Bush e il linguaggio della politica

Semplificando molto, ci sono due prospettive da cui possiamo osservare i comportamenti e le decisioni: una prospettiva che potremmo definire “disposizionista” (da dispositionism), che punta l’attenzione sui fattori genetici, sull’indole (ragioni intrinseche) che determinano il comportamento, ed una prospettiva “situazionista” (da situationism), che invece punta l’attenzione sull’ambiente e le situazioni esterne che influenzano il modo di agire e di decidere.
Nel primo caso, quindi, le determinanti delle azioni sono interne alla persona, nel secondo caso esterne.

The situationist (il nome non lascia spazio ad ambiguità) è schierato dalla parte di coloro che ritengono i fattori ambientali e “situazionali” determinanti.
In questo articolo, analizza la comunicazione di George W. Bush.

Jon Hanson (l’autore) evidenzia come i discorsi di Bush siano infarciti di “dispositionism” e quasi privi di “situationism” (nell’articolo trovate svariati esempi).
Anche il suo discorso di addio alla Presidenza mantiene questa impronta, facendo trasparire che “noi” siamo geneticamente diversi da “loro” e che la nazione americana e i suoi cittadini posseggono un’indole buona, mentre altri popoli (e gli individui che li compongono) hanno una diversa disposizione.

Questo porta a comunicare in termini di “noi” / “loro”, “buono” / “cattivo” e “Intenzioni” piuttosto che “Conseguenze” (Bush ha spesso difeso le sue intenzioni più che le conseguenze delle sue azioni. Una prospettiva situazionista, invece, non si focalizza sulle intenzioni, ma sulle azioni e i loro effetti).

Credo che dietro a questo dibattito si celi una questione piuttosto interessante (non soltanto per la politica americana): è possibile una comunicazione politica che non sia così fortemente centrata su una prospettiva disposizionista o genetica?
Significherebbe togliere peso a categorie (come noi-loro, buono-cattivo o, per dirla con Carl Schmitt, amico-nemico) che molto spesso occupano il palcoscenico della retorica politica e sono determinanti nell’agenda-setting di qualunque campagna elettorale.
Una prospettiva situazionista, invece, mi pare più difficilmente semplificabile, e quindi meno adatta alle forme della comunicazione politica, almeno come si delineano di questi tempi.
Mi pare che il tema meriti una riflessione.


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