Il potere che corrompe i leader

Sul blog di Psychology Today Ronald Riggio si chiede come il potere arrivi tanto spesso a corrompere i leader.
Le risposte hanno a che vedere con il meccanismo di esercizio stesso dell’interazione tra leadership e potere: i leader utilizzano il potere per fare in modo che le cose vengano fatte.
Ora, queste cose possono essere nell’interesse della collettività su cui si detiene il potere, oppure nel proprio interesse (una cosa non esclude per forza l’altra).
Il problema, naturalmente, sorge quando il prevalere dell’interesse del leader confligge con l’interesse della collettività.
Può succedere, però, che il leader si illuda di agire nell’interesse della collettività, ma questo lo porti a comportarsi in maniera eticamente non corretta (è quello che Terry Price definisce “exception making”): il leader, in questo caso, si sente al di sopra della legge.
Le regole che si applicano agli altri non sono valide, nella percezione del leader, perché egli è giustificato dal perseguire un fine più alto.

I leader, poi, possono essere “intossicati” dal potere: agiscono in una determinata maniera soltanto perché “possono” e sanno che la faranno franca (e spesso i follower rafforzano invece che contrastare questa convinzione: “Lui/lei può perché è il leader”).

Riggio conclude:

    Il potere presenta vantaggi e svantaggi per il leader

    I lato positivo consiste nel fatto che il potere rende i leader più assertivi, fiduciosi e certi delle loro decisioni. Questo dà loro la possibilità di andare avanti nel corso di azioni che hanno scelto. I leader devono utilizzare il potere per fare in modo che le cose vengano fatte.

    Sul versante negativo, invece, sta il fatto che più le persone hanno potere e più tendono a concentrarsi sui loro desideri egoistici, e meno sono capaci di vedere e leggere le prospettive altrui.

Aggiungerei un aspetto, sul quale mi riprometto di tornare: il potere è un potente specchio deformante rispetto a quali possano essere i reali interessi della collettività.
E questo fatto deriva dalla stessa definizione di potere.
Se, infatti, nella relazione con i follower entrano in gioco non soltanto le intenzioni del leader, ma (spesso) anche gli interessi (e per interessi intendo anche quelli percepiti dai follower e non esplicitati dai leader), allora il gioco comunicativo tra leader e follower può essere fortemente viziato da queste stesse percezioni e favorire una visione distorta nel leader di quali siano i bisogni della collettività.
In questo senso, sono gli stessi follower a “corrompere il leader”.

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