Priming

Su Nòva dello scorso 23 Aprile, un articolo (anzi, a dire il vero, un serie di articoli) di Luca Chittaro sul priming.
Il tema era già stato oggetto di alcune riflessioni in questo post.
Innanzitutto, di che cosa stiamo parlando?
Si ha un fenomeno di priming quando uno stimolo precedente influenza la risposta ad uno stimolo successivo, anche se non vi è una correlazione diretta tra i due stimoli.

Ci sono esperimenti anche (in un certo senso divertenti) che spiegano questa affermazione: alcuni studenti vengono invitati dai ricercatori a risolvere un gioco in cui devono mettere in ordine delle parole per formare frasi di senso compiuto. La maggior parte delle parole hanno a che vedere con un comportamento scortese (arrogante, rude, sgarbatamente, cattive maniere, eccetera).
Altri studenti, invece, risolvono lo stesso gioco, ma utilizzando parole che richiamano un comportamento cortese (pazienza, discrezione, gentilezza, eccetera). Poi, le persone appartenenti ai dur gruppi sono invitate a sostenere un colloquio con un docente.
Quando arrivano davanti allo studio del docente, lo trovano impegnato.
Chi aspetterà di più prima di interrompere il docente ed attrarne l’attenzione?
Gli studi mostrano come gli appartenenti al primo gruppo siano molto meno disponibili ad attendere rispetto a quelli del secondo gruppo.
Eppure non dovrebbe esserci una correlazione diretta tra i due comportamenti: che c’entra il gioco svolto con la disponibilità ad attendere?
Naturalmente, questo meccanismo impatta pesantemente sui processi di decision making.
Per usare le parole di Chittaro:

    Il priming sfrutta il meccanismo automatico, non ragionato, dell’attivazione degli schemi mentali: lo stimolo sensoriale (parola, suono, immagine, odore…) del priming ci dà l’imbeccata che evoca una particolare situazione, gruppo sociale o tratto caratteriale e, senza l’intervento della nostra volontà, la nostra memoria ci serve subito lo schema mentale corrispondente, che andrà ad influenzare le nostre decisioni, interpretazioni e comportamenti rispetto a ciò che ci accade attorno.

Un uso positivo del priming

Il priming non ha soltanto un impatto negativo sull’indipendenza di giudizio (e, quindi, sulla capacità di decision making).
Una volta che se ne conosce il funzionamento, ci si può difendere dagli errori generati dal priming, e magari perfino sfruttarlo per rendere più efficaci i nostri comportamenti.
È sufficiente sottoporsi ad un priming “positivo”, i cui effetti possono essere maggiore attenzione, sensibilità, focalizzazione, eccetera.
E questo vale sia per noi che per gli altri.
In questo senso, mi pare che il tema abbia una qualche correlazione con quanto trattato nel mio post precedente sulla progettazione degli ambienti di lavoro.

Comunque, ancora una volta, le scienze cognitive contribuiscono a spiegare come i meccanismi decisionali e comportamentali siano il frutto di un’interazione complessa tra una serie di fattori.
E alcuni dei fattori che entrano in gioco mettono in evidenza delle vulnerabilità francamente imbarazzanti.


Altri articoli sul tema:

    Cultura e cooperazione di gruppo
    Keynes, aspettative, pensiero critico
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