Varietà, appropriatezza e utilizzo dei modelli

In questo post, ho tentato di illustrare due delle logiche fondamentali della formazione, o, almeno, di quella di cui mi occupo io.
Le due logiche illustrate sono:

  • la logica della varietà: far crescere la possibilità di scelte comportamentali diversificate
  • la logica dell’appropriatezza: tra queste possibilità, isolare la scelta (e, quindi, la strategia) più adatta in ogni situazione.

Ho fatto, in quel contesto, cenno all’idea che la logica dell’appropriatezza si basa sull’essere in grado di cogliere e isolare quali siano le variabili davvero rilevanti.

Quest’ultima affermazione merita un breve approfondimento.

Nel processo di ricerca di variabili rilevanti, tipicamente, intervengono i modelli, per come li ha descritti anche Christensen (che ho ripreso qui).

In questo senso, credo che qualsiasi modello sia, in sé, un riduttore di complessità.
Pensare che un modello possa riassumere in sé tutti o la maggior parte degli aspetti della complessità è del tutto illusorio.
Ciascun modello riduce la complessità: qualcuno meglio, qualcuno peggio.
Questo sacrificio ha un sua contropartita: la possibilità che i modelli offrono di generare una strategia di azione sulla complessità.

Ecco che, allora, uno dei criteri possibili per valutare la validità di un modello è la sua capacità di porre in primo piano le variabili situazionali più rilevanti per la scelta di quale “attrezzo” estrarre dalla nostra cassetta per affrontare la situazione attraverso la strategia comportamentale più adeguata.

Il processo formativo, quindi, potrebbe essere riassunto in questo modo:

  1. Ampliamento delle possibilità in ottica comportamentale (o in qualsiasi altra ottica).
    Maggiori sono le possibilità e maggiore è la probabilità di trovare tra di loro l’alternativa più appropriata
  2. Proposta di modelli che isolino le variabili situazionali rilevanti
  3. Associazione (in ottica di adeguatezza) tra variabile situazionale rilevante e comportamento appropriato

Ancora una volta, so che il processo è banale.
Il senso del renderlo esplicito, in ottica formativa, credo abbia a che vedere con il fatto che, in questo modo, si possono isolare diverse criticità a seconda delle singole fasi del processo:

  1. Inadeguatezza dal punto di vista della varietà: la gestione non strategica deriva dalla mancanza di alternative
  2. Inadeguatezza dei modelli: i modelli interpretativi non sono in grado di isolare variabili rilevanti
  3. Inadeguatezza nell’associazione: possedere varietà e modelli interpretativi non è sufficiente se non si è in grado, naturalmente, di abbinare la fenomenologia delle variabili rilevanti con la strategia comportamentale appropriata.

Nella mia esperienza, inquadrare la formazione comportamentale in questo modo rende chiaro il senso di molti percorsi.

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