Gli strumenti del leader

Il prossimo 7 novembre sarò a Mogliano Veneto, ospite di La grande differenza, per un laboratorio sul tema della leadership nelle piccole organizzazioni e nei gruppi.
Partiremo da esperienze concrete e ci confronteremo su temi del tipo:

  • come farsi riconoscere la leadership?
  • quando essere direttivi e quando, invece, favorire la partecipazione delle persone alle decisioni?
  • come fare per motivare i collaboratori?
  • come sviluppare l’autonomia in modo da poter delegare di più?
  • come affrontare e risolvere i conflitti?

Il programma dettagliato e tutte le informazioni li trovate qui.

Grazie a Francesca e Sebastiano per l’invito.

Chi fosse interessato può anche contattarmi direttamente per ulteriori informazioni.

Toccare il Fondo

Dal diario di un docente.

Martedì 10 marzo.
Oggi, giornata in aula: un corso su Leadership e Decision Making.
Bella classe, gente sveglia. Io mi sono divertito. Spero anche loro. Ci torno anche domani, abbiamo ancora cose da fare insieme.
È un corso finanziato da un Fondo Interprofessionale.
Abbiamo anche ricevuto la visita di un’ispettrice incaricata dal fondo di controllare che tutto fosse in regola. Una bella cosa: i Fondi gestiscono tanti soldi; ci vuole qualcuno che controlli che non ci siano furbetti che ne approfittano. Siamo un Paese che ha #cambiatoverso!
Arriva, dunque, l’ispettrice. Si presenta. Controlla che effettivamente ci sia una lezione in corso (sembra di sì: c’è un docente che sta parlando e gente che ascolta. Ha tutta l’aria di essere una lezione). Controlla che tutti abbiano firmato il registro (la forma è sostanza!).
Poi sottopone a tutti i partecipanti un questionario per valutare il loro grado di soddisfazione circa la qualità della formazione erogata (gli argomenti sono utili? Ben trattati? Il materiale è adeguato? E il docente? Una quindicina di domande di questo tenore. Punteggio da uno a cinque. Uno = una schifezza, cinque = ne valeva la pena, più o meno).

Tutto bene.
Siamo un Paese che ha #cambiatoverso. Che premia la meritocrazia e che, quindi, valuta il merito, no?

C’è solo un problema: il corso è iniziato alle 9 del mattino con un’introduzione da parte di un manager dell’azienda che ha spiegato ai partecipanti gli obiettivi e il perché di quel percorso formativo. Poi un giro di tavolo di presentazione tra i partecipanti: non tutti si conoscono e un’aula è anche un posto in cui scambiare esperienze, no?
E così sono arrivate le 9:30.
L’ispettrice è entrata alle 9:32.
Praticamente avevo fatto in tempo a dire il mio nome e a illustrare l’agenda.
Ora, dopo due-minuti-due di corso, è parso quantomeno bizzarro ai partecipanti che venisse chiesto loro di valutare docente e qualità dei contenuti.
È la “procedura”, dice l’ispettrice. Non ci sono alternative. Lei è lì per far rispettare (e, quindi, a maggior ragione, per rispettare) le procedure, no?
Qualcuno propone di inviare il questionario via mail la sera stessa.
Ma la “procedura” non lo prevede.
Carta canta, e servono gli originali. A questo punto, qualcuno dà voti a caso e commenta sarcasticamente il questionario, qualcun altro consegna il foglio in bianco. Tutti pensano di vivere in un Paese che #noncambieràmaiverso.

Riassunto dell’operazione?
Un processo di controllo che avrebbe potuto, tra le altre cose, accreditare la serietà di un Ente di finanziamento (e, anche, di un intero sistema formativo) è diventata la solita farsa all’italiana.
E il colmo del ridicolo sta nel fatto che l’ispettrice non lavora per il Fondo. Lavora per una grande società di consulenza, che ha vinto l’appalto per effettuare i controlli. Una di quelle società che dovrebbero portare negli enti cultura organizzativa e manageriale e, magari, procedure che abbiano un senso. Che distinguano, per esempio, tra il controllo durante un processo e la valutazione finale del processo stesso. Tanto per dirne una.

Me è successa anche un’altra cosa divertente, oggi: vicino all’azienda per cui ho lavorato c’è la location in cui furono girate molte delle scene dei primi Fantozzi. Mi hanno accompagnato (è stata una specie di pellegrinaggio) a visitare la scalinata percorsa dal Rag. Ugo Fantozzi per recarsi dal MegaDirettoreGalattico.

Mi sembra di vedere un sottile legame tra i due eventi.

Il che è bello ed istruttivo, come avrebbe detto il grande Giovannino Guareschi.

 

Righe scritte altrove #4

Vi aggiorno sugli ultimi post che ho scritto per MySolution|Post:

Il principio del midsize
In cui si ragiona di sviluppo organizzativo a partire… dalle racchette da tennis

Organizzazione: meglio rane o pipistrelli?
Un approfondimento sul rapporto tra formazione/sviluppo delle risorse umane

Tutto quello che ho scritto per MySolution|Post sta qui.

 

Righe scritte altrove #3

Un nuovo articolo scritto per MySolution|Post:

Non so fare quello che insegno, e un po’ me ne vanto…
Una provocazione sulla relazione tra sapere, saper fare e saper insegnare. Contro tutti quelli che dicono che non si può insegnare ciò che non si sa fare.

Tutto quello che ho scritto per MySolution|Post sta qui.

 

Catalogo Leadership e Organizational Behaviour

Da qualche giorno è online sul sito del MIP il nuovo catalogo di corsi dell’area “Leadership e Organizational Behaviour“. Mi sembra una proposta ricca e varia. Io tengo il corso “Fondamenti di leadership” (la prima edizione il 26 e 27 giugno).

Bella l’introduzione di Luciano Traquandi al catalogo: la riporto perché mi pare renda bene il senso di un approccio ai temi che sottoscrivo parola per parola.

Il Comportamento Organizzativo (Organizational Behaviour) è una dimensione che sembra sfuggire al campo della tecnologia, dell’economia e dell’ingegneria organizzativa; può però dare riposte che non sono accessibili altrimenti o che possono anche essere in contrasto con quelle discipline.

Questa frizione e contrasto fanno di questa disciplina una realtà fertile. Da un lato infatti tempera le discipline classiche: queste, se applicate in modo rigoroso possono deresponsabilizzare i Manager sul fatto che le applicano su persone, non su entità astratte o inanimate.

Dall’altro lato il Comportamento Organizzativo può produrre soluzioni creative quando quelle ordinarie sono inadeguate. Questa materia è in grado di trascendere la dimensione degli individui e dei gruppi ed entrare in quella della cultura organizzativa, che ha grande influenza sulle dinamiche aziendali; la cultura organizzativa è una realtà impalpabile ma capace di fare fallire, se ostile, anche la più avveduta operazione di Merger and Acquisition. Oppure capace di riparare inadeguatezze manageriali. Potremmo dire che OB rappresenta lo “Human Touch” dell’organizzazione.

I seminari proposti nel catalogo operano in questo spirito.

I temi e i metodi non mirano, esclusivamente, ad un rafforzamento delle cognizioni o esperienze manageriali, intendono aumentare la sensibilità e la flessibilità dei leader verso il fattore umano. Aiutano inoltre lo sviluppo di sé come persona. Se volessimo usare una metafora, questi corsi rinforzano il sistema immunitario dell’impresa piuttosto che essere soluzioni a problemi. Fuoriescono da un logica di problem solving ed entrano in quella dell’empowerment.

Questo catalogo propone un percorso: il partecipante può individuare temi, docenti, intervalli a lui confacenti e progettare un itinerario personalizzato. Richiederà disciplina, sensibilità verso gli altri ma soprattutto verso sé, dialogo e costanza. E’ una strada di condivisione oltre che di apprendimento.

Luciano Traquandi

 

 

Organizzare le esperienze

Su FastCompany, un’intervista a Malcolm Gladwell (lo sapete, un autore che mi piace molto) sul suo primo libro: The tipping point.

Ad un certo punto gli viene chiesto:

Che cosa distingue un buon libro sul business rispetto agli altri?

I libri migliori danno sempre un’opportunità per organizzare le nostre esperienze, per prendere ciò che sappiamo e dargli forma e significato e contesto. Ho sempre detto che siamo tutti molto ricchi di esperienze e poveri di teoria. E, secondo me, il fulcro di un buon libro sul business è rimediare a questo problema.

Ecco.
Io l’ho detto in modo più prolisso e meno preciso qui.

Ma questo è, nella sostanza, quello che intendevo, se si sostituisce “libro” con “percorso formativo”.

Sapere, saper fare, saper insegnare

Parto, in questo ragionamento, da una constatazione: sono consapevole di non saper fare molte delle cose che conosco e che insegno.
Nel senso che, nell’applicare le teorie ed i modelli che insegno nella mia vita di tutti i giorni, faccio la stessa fatica di uno qualsiasi dei miei allievi.
Anzi, spesso, di più.

Ora, succede frequentemente di sentire affermazioni del tipo: “Diffida di chi non sa fare le cose che pretende di insegnarti“.
Diffidate di me, allora.
Ma quanto (e a che condizioni) è vera questa affermazione?

Il tema appare complesso. Ecco i miei due cents.

 

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Training vs Development

Mike Myatt lancia un sasso pesante nello stagno dal suo blog su N2growth.
Già il titolo rende l’idea: “Training Isn’t Dead – But it Should Be“.

Si parla, in particolare, di formazione sulla leadership. Secondo Myatt qualsiasi azione formativa dovrebbe lasciare spazio ad azioni che abbiano come obiettivo lo sviluppo.

Questo perché:

  • Il training si focalizza sul presente – Lo sviluppo su futuro
  • Il training si focalizza sulla tecnica – Lo sviluppo sul talento
  • Il training aderisce a degli standard – Lo sviluppo si focalizza sulla massimizzazione del potenziale
  • Il training si focalizza sul mantenimento – Lo sviluppo sulla crescita
  • Il training si focalizza sulle regole – Lo sviluppo sulla persona
  • Il training indottrina – Lo sviluppo educa
  • Il training matiene lo status quo – Lo sviluppo catalizza l’innovazione
  • Il training soffoca la cultura – Lo sviluppo la arricchisce
  • Il training incoraggia il conformismo – Lo sviluppo pone l’enfasi sulla performance
  • Il training si focalizza sull’efficienza – Lo sviluppo sull’efficacia
  • Il training si focalizza sui problemi – Lo sviluppo sulle soluzioni
  • Il training si focalizza sulle linee di riporto – Lo sviluppo espande l’influenza
  • Il training è meccanico – Lo sviluppo intellettuale
  • Il training si focalizza sul conosciuto – Lo sviluppo esplora lo sconosciuto
  • Il training è finito – Lo sviluppo infinito

Elenco interessante. Magari, prima che per creare una contrapposizione, per fornire input per fare un buon training, o, per lo meno, per evitare gli errori più grossolani.

P.S. Nello stesso articolo si dice che negli USA più del 25% dei 60 miliardi di dollari investiti nel training sono appannaggio della formazione sulla leadership…
Non so quanto questo dato sia affidabile, senz’altro sorprendente!

Business School in classifica 2011

Come ogni anno, vi aggiorno sul ranking pubblicato da Espansione sulle migliori Business School italiane, classificate secondo cinque criteri: notorietà, qualità della docenza, vicinanza al mondo aziendale, qualità dei partecipanti ai master, internazionalità.
L’indagine è stata realizzata su un campione di 50 intervistati tra associati di Aidp, head hunter e selezionatori del personale.
I punteggi vanno da 1 a 5 per ogni criterio, così come nel giudizio complessivo.

Nessuna novità di rilievo: Sda Bocconi e MIP si contendono sempre la prima posizione, con un certo distacco dal gruppo.
La classifica è rimasta identica anche in tutte le altre posizioni, a testimonianza di un certo consolidamento dell’offerta.
I fattori sottolineati nelle interviste sono sempre il processo di internazionalizzazione, la vicinanza al mondo delle imprese e la capacità di costruire programmi verticalizzati per area di mercato.

Credo che quanto scritto qui e qui sia sempre molto attuale, specie per quanto riguarda il secondo fattore .

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Che cosa ti aspetti da una business school? E da questo blog?

Un paio di riflessioni a ruota libera, che mi suscitano alcune domande.

Qualche giorno fa, confrontandomi con un docente della mia stessa area, più senior e più bravo di me, ho sentito una frase che ripete spesso ai suoi allievi e che mi ha colpito: “Dove non c’è possibilità di scelta non c’è libertà“.
Che può sembrare banale.
Il fatto è che ricalca una frase che uso spesso anch’io in aula.
La differenza sta nell’ultima parola. Io dico, di solito, “Dove non c’è possibilità di scelta non c’è strategia“.
Una sola, piccola parola, che però non cambia soltanto il senso della frase.
Mi sembra cambi qualcosa di più.

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