More of the same, or not?

In questi giorni alcune letture mi hanno messo di fronte a due storie che potremmo definire “di successo”; storie di obiettivi ambiziosi raggiunti e di previsioni azzeccate. Due casi molto diversi. La differenza fondamentale sta nel fatto che nel primo caso il successo è arrivato grazie alla capacità di trarre profitto da alcuni fallimenti parziali e dai feedback raccolti da questi fallimenti per modificare sostanzialmente la strategia di approccio al problema. Nel secondo caso, invece, a rivelarsi vincente è stata la perseveranza, direi la cocciuta insistenza nel proseguire senza modificare la strategia (anzi, se possibile amplificandone la portata) proprio quando tutto intorno sembrava dare segnali che sarebbe stato opportuno fare il contrario. Un approccio che potremmo chiamare “more of the same”.

Naturalmente, per ciascuna di queste modalità di affrontare problemi o perseguire obiettivi, si potrebbero mostrare anche i casi, al contrario, di insuccesso.

Tipico esempio del primo caso è colui che vende le azioni di una società potenzialmente redditizia (perché, per esempio, non sopporta le perdite di breve periodo) il giorno prima dell’inizio del ciclo di crescita delle azioni stesse. In questo caso il cambio di strategia si rivela perdente, mentre l’approccio “more of the same” avrebbe portato al successo.

Il secondo approccio, invece, mostra la corda in tutte quelle situazioni che vengono definite da “escalation dell’impegno“, nelle quali si rimane intrappolati dalla necessità di giustificare scelte passate perdendo razionalità rispetto ai feedback che arrivano dalla realtà.
Un esempio: l’allenatore che non sostituisce un giocatore nonostante una performance non all’altezza perché, per esempio, è stato lui a volere con determinazione il giocatore in squadra.

In sintesi, quindi, di fronte ad un successo che stenta ad arrivare o ad un problema che non si riesce a risolvere, ci si trova a dover scegliere tra due approcci: perseverare in ciò che si è fatto fino ad ora, con il rischio di cadere nell’escalation dell’impegno, oppure cambiare strategia, con il rischio di scoprire che si aveva ragione quando è troppo tardi.

Non è un dilemma facile da risolvere, non serve sottolinearlo.

Mi domando, però, se esistano modelli o studi che diano indicazioni su come dirimere questo particolare dilemma (sulla base della fenomenologia del problema, per esempio, oppure della fenomenologia dei feedback).

Suggerimenti o idee?

 

3 commenti
  1. Paola says:

    Luca,
    mi chiedevo lo stesso per le mie strategie.

    credo sia essenziale per la decisione comunque disporre di feedback, mentre di solito non sono disponibili.
    Le persone non sanno darli, non vogliono o nicchiano.
    Il risultato é che a volte continuo a fidarmi del mio istinto, e continuo a cercare di fare le cose che mi piace fare anche se non dipende tutto da me etc.
    quello che dipende da me è l’atteggiamento, lo scoraggiamento a volte, la fiducia in me e il principio di piacere.
    se non ci fossero questi, cambierei (di nuovo) mestiere.

  2. Angelo says:

    Ciò che appare giusto in determinate circostanze può non esserlo se cambiano le circostanze.Credo che buona parte della decisione consegue alla capacità di analisi prettamente oggettiva,direi senza passione;l’elaborazione della decisione dev’essere strettamente connessa al contesto dell’oggetto.Verificare continuamente la stabilità o meno delle circostanze;e al mutare di queste,o meglio al sentore del mutare, sopratutto spogliarsi delle proprie vanità e apportare eventuali cambiamenti.Insomma con passione ma sulla realtà dell’oggetto e del relativo contesto.
    Ciao.
    Ti rinnovo l’invito,mio e di altri, a qualche critica,anche feroce ai ns. commenti.Grazie.
    Angelo

  3. silvana says:

    Per aver successo è indispensabile essere in grado di leggere il contesto in cui si opera ed essere disposti, mettendosi costantemente in gioco, a cambiare le decisioni o i comportamenti che dovessero apparire non più appropriati.
    Ridisegnarsi, ridefinirsi, rimettersi costantemente in discussione credo che siano capacità proprie dei “grandi spiriti liberi” di coloro i quali sono in grado di vedere aldilà del proprio naso e di presagire ciò che potrà essere.

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