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Superwoman Syndrome

Dena Patton chiama Superwoman Syndrome (rivolgendosi soprattutto alle donne) il fallimento nel gestire le proprie capacità e i propri limiti, rinunciando così ad uno stile di vita salutare e soddisfacente. E le conseguenze di questa rinuncia non sono da poco, sia sul piano fisico che su quello mentale e spirituale.

In questo articolo su Entrepreneur.com condivide la sua esperienza di business coach, con alcune indicazioni per ristabilire quei salutari confini che permettono di rivestire il propri ruoli con maggiore serenità e con il recupero di un salutare equilibrio.

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Lunch time

Sul blog di Harvard Business Review “The conversation”, Tony Schwartz ha scritto un articolo con una provocazione: riprendersi indietro la pausa pranzo.
L’idea nasce dalla constatazione che molti manager con cui Schwartz ha lavorato denunciano il fatto di non potersi nemmeno permettere il lusso di staccare per mezz’ora a pranzo.
Consumano, così, uno spuntino alla scrivania e riprendono immediatamente il lavoro.
La proposta prende le mosse da una constatazione: un momento di stacco è necessario per poter ricominciare il pomeriggio con le energie mentali necessarie a fare un buon lavoro.

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Too good

Una piccola provocazione.
Leggendo questo post di Peter Bregman sul blog di Harvard Business Review, mi è tornato in mente un episodio piccolo piccolo, ma che forse ha un significato.
Con un buon mese di ritardo per via di questo tempo inclemente, la piscina ha ritrovato il suo posto nel mio cortile.
Dopo il montaggio e il riempimento, lunedì pomeriggio è stato il momento della pulizia delle pareti esterne.
Un amico mi ha consigliato una particolare spugna che, a quanto mi ha detto, fa miracoli in questo tipo di pulizie, per di più senza l’utilizzo di detergenti.
Detto fatto: supermarket, acquisto spugnetta, inizio lavori.
E, in effetti, la spugnetta è una cosa fantastica.

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The Fundamental Attribution Error

Su FastCompany.com, un articolo (con video) di Dan Heath sul Fundamental Attribution Error, definito come la tendenza a sottostimare l’impatto dei fattori situazionali come causa dell’altrui comportamento, e la conseguente sovrastima del ruolo dei fattori legati alla personalità.
Heath porta un esempio relativo ad Amanda, una donna che lavora per Nike in Vietnam.

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Pit-stop

Su Harvar Business Review Italia dello scorso Aprile , un articolo di Heike Bruch e Jochen I. Menges (con anche un bel commento di Roberto Quaglia), illustra come il richiedere ai propri collaboratori il massimo impegno per periodi prolungati possa impattare in maniera molto negativa sulla performance aziendale, e come molte aziende si prendano dei veri e propri pit-stop, momenti nei quali rallentare il ritmo è non soltanto consentito, ma auspicato.
Durante alcuni corsi recenti ho riflettuto a lungo sul fatto che lo stress derivi proprio dalla sensazione di essere intrappolati in una specie di gabbia dei criceti, in cui non esistono momenti di rallentamento e pausa. Continua…

Due articoli su Bergamo Economica

Sul numero appena pubblicato di Bergamo Economica, rivista della Camera di Commercio di Bergamo,un paio di miei articoli che riprendono i temi che trattiamo in questo blog.

Il primo sulla gestione del tempo e l’impatto della comunicazione circa il tempo sulle dinamiche di gruppo, lo trovate qui:
Gestire il fattore tempo permette di controllare ogni situazione

Il secondo sulle evoluzioni della formazione manageriale e degli MBA
Per i manager di domani studi sempre più personalizzati

Buona lettura…

Sindrome sul blog di Harvard

Sindrome sul blog di Harvard

Si chiama Sindrome, ed è il cattivo del film d’animazione “Gli incredibili“, della Pixar Animation Studios.

In maniera un po’ provocatoria, l’ho reso protagonista di un mio articolo sul blog di Harvard Business Review.
Mi pare, infatti, che il suo piano per diventare “il più grande dei supereroi” ci suggerisca qualcosa di importante circa la leadership e la comunicazione circa il tempo.

Spero di aver solleticato la vostra curiosità…

L’articolo lo trovate qui:

Vanquish the Time-Management Villain

Se volete lasciarmi dei commenti in inglese, vi chiedo di farlo direttamente sul blog di Harvard, mentre se volete commentare in italiano, questo è il posto adatto.

Sono i progressi a motivare

Teresa Amabile è una vecchia conoscenza degli avventori di questo blog.
Su HBR Italia di Gennaio-Febbraio a lei viene affidato il compito di articolare una delle “10 idee innovative per il 2010″ (si tratta di una selezione di idee effettuata annualmente da Harvard Business Review, in collaborazione con il World Business Forum di Davos, idee che potranno contribuire a costruire un mondo migliore).
Ecco qui, in sintesi, la sua idea: i manager sono spesso convinti che a motivare i collaboratori sia “l’apprezzamento pubblico per un lavoro ben fatto”.
In realtà, un’indagine condotta su alcune centinaia di knowledge workers dimostra come il fattore motivazionale più impattante sia la percezione di progredire nel proprio lavoro.

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Worklife balance: la felicità sta dentro di noi

Marshall e Kelly Goldsmith, su Businessweek, rendono conto di una loro ricerca sulla soddisfazione, sia nel breve termine (la felicità) che nel lungo termine (il senso) e sull’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata (worklife balance).

I risultati della ricerca sono così sintetizzati dai due autori:

Ciò che abbiamo scoperto è per molti aspetti inatteso ma molto chiaro. C’è una correlazione molto chiara tra la felicità e il senso al lavoro ed a casa. In altri termini, coloro che provano felicità e senso in ambito professionale tendono a provarli anche al di fuori del lavoro. Coloro che si sentono infelici sul lavoro sono solitamente infelici a casa.

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24/7: il mito della produttività

Sul numero di novembre di HBR Italia un articolo decisamente provocatorio: in alcuni tratti sembra parli di un mondo da favola distante anni luce dall’esperienza quotidiana di molte aziende e organizzazioni.
Il titolo già dice molto: “Il tempo libero programmato migliora la qualità del lavoro“.
E il titolo originale è anche più esplicito: “Making time off predictable – and required”.
L’articolo riferisce di una sperimentazione effettuata da Leslie A. Perlow e Jessica L. Porter in diversi uffici americani di Boston Consulting Group.
Si è trattato letteralmente di “costringere” i consulenti di BCG a prendersi dei periodi di tempo programmati per staccare la spina, in aggiunta ai normali ritmi lavoro-tempo libero. Le pause venivano programmate all’inizio di un progetto e l’impegno consisteva nel rispettare questi periodi (che in alcuni progetti erano addirittura di un giorno a settimana) chiudendo i contatti con l’ufficio (comprese email e caselle vocali).

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