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    <title>Luca Baiguini</title>
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    <updated>2008-07-17T10:07:39Z</updated>
    <subtitle>Blog &amp; Personal website</subtitle>
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    <title>Elogio del Follower</title>
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    <published>2008-07-17T10:05:09Z</published>
    <updated>2008-07-17T10:07:39Z</updated>

    <summary>Un articolo sul tema della leadership visto dalla prospettiva di chi non è leader, ma follower</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
        <category term="Leadership" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
        <category term="Leadership development" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
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        <![CDATA[<p>In <a href="http://hbswk.hbs.edu/item/5960.html" target="_blank">questo articolo</a> su <a href="http://hbswk.hbs.edu/" target="_blank">HBS Working knowledge</a>, una tesi intrigante, che parte dalla domanda: dove andrebbero a finire i leader senza dei buoni follower?<br />Del tema avevano già parlato Jack Gabarro e John Kotter, in un articolo su Harvard Business Review intitolato "<b>Managing your boss</b>", nel quale i due autori affermavano che:</p>
<ol>
<li>si deve capire il proprio capo, con i suoi obiettivi, le pressioni a cui è sottoposto, i suoi punti di forza e i suoi punti deboli, il suo stile di lavoro</li>
<li>si deve capire sè stessi, i propri bisogni, i propri punti di forza e punti deboli, il proprio stile comportamentale, la propria disposizione verso l'autorità</li>
<li>si deve sviluppare una relazione centrata su argomenti come la comunicazione, la comprensione delle reciproche aspettative, l'onestà, l'affidabilità, l'uso selettivo del tempo e delle risorse del capo.</li></ol>
<p>Il dibattito è stato riacceso dal libro di <a href="http://www.hks.harvard.edu/about/faculty-staff-directory/barbara-kellerman" target="_blank">Barbara Kellerman</a> "<b><a href="http://www.mcgraw-hill.com.au/html/9781422103685.html" target="_blank">Followership</a></b>". </p>
<p><i>Il fatto è che</i>, sostiene l'autrice, <i>i followers stanno guadagnando potere e influenza, mentre i leaders stanno perdendo potere e influenza</i>. </p>
<p>Secondo la Kellerman esistono cinque&nbsp;tipi di follower:</p>
<ol>
<li><b>isolates</b> (completamente distaccati)</li>
<li><b>bystanders</b> (meri osservatori)</li>
<li><b>participants</b> (si assumono impegni)</li>
<li><b>activists</b> (provano sensazioni forti e agiscono di conseguenza, sia pro che contro il leader)</li>
<li><b>diehards</b> (profondamente devoti al leader)</li></ol>
<p>Secondo <a href="http://drfd.hbs.edu/fit/public/facultyInfo.do?facInfo=ovr&amp;facEmId=jheskett@hbs.edu" target="_blank">James&nbsp;Heskett</a>, autore dell'articolo, il terzo tipo (participants) sembrerebbe offrire il maggiore potenziale nel lungo periodo&nbsp;in termini di relazioni produttive tra capo e subordinato, specialmente nelle grandi organizzazioni.</p>
<p>A giudicare dal numero e dalla qualità dei&nbsp;commenti all'articolo, il tema sembra caldo...</p>]]>
        
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    <title>Leader e manager come gli atleti</title>
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    <published>2008-07-16T07:21:00Z</published>
    <updated>2008-07-16T07:25:00Z</updated>

    <summary>Su HBR Italia, un articolo di Graham Jones, psicologo dello sport, che traccia un parallelismo tra le caratteristiche che fanno di un atleta un campione e le capacità richieste ad un leader o a un manager.</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
        <category term="Coaching" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
        <category term="Leadership" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
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    <category term="harvardbusinessreview" label="Harvard Business Review" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.lucabaiguini.com/">
        <![CDATA[<p>Su <a href="http://www.hbritalia.it/" target="_blank">HBR Italia</a>, un articolo di <a href="http://www.lane4performance.com/person.php?id=38" target="_blank">Graham Jones</a>, psicologo dello sport, che traccia un parallelismo tra le caratteristiche che fanno di un atleta un campione e le capacità richieste ad un leader o ad un manager.<br />Ecco l'elenco di queste caratteristiche:</p>
<ul>
<li>La capacità di gestire situazioni con un elevato grado di stress e pressione, che significa:</li>
<ul>
<li>concentrarsi sulla propria capacità di eccellere</li>
<li>disporre di un mix equilibrato tra focus interno e capacità di autogestione</li>
<li>alternare l'impegno nell'ambito delle diverse attività</li></ul>
<li>La capacità di concentrarsi sul lungo termine, che dà la forza di superare una sconfitta o una crisi</li>
<li>La capacità di sfruttare la competizione per trarne il maggior stimolo possibile</li>
<li>La capacità di reinventarsi continuamente, pretendendo feedback onesti e implacabili</li>
<li>La capacità di festeggiare le vittorie, e quindi di trovare le energie per obiettivi ancora più ambiziosi</li>
<li>La capacità di coltivare la volontà di vincere in ogni momento</li></ul>
<p>Leggendo questa lista, mi sento molto&nbsp;debole sul primo punto: non amo la pressione... secondo Jones, però, è una cosa che si può imparare.<br />Sarà vero?</p>]]>
        
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    <title>L&apos;impatto di intangibili e leadership sulle operazioni di M&amp;A</title>
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    <published>2008-07-08T12:34:22Z</published>
    <updated>2008-07-08T12:36:53Z</updated>

    <summary>Una ricerca mette in evidenza l&apos;importanza di intangibles e leadership nei processi di M&amp;A</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
        <category term="Leadership" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
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    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.lucabaiguini.com/">
        <![CDATA[<p>Su <a href="http://www.ticonzero.info/" target="_blank">Ticonzero</a>, un <a href="http://www.ticonzero.info/articolo.asp?art_id=3240" target="_blank">articolo</a> che dà conto di una recente ricerca condotta da <a href="http://www.haygroup.com/" target="_blank">HayGroup</a> in partnership con la <a href="http://www.sorbonne.fr/" target="_blank">Sorbonne</a> di Parigi.<br />La ricerca ha per oggetto le operazioni di fusione e acquisizione, e le ragioni dei loro frequenti fallimenti.<br />Interessanti le conclusioni:</p>
<ul>
<p><i>La ricerca HayGroup-La Sorbonne sulle 100 maggiori operazioni di M&amp;A concluse in Europa negli ultimi 3 anni conferma risultati in parte già noti e contribuisce a creare interesse (ed evidenza empirica) intorno a due elementi che le ricerche precedenti hanno solo parzialmente segnalato lungo il filone, sempre attuale, del perchè le operazioni di M&amp;A non sempre riescono a creare valore. Gli intangibles e la leadership emergono quali fattori preponderanti sui quali porre attenzione fin dalla fase di due diligence oltre alla più tradizionale valutazione delle sinergie economicofinanziarie e dei sistemi informativi. Questo infatti, come dimostrano i risultati, crea il potenziale per migliorare il processo decisionale, definisce aspettative realistiche sui risultati effettivamente conseguibili, favorisce il coinvolgimento del personale a vari livelli dell'organizzazione, e aumenta le probabilità che il processo di integrazione si concluda "mantenendo le promesse". </i></p>
<p><i>Molte M&amp;A sono la risposta all'esigenza di raggiungere maggiori dimensioni e, quindi, un migliore posizionamento nell'arena competitiva nazionale e internazionale. Spesso la maggiore dimensione è una condizione necessaria ma tutt'altro che sufficiente. Le M&amp;A hanno risvolti strategici e organizzativi che vengono regolarmente sottovalutati da chi le progetta e le realizza. Spesso, con una meccanica trasposizione di logiche industriali, c'è una sopravvalutazione delle <b>economie di scala produttive</b>. Quando invece, in un'attività sempre più immateriale sono decisive le <b>economie di scala cognitive</b>.</i></p>
<p>&nbsp;</p></ul>]]>
        
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    <title>Le 10 sfide nella gestione dei talenti</title>
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    <published>2008-07-04T08:05:22Z</published>
    <updated>2008-07-04T08:10:11Z</updated>

    <summary>Le 10 sfide da affrontare per gestire in maniera efficace i talenti, secondo Tamara J. Erickson</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
        <category term="Formazione manageriale" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
        <category term="Leadership" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
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    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.lucabaiguini.com/">
        <![CDATA[<p>A proposito di leadership e gestione dei talenti, temi di cui mi sto occupando <a href="http://www.lucabaiguini.com/2008/06/nuovi_leader_crescono.html">in questi giorni</a>, ecco la lista delle <a href="http://discussionleader.hbsp.com/erickson/2008/06/todays_top_ten_talent_manageme.html" target="_blank">10 sfide da affrontare</a> secondo <a href="http://www.tammyerickson.com/" target="_blank">Tamara J. Erickson</a>.</p>
<ol>
<li>Attrarre e trattenere un numero sufficiente di collaboratori a tutti i livelli per venire incontro ai bisogni di una crescita organica e inorganica (cioè derivante da fusioni&nbsp;o da acquisizioni).</li>
<li>Creare una value proposition che sia attraente per lavoratori di diverse generazioni. Questo significa andare incontro alle esigenze e&nbsp;preferenze di quattro diverse generazioni di lavoratori.</li>
<li>Sviluppare una consistente pipeline di selezione e sviluppo della leadership.</li>
<li>Integrare le capacità di coloro che mancano della profondità necessaria per assumere incarichi di leadership.</li>
<li>Trasferire le conoscenze chiave e le relazioni.</li>
<li>Arrestare l'esodo dei <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Generation_X" target="_blank">Gen X'ers</a>.</li>
<li>Ridisegnare la pratiche di gestione del talento per attirare e trattenere i <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Generation_Y" target="_blank">Gen Y's</a>.</li>
<li>Creare un luogo aperto ai <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Baby_boomer">boomers</a> nella loro "seconda carriera".</li>
<li>Vincere la regola dei rapporti di lavoro brevi e dei frequenti cambiamenti.</li>
<li>Convincere e coinvolgere gli executive che non sentono la sfida di passare da una strategia basata sull'"acquisto" dei talenti ad una che pone una maggiore enfasi sulla costruzione e la crescita</li></ol>
<p>&nbsp;</p>]]>
        
    </content>
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    <title>Trend nella formazione manageriale [2]</title>
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    <id>tag:www.lucabaiguini.com,2008://1.154</id>

    <published>2008-07-03T05:30:36Z</published>
    <updated>2008-07-03T05:58:37Z</updated>

    <summary>La ricerca Asfor sui trend nella formazione manageriale indica alcune vie di sviluppo</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
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    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.lucabaiguini.com/">
        <![CDATA[<p><a href="http://www.asfor.it/" target="_blank">Asfor</a> ha organizzato la seconda ricerca sui "Trend evolutivi della formazione manageriale", e <a href="http://www.limpresaonline.it/" target="_blank">L'impresa</a> ne rende conto nel numero 6/2008.<br />La ricerca si basa su focus group e interviste in 25 aziende.<br />Ecco, in estrema sintesi, i risultati emersi:</p>
<ul>
<li><b>Strategie e priorità dell'impresa</b><br />Il collegamente alle strategie e priorità dell'impresa dei programmi e degli investimenti in formazione è sempre più sentito: continua ad essere un tema rilevate e per certi aspetti critico.<br />La valutazione dei bisogni formativi rimane un processo difficile, ma vitale per una efficace azione formativa.<br />Il collegamento tra formazione e sistemi di valutazione, sviluppo e gestione del management è ancora debole.<br />Il commitment del management si rivolge soprattutto alle azioni con ritorno nel breve periodo, in un'ottica più tattica che strategica.</li>
<li><b>Leadership</b><br />Il tema della leadership non è ancora percepito come prioritario.<br />Solo poche aziende hanno un modello formalizzato di leadership, con comportamenti attesi, valutati, premiati. In qualche altro caso si implementano&nbsp;"modelli manageriali di riferimento".<br />Si tende ad identificare la leadership con la capacità di gestire le persone (lead people).</li>
<li><b>Talent management</b><br />Su questo tema quasi tutte le aziende sono sensibili ed attrezzate</li>
<li><b>Internazionalità e interculturalità</b><br />Il tema è sentito, ma con livelli diversi di consapevolezza.<br />La formazione fa da utile complemento (purché finalizzata e concreta), ma la vera strategia poggi sulle esperienze di lavoro all'estero.</li>
<li><b>Innovazione</b><br />Esistono alcune best practice, ma, in generale, il binomio formazione-innovazione non trova terreno fertile</li>
<li><b>Sostenibilità ambientale e responsabilità sociale</b><br />I temi paiono più una moda che un filone su cui investire in formazione</li>
<li><b>E-learning</b><br />Suscita in interesse l'incrocio tra le tecnologie web 2.0 e le dinamiche sociale tipiche delle comunità di pratica e di interesse. Le communities vengono per lo più attivate su progetti specifici (ricerca e sviluppo di prodotto), ma, anche se siamo solo agli inizi, anche in ambiti funzionali o di specifiche popolazioni (es.: i neo-assunti).</li></ul>
<p>Articoli collegati: <b><a href="http://www.lucabaiguini.com/2008/04/trend-nella-formazione-manager.html">Trend nella formazione manageriale</a></b></p>]]>
        
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    <title>Nuovi leader crescono</title>
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    <id>tag:www.lucabaiguini.com,2008://1.153</id>

    <published>2008-07-02T04:56:42Z</published>
    <updated>2008-07-02T04:57:30Z</updated>

    <summary>In un articolo su HBS Working Knowledge alcune indicazioni sulle capacità che il Program for Leadership Development della Harvard Business School intende sviluppare</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
        <category term="Formazione manageriale" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
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        <![CDATA[<p>In questo articolo su <a href="http://hbswk.hbs.edu/" target="_blank">HBS Working Knowledge</a> Martha Lagace riassume le idee&nbsp;emerse da due interviste a <b><a href="http://drfd.hbs.edu/fit/public/facultyInfo.do?facInfo=ovr&amp;facEmId=wsasser@hbs.edu" target="_blank">W. Earl Sasser</a></b> e <b><a href="http://drfd.hbs.edu/fit/public/facultyInfo.do?facInfo=ovr&amp;facEmId=nnarayandas@hbs.edu" target="_blank">Das Narayandas</a></b>, docenti agli <a href="http://www.exed.hbs.edu/" target="_blank">Harvard Business School's Executive Education programs</a>. I due professori danno alcune indicazioni circa le capacità che il <a href="http://www.exed.hbs.edu/programs/pld/" target="_blank">Program for Leadership Development</a> della intende sviluppare.<br />Ecco, elencate, queste idee:</p>
<ul>
<li>Le organizzazioni hanno successo se sono in grado di identificare, sviluppare e trattenere leader di talento.</li>
<li>Il talento rappresenta una chiave nel vantaggio competitivo delle aziende, per questo deve essere presente un vero e proprio processo per identificare e far crescere i leader del futuro.</li>
<li>Le organizzazioni di medie dimensioni sono quelle che hanno più difficoltà nell'identificazione dei talenti, il più delle volte per carenze nelle capacità di gestione delle risorse umane.</li>
<li>Ciò che fa la differenza nella leadership è la <b>flessibilità negli stili di leadership</b>, al fine di saper affrontare le sfide dell'economia globale, della rapida trasformazione di prodotti e servizi in commodities, dell'ambiente ipercompetitivo. La chiave di una carriera di successo è la <b>capacità di assumere una varietà di stili di leadership al momento opportuno</b>.</li></ul>
<p>Su quest'ultimo concetto si basa il mio modo di affrontare i processi formativi, con il fine di sviluppare una sempre maggiore flessibilità comportamentale.</p>]]>
        
    </content>
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    <title>Decision making e discussioni nei gruppi</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.lucabaiguini.com/2008/07/decision-making-e-discussioni.html" />
    <id>tag:www.lucabaiguini.com,2008://1.152</id>

    <published>2008-07-01T05:53:36Z</published>
    <updated>2008-07-01T06:18:21Z</updated>

    <summary>Le decisioni assunte da un gruppo spesso risentono di errori nella gestione delle informazioni che i membri del gruppo hanno a disposizione. In questo articolo vengono spiegati quali sono questi errori e quali effetti producono.</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
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        <![CDATA[<p>In un paper interessante pubblicato su <a href="http://www.ssrn.com/" target="_blank">Social Science Research Network</a>, <a href="http://home.uchicago.edu/~csunstei/" target="_blank">Cass Sunstein</a> e <a href="http://www.chicagogsb.edu/faculty/bio.aspx?&amp;min_year=20074&amp;max_year=20083&amp;person_id=889467" target="_blank">Reid Hastie</a> analizzano i fallimenti a cui un gruppo può andare incontro nel processo di decision making attraverso la discussione.<br />Gli autori sostengono che molti gruppi assumono le loro decisioni attraverso un processo di discussione, nella convinzione che favorisca la capacità di giudizio e di previsione. Ma le discussioni di gruppo spesso falliscono, nel senso che producono giudizi falsi, oppure non sono efficaci&nbsp;nell'utilizzare pienamente le informazioni che i membri del gruppo hanno a disposizione.<br />Questi errori nell'utilizzo delle risorse del gruppo sono di quattro tipi:</p>
<ol>
<li>Qualche volta gli errori presenti nei giudizi del gruppo prima della discussione vengono amplificati (e non soltanto diffusi) attraverso la discussione.</li>
<li>I gruppi possono cadere vittima di effetti sequenza. In questo caso i giudizi&nbsp;di chi parla per primo vengono seguiti da chi parla in seguito, che però non rivela tutto ciò che sa. Il fatto che le persone non rivelino ciò che sanno e tendano a conformarsi può derivare da sequenze di carattere informativo (l'ordine con cui vengono date le informazioni ed emessi giudizi influenza il fatto che informazioni rilevanti possano o meno emergere) oppure reputazionale (non vengono rivelate informazioni per mantenere una buona reputazione).</li>
<li>Come risultato di processi di polarizzazione, i gruppi spesso giungono a conclusioni più estreme di quanto avrebbero teso a fare&nbsp;prima della discussione. Qualche volta la polarizzazione porta in una direzione proficua, ma non c'è nulla che assicuri questo effetto.</li>
<li>L'ultimo rischio è, per molti versi, il più interessante. Durante una discussione, le informazioni condivise spesso dominano e non permettono l'espressione di altre informazioni che restano non condivise, proprio perché le informazioni condivise rappresentano una massa critica che appare sufficiente per esprimere una decisione. In questo modo, però, il gruppo non conosce tutte le informazioni che conoscono i suoi membri, e può, così, giungere ad una conclusione distorta.</li></ol>
<p>Il paper si conclude così:</p>
<ul>
<p><i>Come abbiamo visto, i segnali di carattere informativo e la pressione sulla reputazione possono aiutare a spiegare tutti i quattro errori. Il risultato inquietante è che i gruppi spesso non fanno meglio, e qualche volta fanno peggio, della media o della mediana dei loro partecipanti. Un'attività cruciale e importante, per molti gruppi che discutono, è quella di escogitare delle strategie che vicano i problemi messi in evidenza e aumentino la probabilità che il giudizio del gruppo tragga vantaggio dalle conoscenze detenute dai membri del gruppo stesso.<br />Non abbiano detto nulla qui su come questo compito possa essere svolto. Il nostro obiettivo era piuttosto quello di isolare i problemi a cui i gruppi sono soggetti, e di comprendere i meccanismi che rendono questi problemi così difficili da risolvere.</i></p></ul>
<p>E voi, avete idee in proposito? O esperienze?</p>]]>
        
    </content>
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    <title>Cultura e cooperazione di gruppo</title>
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    <published>2008-06-30T03:48:54Z</published>
    <updated>2008-06-30T05:05:16Z</updated>

    <summary>Un esperimento mostra come lo spirito di collaborazione nei gruppi possa dipendere dalle culture di provenienza dei partecipanti</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
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        <category term="Scienze cognitive" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
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        <![CDATA[<p>Via <a href="http://www.bps-research-digest.blogspot.com/" target="_blank">BPS Research Digest</a>, un <a href="http://bps-research-digest.blogspot.com/2008/03/how-group-cooperation-varies-between.html" target="_blank">esperimento istruttivo</a>: il team di <a href="http://www.nottingham.ac.uk/economics/staff/details/b.herrmann.htm">Benedikt <span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_0">Herrmann</span></a>&nbsp;dell'<a href="http://www.nottingham.ac.uk/" target="_blank">Università di Nottingham</a> ha chiesto a studenti di sedici&nbsp;paesi di partecipare a <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Public_goods_game" target="_blank">The Public Goods Game</a>.</p>
<p>Il gioco si è svolto&nbsp;in questo modo: ad ogni partecipante sono stati dati 20 gettoni. Sono stati formati gruppi di 4 persone (anonime)&nbsp;ciascuno. In ogni tornata di gioco gli studenti, che interagivano via computer, dovevano scegliere quanto investire nel fondo del gruppo, sapendo che ciascuno di loro avrebbe ricevuto 0,4 gettoni per ogni gettone investito nel fondo, indipendentemente dall'aver contribuito o meno al fondo stesso. Le regole del gioco fanno sì che se ciascuno contribuisce al fondo con tutti propri 20 gettoni, tutti possono ricevere in cambio 32 gettoni (0,4 moltiplicato per 80 gettoni messi nel fondo). <br />Ma, naturalmente, c'è una forte tentazione verso i comportamenti individualistici. Infatti se, per esempio, un solo soggetto&nbsp;non contribuisse per nulla al fondo e tutti gli altri vi contribuissero con i loro venti gettoni, questo si porterebbe a casa ben 44 gettoni.<br />Dopo ogni tornata, i giocatori hanno la possibilità di vedere le giocate degli altri partecipanti&nbsp;e (in una versione del gioco)&nbsp;di spendere un gettone&nbsp;al fine di "punire" altri giocatori, che perdono in questo modo&nbsp;parecchi dei loro gettoni.</p>
<p>Risultato: quando i giocatori hanno la possibilità di punire gli altri, il gruppo tende a sviluppare&nbsp;un maggior grado di cooperazione, mostrando come la possibilità di punire possa aiutare a promuovere comportamenti collaborativi.</p>
<p>Tuttavia, in alcuni paesi, i giocatori individualistici (coloro che tentano di massimizzare il proprio guadagno personale anche a discapito del gruppo) tendono a punire i giocatori collaborativi, forse come vendetta per le punizioni subite, oppure come un modo per punire i comportamenti collaborativi. <br />I ricercatori li&nbsp;chiamano "castighi antisociali", ed i gruppi in cui questo accade tendono a diventare meno collaborativi. <br />I castighi antisociali appaiono più frequentemente negli studenti di paesi che, nelle classifiche internazionali, mostrano meno fiducia nel ruolo della legge, e nei quali si crede meno nella cooperazione civica. </p>
<p><a href="http://www.santafe.edu/profiles/?pid=89" target="_blank">Herbert Gintis</a> del <a href="http://www.santafe.edu/" target="_blank">Santa Fe Institute</a> commenta così i risultati della ricerca: "<i>Il successo delle società democratiche di mercato può basarsi in maniera critica sulle virtù morali quanto sugli interessi materiali, così il ritratto della società civile come la sfera dei puri interessi personali è radicalmente sbagliato</i>".</p>]]>
        
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    <title>Marco Vitale sulla successione</title>
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    <published>2008-06-28T06:15:23Z</published>
    <updated>2008-06-28T06:18:56Z</updated>

    <summary>Marco Vitale pone la distinzione tra aziende familiari e aziende di famiglia, in termini di separazione tra proprietà e management</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
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    <category term="marcovitale" label="Marco Vitale" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="successione" label="successione" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.lucabaiguini.com/">
        <![CDATA[<p>Su <a href="http://www.limpresaonline.it/" target="_blank">L'impresa </a>in edicola in questi giorni, un intervento lucido (come sempre)&nbsp;di <a href="http://www.istud.it/sez1453pag1048.asp" target="_blank">Marco Vitale</a>: <b><i>Aziende come boschi.</i></b><br />Si parla di imprese familiari, di successione, di management.<br />Vitale pone una distinzione tra impresa familiare e impresa di famiglia:</p>
<ul>
<p><i>La prima è quella dove proprietà e management coincidono e c'è un sovrapporsi di regole e di problemi di varia natura. Nel secondo caso, il ruolo della famiglia è quello del proprietario intelligente.</i></p></ul>
<p>In questo secondo caso, non necessariamente il ruolo del successore&nbsp;è connotato da un profilo manageriale. E, quand'anche sia così, è ben presente la distinzione tra ruolo manageriale e ruolo legato alla proprietà. In ogni caso, sia per l'uno che per l'altro ruolo sono necessari formazione ed esperienza.</p>
<ul>
<p><i>La formazione deve essere mirata ai nuovi compiti che l'impresa deve affrontare. <br />È inutile far fare ai figli lo stesso percorso formativo del padre, le gavette estenuanti possono essere davero controproducenti per l'impresa. <br />I figli responsabili e preparati vanno portati rapidamente al loro ruolo attraverso una via preparata seriamente e programmata, lungo la quale ciascuno, anche come proprietario, faccia le sue prove, subisca i suoi esami, si assuma precise responsabilità nei confronti di quella comunità di lavoro che è l'impresa e nei confronti della collettività.</i></p></ul>
<p>Sottoscrivo.</p>]]>
        
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    <title>Decidere prima di capire</title>
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    <published>2008-06-23T19:49:49Z</published>
    <updated>2008-06-23T19:51:51Z</updated>

    <summary>La strategia di decision making di un imprenditore di grande esperienza</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
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        <![CDATA[<p>Qualche giorno fa mi è capitato di parlare con un imprenditore vicino al passaggio&nbsp;della successione in azienda. Al momento, quindi, di godersi i risultati della propria fatica.<br />In pochi secondi, mi ha spiegato la sua strategia&nbsp;di decision making:</p>
<ul>
<p><i>Vede</i>, mi ha detto, i<i>o non sono un genio. <br />Per questo ho sempre dovuto decidere prima di capire. <br />Perché se avessi aspettato di capire prima di decidere, probabilmente altri prima di me avrebbero capito e mi avrebbero anticipato nella decisione.</i></p></ul>
<p>E per altri intendeva sia i concorrenti che i collaboratori.<br />Un leader, quindi, secondo questo imprenditore, deve assumersi il rischio di decidere sulla base di una comprensione limitata, per mantenere leadership e credibilità.</p>
<p>Che ne pensate?<br />&nbsp;</p>]]>
        
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    <title>Comunicazione è...</title>
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    <published>2008-06-20T05:32:01Z</published>
    <updated>2008-06-20T05:47:27Z</updated>

    <summary>Comunicazione, secondo Drucker, è ciò che fa l&apos;ascoltatore.</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
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        <![CDATA[<p>Durante l'ultimo corso sulle tecniche di presentazione tenuto al <a href="http://www.mip.polimi.it/" target="_blank">MIP</a>, abbiamo discusso parecchio di come un approccio pragmatico alla comunicazione consenta un cambiamento di visione rispetto a che cosa sia una buona presentazione e che cosa non lo sia.<br />Trovo che <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Peter_Drucker" target="_blank">Peter Drucker</a> abbia sintetizzato in maniera magistrale la questione: "<i>Communication is what the listener does</i>", la comunicazione è ciò che fa l'ascoltatore.</p>]]>
        
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    <title>Gruppi, contenuto, processo</title>
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    <published>2008-06-19T10:19:53Z</published>
    <updated>2008-06-19T10:22:37Z</updated>

    <summary>Il team leader deve tenere conto, nella conduzione di un gruppo, sia delle dimensioni di contenuto che delle dimensioni di processo</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
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        <![CDATA[<p>In questo <a href="http://hbswk.hbs.edu/item/5602.html" target="_blank">articolo</a> su HBR Working Knowledge, il caso di un gruppo di canottieri che, pur possedendo grandi individualità, non riesce a vincere, e disperde&nbsp;così il proprio talento.<br />Ecco i concetti chiave ricavati da questa storia:</p>
<ul>
<li><i>Un team potenzialmente molto forte perché formato da persone di qualità può &nbsp;rapidamente sfaldarsi se non si presta attenzione ad argomenti come la fiducia, il conflitto, la responsabilità, la rivalità con altri gruppi</i></li>
<li><i>Nel business, la competizione tra gruppi può innalzare il livello di motivazione, ma se la competizione diventa eccessiva, può ostacolare la collaborazione</i></li>
<li><i>I team migliori sono quelli che non solo combinano le capacità dei loro appartenenti per svolgere al meglio i compiti, ma riescono anche a motivare le persone attraverso il collante rappresentato dal battersi per un obiettivo comune</i></li>
<li><i>Di fronte ad un team che presenta eccellenze individuali, ma scarso spirito di gruppo, la soluzione può essere quella di sostituire i membri del team, ma anche un evento chiarificatore può aiutare a scacciare la frustrazione e risolvere i conflitti</i></li></ul>
<p>Un team leader, quindi, si deve occupare sia delle dimensioni di contenuto (obiettivi, attività, progetti, compiti) sia di quelle di processo, che spesso sono latenti, e che hanno a che vedere con ciò che accade alle persone mentre lavorano. Nel proprio stile di leadership si tende a privilegiare uno di questi aspetti, mentre si dovrebbe dosare la propria attenzione sulla base dei bisogni del gruppo piuttosto che delle proprie preferenze.</p>]]>
        
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    <title>Una segnalazione</title>
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    <id>tag:www.lucabaiguini.com,2008://1.147</id>

    <published>2008-06-18T12:28:22Z</published>
    <updated>2008-06-18T12:30:42Z</updated>

    <summary>Una segnalazione del libro &quot;Il caso Petraeus - il generale che ha cacciato Al Qaida dall&apos;Iraq&quot;, di Daniele Raineri.</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
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    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.lucabaiguini.com/">
        <![CDATA[<p>Da Michele, che ha partecipato ad alcuni miei corsi al <a href="http://www.mip.polimi.it/" target="_blank">MIP</a>, ricevo una segnalazione di lettura: si tratta di "<b><a href="http://www.ilfoglio.it/il_caso_petraeus" target="_blank">Il caso Petraeus - il generale che ha cacciato Al Qaida dall'Iraq</a></b>", di Daniele Raineri.<br />Io non l'ho ancora letto, ma Michele mi dice che offre spunti molto interessanti sulla leadership, la gestione delle risorse umane e la gestione del tempo...<br /></p>]]>
        
    </content>
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    <title>L&apos;influenza del team sul decision making</title>
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    <id>tag:www.lucabaiguini.com,2008://1.145</id>

    <published>2008-06-17T04:08:38Z</published>
    <updated>2008-06-17T07:38:29Z</updated>

    <summary>Secondo le ricerche del Prof. Andrew Colman, le teorie del ragionamento di gruppo, in alcune circostanze, spiegano meglio le dinamiche di decision making nelle organizzazioni rispetto alla teoria classica dei giochi</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
    </author>
    
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    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.lucabaiguini.com/">
        <![CDATA[<p>Via <a href="http://thesituationist.wordpress.com/" target="_blank">The Situationist</a>, vi segnalo una interessante ricerca delle Università di Leicester e Exeter, nella quale si dimostra come in molti contesti la visione tradizionale secondo la quale le persone agiscono per il loro personale interesse non sia sufficiente a spiegare comportamenti e decisioni. Infatti, la ricerca prova&nbsp;come la maggior parte di noi spesso agisce nell'interesse di un gruppo, anche a proprie spese.<br />Dice il Professor &nbsp;<a href="http://www.le.ac.uk/pc/amc/" target="_blank">Andrew Colman</a> </p>
<ul>
<p><i>"Abbiamo mostrato come, in alcune circostanze, i decision makers cooperano verso interessi collettivi piuttosto che seguire le previsioni egoistiche della teoria ortodossa dei giochi. [...] Abbiamo compiuto due esperimenti progettati per verificare la classica teoria dei giochi contro le teorie del ragionamento di gruppo sviluppate dagli studiosi inglesi negli anni 90. Secondo la teoria dei giochi classica, i decision makers invariabilmente agiscono secondo i loro interessi egoistici... le teorie del ragionamento di gruppo sono state sviluppate per spiegare perché, in alcune circostanze, le persone sembrano agire non perseguendo&nbsp;il proprio interesse, ma secondo l'interesse delle loro famiglie, aziende,</i><i>dipartimenti, oppure gruppi religiosi, etnici, nazionali nei quali
essi si identificano. [...] Il ragionamento di gruppo è un processo
familiare, ma non si spiega all'interno della cornice della teoria
ortodossa dei giochi. Le nostre scoperte mostrano per la prima volta
che esso è in grado di predire, in alcuni contesti,&nbsp;l'assunzione di
decisioni in maniera più potente rispetto alla teoria ortodossa dei
giochi".</i><i> </i></p></ul>]]>
        <![CDATA[<i><br /></i>]]>
    </content>
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    <title>I &quot;Sì&quot; che preoccupano i leader</title>
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    <id>tag:www.lucabaiguini.com,2008://1.144</id>

    <published>2008-06-16T03:59:00Z</published>
    <updated>2008-06-16T02:57:56Z</updated>

    <summary>Secondo Michael Roberto, un conflitto sano e costruttivo dà qualità al processo di decision making. Per questo è compito di un leader favorire il conflitto.
</summary>
    <author>
        <name>Luca</name>
        
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    <category term="conflitto" label="conflitto" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="partecipazione" label="partecipazione" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.lucabaiguini.com/">
        <![CDATA[<p>In <a href="http://hbswk.hbs.edu/item/4833.html" target="_blank">questa intervista </a>(a dire il vero non recentissima)&nbsp;<a href="http://hbswk.hbs.edu/faculty/mroberto.html" target="_blank">Michael Roberto</a>, docente alla <a href="http://www.lucabaiguini.com/mt-static/html/www.hbs.edu/" target="_blank">Harvard Business School</a>, spiega perché un leader dovrebbe iniziare a preoccuparsi quando, nel suo gruppo o nella sua organizzazione, inizia a sentire troppo spesso la parola "<strong>Sì</strong>".<br />La mancanza di un conflitto sano e costruttivo in un'organizzazione, infatti, rende estremamente difficile valutare accuratamente le idee e assumere decisioni importanti. I leader, in questo senso, devono capire che esprimere dissenso può essere molto difficile per un middle-manager o un dipendente. Quindi, non devono aspettare che il dissenso nasca spontaneamente, devono attivamente andare a cercarlo all'interno dell'organizzazione, e fare passi concreti per favorire il conflitto costruttivo nei loro processi di decision making.<br />Altrimenti rischiano di trovarsi in quelle che Roberto definisce</p>
<ul>
<li><b>Culture del no</b>: sono quelle situazioni in cui chi ha potere di veto semplicemente arresta il processo creativo e decisionale, senza bisogno di dover giustificare il proprio veto</li>
<li><b>Culture del sì:</b> sono quelle in cui il conflitto non si esplicita, ma resta latente e porta alla non applicazione e al sabotaggio delle decisioni apparentemente condivise</li>
<li><b>Culture del forse</b>: sono quelle in cui le aziende sono fortemente orientate all'analisi, e magari in forte disagio nelle situazioni di ambiguità. Il bisogno di certezza in un mondo incerto porta all'indecisione, e a non valutare correttamente il costo di cercare nuove informazioni più complete.</li>
<p>Dice Roberto:</p>
<p><i>Rendere il conflitto costruttivo aiuta a costruire impegno sulle decisioni prese, e quindi facilita la loro realizzazione. Ma, per costruire consenso, i leader hanno anche bisogno di progettare un processo leale e giusto. Durante un processo decisionale, alcuni individui vedranno le loro idee accettate dal gruppo, mentre altre proposte otterranno un basso grado di supporto. Guidare un processo leale&nbsp;non significa cercare di soddifare tutti in termini di decisioni assunte. Piuttosto, significa creare un processo nel quale il leader ha dimostrato un'autentica considerazione dei punti di vista altrui. Affinchè percepiscano un processo come trasparente, le persone devono:</i></p>
<ul>
<li><i>Avere ampie opportunità per esprimere il loro punto di vista e per discutere come e perché sono in disaccordo con altri membri del gruppo</i></li>
<li><i>Percepire che il processo decisionale è stato trasparente, il che significa che le decisioni sono state prese relativamente senza segreti e manovre dietro le quinte</i></li>
<li><i>Credere che il leader li ha ascoltati con attenzione e che ha considerato il loro punto di vista seriamente e attentamente prima di prendere una decisione</i></li>
<li><i>Percepire di aver avuto una vera opportunità di influenzare la decisione finale del leader</i></li>
<li><i>Comprendere chiaramente i fondamenti logici della decisione finale</i></li></ul></ul>
<p>In tutto questo, naturalmente, la comunicazione svolge un ruolo essenziale. È quello che, con gli allievi dei miei corsi, chiamo "spingere sul pedale della partecipazione" piuttosto che su quello dell'efficienza. Nel momento in cui si indice una riunione, per esempio, la comunicazione è un mezzo potente per favorire o sfavorire la partecipazione e, di conseguenza, il conflitto sano e costruttivo.</p>
<p></p>]]>
        
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