizzate ed avere un impatto positivo sulle decisioni e i risultati di un gruppo è uno dei bisogni fondamentali che motivano l’appartenenza ad un team.
Credo di non dire nulla di nuovo se affermo che questo bisogno è spesso stimolato nelle fasi iniziali del processo decisionale, per poi venire frustrato man mano ci si avvicina alla decisione.

Mi sembre che questo avvenga per una ragione precisa.

Parto dal dividere il processo decisionale in tre fasi (in letteratura e nel linguaggio comune si possono trovare definizioni diverse da quelle che do io. Adotto queste perché mi sembrano le più produttive per gli scopi di questo post):

  1. Problem setting
    La fase in cui si definiscono i “confini” del problema, gli elementi in gioco, i termini della questione.
  2. Problem solving
    La fase in cui si definiscono le soluzioni alternative, con i relativi costi, benefici e rischi prevedibili di ciascuna delle soluzioni.
  3. Decision making
    La fase in cui, tra le soluzioni possibili, si sceglie quella da perseguire.

Le prime due fasi, quindi, hanno come focus la raccolta di modelli interpretativi, informazioni, idee, dati, alternative.

La terza fase, invece, è quella della decisione, della focalizzazione su una delle soluzioni tra le molte possibili.

Molte delle frustrazioni di cui si diceva sopra derivano dalla differenza di aspettative tra team leader e membri del team. Quando il team leader apre ai processi di partecipazione spesso (non sempre, ma spesso) pensa alle prime due fasi, mentre i membri del team includono anche alla terza fase.
Detto in maniera più diretta, il team leader nella sua testa ha un pensiero di questo tipo: “Valuterò e valorizzerò gli apporti del team nella raccolta delle informazioni e delle alternative, ma la decisione finale (con le responsabilità che ne derivano) spetta a me”.
Nulla di male, sia chiaro. Il grado di partecipazione alla decisione dipende da una serie di fattori e non necessariamente una modalità direttiva è meno efficace di una modalità partecipativa.
Certo, se si vuole evitare evitare che la delusione serpeggi tra i membri del team quando si renderanno conto di non avere voce in capitolo nella decisione finale, il team leader dovrebbe essere molto chiaro fin dall’inizio su come verrà gestito il trade-off tra direttività e partecipazione nelle varie fasi del processo, specie se ad una fase partecipativa nelle fasi di problem setting e problem solving seguirà una fase direttiva nel momento del decision making.

 

Gli strumenti del leader

Il prossimo 7 novembre sarò a Mogliano Veneto, ospite di La grande differenza, per un laboratorio sul tema della leadership nelle piccole organizzazioni e nei gruppi.
Partiremo da esperienze concrete e ci confronteremo su temi del tipo:

  • come farsi riconoscere la leadership?
  • quando essere direttivi e quando, invece, favorire la partecipazione delle persone alle decisioni?
  • come fare per motivare i collaboratori?
  • come sviluppare l’autonomia in modo da poter delegare di più?
  • come affrontare e risolvere i conflitti?

Il programma dettagliato e tutte le informazioni li trovate qui.

Grazie a Francesca e Sebastiano per l’invito.

Chi fosse interessato può anche contattarmi direttamente per ulteriori informazioni.

Mapping e visual thinking

Mapping-Sorgente-Idea

Nei venerdì di febbraio, dalle 8 alle 10 di sera tengo un corso su Mapping e Visual thinking per l’Associazione Sorgente Idea (a Darfo Boario Terme).

Se qualcuno fosse interessato, il programma sta qui.
Se, invece, avete qualche domanda, potete scriverla come commento a questo post.

 

Righe scritte altrove #11

Un nuovo contributo su MySolution|Post:

U invertite
Dove si parla di fenomeni che non sono in rapporto attraverso relazioni lineari, ma, appunto, attraverso relazioni che disegnano delle U invertite (∩)

Tutto quello che ho scritto per Mysolution|Post sta qui.

 

Righe scritte altrove #7

Un mio nuovo post su MySolution|Post:

Creatività vs Standardizzazione
È meglio perseguire una strategia che si basa sull’automazione dei processi, oppure rinunciare a una quota di riproducibilità a favore del guizzo creativo?

Tutto quello che ho scritto per Mylution|Post sta qui.

 

Righe scritte altrove #2

In agosto si dovrebbe leggere più che scrivere. In effetti, è quello che sto facendo.
Oggi, per esempio, Bolaño e Bollani. Che mi è sembrato bello così.

Nel frattempo, però, qualche riga l’ho scritta:

su MySolution|Post:

Perché lo hai fatto? Ovvero, che cosa determina il nostro (e l’altrui) comportamento
Una sorta di back to basics che riassume e schematizza gli elementi che contribuiscono a formare il comportamento (e le relative prospettive di studio)

Un esperimento (probabilmente) falso, una citazione e un post in sospeso
Dove accosto un paio di appunti che mi sono rimasti sulla scrivania in questi giorni.

Tutto quello che ho scritto per MySolution|Post sta qui.

Strategia e frattali

In questi giorni mi capita spesso di insistere in aula su un concetto: quello di visione strategica come visione frattale.
Intendo dire: la visione strategica rispetto ad un processo comportamentale (ma questo può valere anche per altri tipi di processo) è quasi sempre applicabile, utilizzando criteri e distinzioni molto simili, a qualunque livello di zoom si veda il processo.
Il metodo sarebbe, cioè, applicabile sia all’intero processo che a parti dello stesso, a livelli crescenti di dettaglio.
Mi sembra che questo concetto sia particolarmente valido per alcuni dei temi di cui più mi sto occupando in questi giorni: comunicazione, negoziazione, problem solving.
Poi, naturalmente, gli strumenti applicativi (tecniche e tattiche) possono differire anche notevolmente a seconda che ci si trovi ad un livello più o meno macro (o micro) di analisi.

Mi viene da pensare che possa valere anche il contrario. Che, quindi, un buon modo per verificare se ciò che si sta facendo (o su cui si sta riflettendo) ha a che vedere con la strategia oppure no, sia quello di verificare se lo stesso tipo di pensiero (e di criteri e distinzioni) si possa, appunto, applicare a diversi livelli di zoom, senza modifiche sostanziali.

E che questa possa essere una delle caratteristiche del pensiero strategico.

Qualcuno ha idee o opinioni al riguardo?

Concordia capitolo due, lungo

Il mio post precedente circa il naufragio della Costa Concordia ha suscitato alcune reazioni che mi interessa analizzare.
Il ragionamento è piuttosto lungo. Per questo dedico un post, invece che rispondere semplicemente ai commenti.

Il primo post, del 17 gennaio scorso, l’ho concluso così:

Insomma, davanti a questi eventi la dinamica interpretativa è quasi sempre la stessa: per ora ci rassicura sapere che un incidente di questa portata ha una causa ed un responsabile.
E, possibilmente, anche di un eroe che faccia da contraltare.
Per un’analisi che ci consenta davvero di imparare qualcosa per il futuro, c’è tempo.

In alcuni commenti (qualcuno scritto, qualcun altro a voce nei discorsi tra amici) mi è stato fatto notare che in questo modo si rischia di diluire la responsabilità individuale nel “sistema”, di fatto togliendo ogni valore alla responsabilità individuale stessa.
Si dovrebbe, quindi, ammettere che a volte si sbaglia per superficialità, incapacità, magari malvagità, ma non perché il sistema ci ha indotto a sbagliare.

Non sono d’accordo. O, meglio, la mia idea è che il tema della responsabilità sia altra cosa rispetto a quanto ho cercato di sottolineare in maniera sintetica, e su cui voglio tornare.

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Concordia

Ieri sera ho seguito per un’ora, in varie edizioni dei telegiornali, le notizie sul naufragio della Costa Concordia davanti all’Isola del Giglio.

La dinamica dell’incidente sembra piuttosto chiara, e le responsabilità attribuite, almeno dalla maggior parte dei giornalisti: una manovra irresponsabile da parte del Comandante, in spregio alle regole, il tutto condito con quel tanto di “gossip” che in queste occasioni fa audience (emblematici gli immancabili messaggi su Facebook).

Ora, non ho certo notizie sufficienti per esprimere un’opinione circostanziata su questo avvenimento.
Una cosa, però, la voglio far notare: si comincia sempre così a spiegare disastri come questo.
Si individua una causa certa, semplice, possibilmente con uno o più responsabili riconoscibili.

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More of the same, or not?

In questi giorni alcune letture mi hanno messo di fronte a due storie che potremmo definire “di successo”; storie di obiettivi ambiziosi raggiunti e di previsioni azzeccate. Due casi molto diversi. La differenza fondamentale sta nel fatto che nel primo caso il successo è arrivato grazie alla capacità di trarre profitto da alcuni fallimenti parziali e dai feedback raccolti da questi fallimenti per modificare sostanzialmente la strategia di approccio al problema. Nel secondo caso, invece, a rivelarsi vincente è stata la perseveranza, direi la cocciuta insistenza nel proseguire senza modificare la strategia (anzi, se possibile amplificandone la portata) proprio quando tutto intorno sembrava dare segnali che sarebbe stato opportuno fare il contrario. Un approccio che potremmo chiamare “more of the same”.

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