Sul credere

Provo ad essere cristiano.
Cattolico, a voler aggiungere un aggettivo che non so se serva davvero (sento, però, forte l’appartenenza a questa Chiesa: mi ha cresciuto).
Non mi è facile spiegarne le ragioni, e credo non sia neppure il luogo per farlo.
C’è un pezzo di questa spiegazione, però, che mi piace condividere, perché ha a che vedere con il pensiero di un uomo che considero, da sempre, un maestro (e uno dei giganti del ‘900): il Cardinale Carlo Maria Martini.
C’è una fondazione che porta il suo nome e che sta pubblicando la sua opera omnia (l’editore è Bompiani). Il primo volume è stato Le cattedre dei non credenti ed è la trascrizione integrale di tutte le dodici cattedre, svoltesi a Milano dal 1987 al 2002.
Per chi non lo sapesse, questi momenti di confronto sono nati dall’idea di Martini di creare occasioni per favorire uno scambio fecondo tra credenti e non credenti, partendo da una sorta di ribaltamento dei ruoli per cui l’arcivescovo poneva “in cattedra” alcuni non credenti, per farsi interrogare dal loro pensiero.
Per capire la portata di questa idea, bisogna ricordare che la tradizione cristiana fa della “cattedra” il luogo proprio del vescovo e del suo magistero. Offrire questa posizione a non credenti, a suo tempo, ha suscitato anche qualche polemica.

Proprio nell’introduzione alla prima cattedra Martini ha pronunciato alcune parole che sono la sintesi più bella di uno dei pilastri del suo pensiero, quello che forse più di tutti mi ha influenzato.
Che si parli di fede, di politica, o di idee, infatti, mi sembra ci sia un gran bisogno (o, almeno, io lo sento per me) di dare un senso più profondo al verbo credere.

Eccole, quelle parole (il grassetto è mio):

Io ritengo – ed è l’ipotesi di partenza – che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, si interrogano a vicenda, si rimandano continuamente interrogazioni pungenti e inquietanti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa. L’appropriazione di questo dialogo interiore è importante. Mediante esso ciascuno cresce nella coscienza di sé; la chiarezza e la sincerità di tale dialogo mi paiono sintomo di raggiunta maturità umana. Mi sembra, dunque, opportuno e utile che i credenti erigano simbolicamente dentro di loro una cattedra, dove il non credente possa avere parola ed essere ascoltato; viceversa, chi non crede possa dare voce e ascolto al credente. Se, oltre a farlo ciascuno in se stesso, lo facciamo anche aiutandoci reciprocamente, potrebbe emergere un cammino molto utile.

Carlo Maria Martini. Le cattedre dei non credenti (Opere Carlo Maria Martini Vol. 1), Bompiani.

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