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Competere… insegnando

Sul suo blog per Harvard Business Publishing, William C. Taylor ha lanciato un’idea, mi pare, interessante.
Il titolo dell’articolo è “The rise of teaching organizations“.
Taylor parte da una premessa: da Peter Senge in poi, tutti sappiamo che le organizzazioni vincenti sono quelle fortemente orientate all’apprendimento.
Gary Hamel dice che una delle domande più urgenti alle quali un leader e un’organizzazione devono rispondere è “Stai imparando tanto velocemente quanto il mondo sta cambiando?
Assodato questo fatto, Taylor si spinge oltre, sostenendo che, se è vero che l’innovazione è una questione che ha molto a che vedere con la capacità delle organizzazioni di apprendere, è altrettanto vero che alcuni tra i migliori innovatori sono focalizzati non soltanto sull’imparare, ma anche sull’insegnare.

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Q.I., successo e il problema del talento

Outliers, l’ultimo libro di Malcolm Gladwell (Fuoriclasse. Storia naturale del successo, nella traduzione italiana) è ricco di spunti interessanti.
L’intero libro è giocato sulla relazione tra talento, duro lavoro e condizioni facilitanti che favoriscono il successo.
Non mancano provocazioni e deduzioni originali e spiazzanti.
Uno dei concetti che più mi ha incuriosito è la relazione tra Quoziente d’Intelligenza e successo.
La domanda è: chi ha un elevato Q.I. ha più probabilità di avere successo nella vita reale?
Sì, ma fino a un certo punto… letteralmente.

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Metafore in aula (e non solo)

Su “Learning News” (newsletter di AIF) di agosto, un breve e interessante articolo di Giulio Scaccia sul ruolo della metafora in ambito formativo.
Ho già dato alcuni stimoli sul ruolo delle metafore e delle storie nella comunicazione in generale e nel public speaking in particolare in questi articoli:

Riprendo alcuni concetti chiave di Scaccia che mi paiono interessanti:

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Due citazioni

Un paio di citazioni in questi giorni continuano a passarmi per la testa.

La prima è di Ludwig Wittgenstein, e l’ho messa a commento del mio profilo su Facebook:

“Dimmi come cerchi e ti dirò cosa cerchi”.

La seconda è di Gary Kasparov (l’ho trovata su un libro che sto leggendo e di cui credo parlerò anche qui):

“Un maestro di scacchi non cerca la mossa migliore: la vede”.

Per quel che ne posso capire io, mi pare che, messe insieme, illustrino il senso profondo del processo di apprendimento a cui continuamente la vita ci sottopone.

Che cosa ne pensate?

Master online

Su Il mondo in edicola in questi giorni, un articolo di Chiara Brusini e Maria Teresa Cometto fa il punto sulle offerte di formazione manageriale online, con un focus sugli MBA.
I vantaggi e gli svantaggi sono quelli che, in generale, troviamo ripetuti quando si parla di formazione e-learning.
Per generalizzare, flessibilità nei tempi e nei modi della frequenza e conservazione del posto di lavoro e del relativo reddito (vantaggi) vs qualità e relazioni con la faculty e gli altri partecipanti (svantaggi).

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Formazione, creatività, innovazione

Su Ticonzero, un’intervista di Giovanni Lucarelli a Franco Amicucci.
Si tratta di uno scambio di idee piuttosto interessante e, a tratti, divertente.
I temi: creatività, crisi economica, ruolo della formazione.
Un frase di Amicucci mi ha colpito: alla domanda “Che ruolo svolge la formazione per i processi di innovazione?”, ha risposto

    Nelle fasi “vincenti” delle organizzazioni, la formazione viene utilizzata per consolidare e replicare i modelli che hanno portato al successo.
    Lo ritengo un errore, perché è proprio nelle fasi vincenti che occorre riflettere sull’innovazione continua e sulla comprensione degli scenari in divenire.

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Il processo di apprendimento

Dedichiamo questo basic(*) al processo di apprendimento ed alle sue varie fasi.
Questa breve analisi ci serve per spiegare il senso di alcune pratiche formative di carattere comportamentale, che si basano sull’acquisizione della capacità di osservare i propri comportamenti da una posizione percettiva esterna, in modo da poterli valutare in maniera consapevole.
Proprio questa valutazione riporta l’attenzione su processi che normalmente vengono svolti in maniera inconsapevole. A questo punto è possibile innestare un nuovo apprendimento, che poi l’esercizio riporterà a livello di competenza inconsapevole.

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Maestro unico

In una lettera a Aldo Carboni su Il sole 24 ore di ieri, un lettore ha chiesto lumi circa l’introduzione del maestro unico, esprimendo le proprie perplessità:

    Sento dire che il maestro unico risponderebbe ad un’esigenza peagogica, poiché i bambini avrebbero bisogno di un punto di riferimento preciso. Può darsi; ma se capita un cattivo punto di riferimento? Io vorrei avere avuto più di un maestro in prima elementare; perlomeno ci sarebbe stata la possibilità che uno mi avesse lasciato un buon ricordo.

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L’apprendimento esperienziale secondo Kolb [2]

Completo il post sull’apprendimento esperienziale secondo Kolb.
Oltre a definire il ciclo dell’apprendimento già illustrato, Kolb propone anche degli stili di apprendimento basati su due assi: il primo asse riferito alla preferenza per l’osservazione riflessiva (guardare) o per la sperimentazione attiva (fare); il secondo asse alla preferenza per l’esperienza concreta (sentire) o per la concettualizzazione astratta (pensare).

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L’apprendimento esperienziale secondo Kolb [1]

Proseguo la serie Basics con un post sull’apprendimento esperienziale come teorizzato da David Kolb.

L’apprendimento esperienziale è un processo dove la costruzione della conoscenza avviene passando attraverso l’osservazione e la trasformazione dell’esperienza. Non, quindi, attraverso la passiva acquisizione di nozioni, concetti, relazioni.

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