Auguri, tanta fortuna

Tra gli effetti collaterali (desiderati) di tenere un blog, c’è quello di intrattenere delle conversazioni con i lettori. Qualche volta avvengono nei commenti ai post. Altre (spesso) via mail.
Recentemente ho scambiato alcuni pareri con un giovane studente.
La domanda, in sintesi: vale la pena darsi pena per studiare, prepararsi, acquisire capacità, quando sembra che i criteri per ottenere successo siano altri (affiliazione, per lo più)?

Ho risposto manifestando alcune mie convinzioni.
Tra queste, un punto fermo che mi ha trasmesso un mio maestro: ogni successo è l’incontro tra un colpo di fortuna e la meticolosa preparazione allo stesso. Uno solo dei due ingredienti non basta.
La risposta che ho ricevuto mi ha fatto riflettere.
Si tratta della storia di un tale.
Si potrebbe riassumerla così (le parole sono mie, ma il senso generale è questo):

Un tale frequenta un corso di laurea in ingegneria.
Arriva regolarmente in ritardo a lezione, non partecipa a lavori di gruppo, disturba i colleghi e perfino i professori.

Dà pochissimi esami.
Addirittura, durante un incontro in aula con imprenditori e istituzioni economiche locali viene rimproverato perché sta giocando a carte. Ebbene, costui ha recentemente vinto un importante torneo di poker, guadagnando in pochissimo tempo una somma che chiunque dei suoi colleghi impiegherà alcuni anni a guadagnare.

Morale: l’impegno e una pianificazione attenta non potranno mai sostituire… il fattore C.

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Io penso positivo…

… è il titolo di uno speciale di Mente e Cervello (numero di Agosto), nel quale si analizzano alcuni fondamenti della psicologia positiva.

Si tratta di quel ramo della psicologia che si occupa di individuare i meccanismi che contribuiscono al benessere psichico degli individui, del “funzionamento” ottimale delle persone e dei gruppi, piuttosto che concentrare l’attenzione sulla cura dei disturbi mentali e sul rimedio alle patologie sociali.

Naturalmente, si tratta di distinguere tra una ricerca con solide basi scientifiche e le molte banalizzazioni (a volte un po’ cialtronesche) che affliggono questo campo.

Riprendo un passaggio del primo dei tre articoli dello speciale: Pensieri per stare bene.

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It’ up to you

Ho letto in questi giorni “Cosa tiene accese le stelle” di Mario Calabresi.
Mi è piaciuto, parecchio.
Belle storie di chi crede che il futuro, in qualche modo, è nelle nostre mani.
Mi ha colpito una ricerca (citata nel libro) effettuata nel 2007 dal Pew Research Center di Washinghton. Sono i risultati di un sondaggio fatto tra tutti i giovani del mondo. Devono, i giovani, rispondere alla domanda

Quanto pensate che il vostro futuro e la vostra realizzazione dipendano da fattori esterni alla vostra volontà?

Risultati (alcuni):

  • Stati Uniti: 30%
  • Francia: 50%
  • Italia: 70%

Da notare che siamo nel 2007, anno pre-crisi.
Non ho dati per affermarlo, ma ho la sensazione che la situazione non possa che essere peggiorata.

Una percezione di questo tipo rispetto alla possibilità di determinare il proprio futuro non può che portare alla passività o alla aggressività. A rassegnarsi o incazzarsi. Mi pare che stia prevalendo la prima opzione.

Ben vengano, quindi, le scosse come quelle che ci danno Calabresi, le persone che intervista (dalla bambina marocchina che a scuola se la cava meglio di chiunque altro, al giovane che da Vinadio (Cuneo) conquista la Silicon Valley) e le storie che ci racconta.

E ben venga la citazione che sta verso la fine del libro. È di Mark Twain, e suona così:

Tra vent’anni sarai più deluso dalle cose che non hai fatto che da quelle che hai fatto. E allora molla gli ormeggi. Lascia i porti sicuri. Lascia che gli alisei riempiano le tue vele. Esplora. Sogna.

 

Leadership @ Googleplex

Da un articolo sul New York Times, una ricerca condotta da Google per stabilire quali fossero i comportamenti dei teamleader che rendevano i gruppi di lavoro più efficaci.
Ne è risultato un elenco di pratiche (in ordine di importanza) piuttosto interessante, per due motivi.

Il primo: niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire.
La cosa interessante, però, secondo gli autori della ricerca, è l’ordine di priorità con cui questo elenco di buone pratiche si presenta.

Il secondo: la frase di Lazlo Bock, citata nel finale dell’articolo.

Non c’è bisogno di cambiare la persona. Questo significa che se sono un manager e voglio migliorarmi, e voglio ottenere di più dalle mie persone, e le voglio più felici, le due cose più importanti che posso fare sono semplicemente essere certo di trovare tempo per loro ed essere costante. E questo è più importante di tutto il resto.

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Essere bravi o essere i più bravi?

Una riflessione a caldo, senza struttura: ci sono delle volte in cui essere bravi è sufficiente, altre in cui essere bravi non serve a nulla, si deve per forza essere i più bravi o, per lo meno, più bravi di chi ci sta di fronte.

Una prestazione sportiva, per esempio.

Durante una partita di tennis, o di volley, o di calcio, il fatto di aver giocato bene non serve a nulla, se non si è giocato meglio degli avversari (ammesso che il giocare meglio porti di per sé alla vittoria, ma questo è tutt’altro paio di maniche).
La misura della performance è una misura relativa che nasce soltanto dal confronto con la performance di qualcun altro.

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Gaudì… ad Harvard

 

Le riflessioni che abbiamo condiviso sulla mia visita alla Sagrada Familìa sono diventate un post per il blog di Harvard Business Review.

 

L’articolo lo trovate qui:

Leadership, Architected by Gaudì

 

Se volete lasciarmi dei commenti in inglese, vi chiedo di farlo direttamente sul blog di Harvard, mentre se volete commentare in italiano, questo è il posto adatto.

Non giudicare

Qualche giorno fa, durante un corso di formazione sul public speaking, ho raccontato un episodio, più o meno così:

Stavo frequentando un workshop formativo a Firenze: un incontro di due giornate.
Era primavera, l’aria era frizzante e profumata ed avevamo aperto le finestre della sala conferenze per poter godere della frescura.
Il trainer ci stava conducendo attraverso un esercizio di rilassamento attraverso una visualizzazione.
Ci descriveva un paesaggio montano, con un laghetto e ci invitava ad immaginare di camminare, respirando lentamente, verso lo specchio d’acqua.

“Ad ogni passo, ci diceva, sentite di entrare sempre più profondamente dentro voi stessi”.
Ogni immagine descritta nella visualizzazione si concludeva con una frase del tipo “e questa visione vi aiuta ad entrare sempre più profondamente dentro voi stessi”.

A questo punto, fuori dalla finestra, nel cortile dell’hotel nel quale si teneva il corso, parte il rumore di un martello pneumatico.

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La lista dei buoni propositi

Alle 10.30 del primo gennaio, ho postato questo sul mio profilo Facebook:

Quest’anno:
– leggerò di più
– scriverò di più
– perderò peso
– passerò più tempo con la mia famiglia
– dedicherò più tempo a me stesso
– farò più sport
ma, soprattutto, stilerò più liste di buoni propositi che non riuscirò a realizzare.

In realtà, si è già parlato, qui, di buoni propositi.
Aggiungo alcune riflessioni di Steve Martin, che ha affrontato l’argomento sul blog di Harvard Business Review.

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Come comunicare aspettative e obiettivi

Su Forbes.com, Sangeeth Varghese sta pubblicando una serie di articoli sul team management.
Nel primo ha spiegato come, attraverso il meccanismo della profezia che si autorealizza, comunicare obiettivi ed aspettative sfidanti possa condurre le persone a raggiungere gli obiettivi stessi.
Ho parlato anch’io di questo effetto qui.
Nel secondo articolo della serie, pubblicato in questi giorni, si è concentrato su come comunicare questo tipo di obiettivi e di aspettative.

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Superwoman Syndrome

Dena Patton chiama Superwoman Syndrome (rivolgendosi soprattutto alle donne) il fallimento nel gestire le proprie capacità e i propri limiti, rinunciando così ad uno stile di vita salutare e soddisfacente. E le conseguenze di questa rinuncia non sono da poco, sia sul piano fisico che su quello mentale e spirituale.

In questo articolo su Entrepreneur.com condivide la sua esperienza di business coach, con alcune indicazioni per ristabilire quei salutari confini che permettono di rivestire il propri ruoli con maggiore serenità e con il recupero di un salutare equilibrio.

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