Di padri e figli

Un’associazione organizza una serata per premiare i vincitori di un concorso musicale.
Ci vado, pur non capendo di musica, perché sono socio, perché ci incontro un po’ di amici e perché a premiare sono Franco Cerri e Paolo Jannacci. E non consegnano solo i premi. Suonano pure.
Li ascolto. Ancora una volta (succede sempre) avverto un senso di vuoto per un intero mondo (quello delle note) di cui mi sfuggono anche le regole più elementari.
Noto (scusate per il gioco di parole, non ho saputo resistere) una cosa: entrambi fanno un omaggio al grande Enzo Jannacci. Uno all’amico, l’altro al padre.
Mi va, allora, di passare il resto della serata a pensare al tema dell’eredità.
A come Cerri sia un padre nobile per la musica italiana.
A come Jannacci (Paolo) sarà considerato probabilmente sempre un figlio.
Un vicino commenta che non si aspettava suonasse così bene. Sottinteso: dopotutto, essendo il figlio di suo padre, nemmeno ne avrebbe bisogno.
Continuo a pensare all’eredità.
A quanto essere figlio possa aver influenzato il modo di Paolo di fare musica (fa cose molto diverse da suo padre, ma perché così diverse?).
Al fatto che, sul palco, lo chiama papà. E che gli applausi più fragorosi li ottiene quando fa l’unica canzone di papà.
Al fatto che comunque sembra cavarsela bene nella parte, e non deve essere facile.
Al fatto che l’eredità è un tema complesso, che merita un’indagine. Non solo per Paolo. Pure per me.

Righe scritte altrove #13

Un mio nuovo post su Crisi e Sviluppo – Manageritalia

Gli 8 rimedi per prevenire il conformismo
Dove si parla di groupthink, della tendenza al conformismo e della gestione del dissenso nei gruppi.

La lista degli articoli scritti per Crisi e Sviluppo la trovate qui.

 

 

Righe scritte altrove #12

Ho scritto un nuovo contributo per MySolution|Post:

La ricetta del comunicare
Dove si analizzano i quattro ingredienti fondamentali con cui costruire una strategia di comunicazione

Tutto quello che ho scritto per Mysolution|Post sta qui.

 

 

Patrimonio artistico e attrattività: un esempio di U invertita?

In questo post per MySolutionPost ho parlato dei fenomeni che sono tra loro in relazione con curve ad U invertita.
Si tratta di quei fenomeni che, invece che essere in rapporto secondo andamenti lineari (al crescere di un fenomeno cresce proporzionalmente anche l’altro) o con andamenti con utilità marginale decrescente (al crescere di un fenomeno cresce anche l’altro, ma con un andamento sempre più piatto, fino a che la crescita marginale è praticamente nulla), sono in relazione tra loro con andamenti a U invertita (così, tanto per capirci: ∩)

In questo caso, la relazione tra le variabili è lineare fino ad un certo punto (al crescere della prima variabile cresce proporzionalmente la seconda), quindi la curva tende ad appiattirsi (rendimenti marginali decrescenti), fino a diventare completamente piatta (rendimenti marginali nulli), e, poi, addirittura negativa. Questo significa che, da un certo punto in avanti, la relazione si inverte e il crescere di una delle variabili porta ad una diminuzione della seconda.

In questi giorni (come succede in alcuni periodi dell’anno) sto viaggiando parecchio su e giù per l’Italia. Coincidenze fortunatamente non troppo strette o “buchi” nell’agenda mi permettono (meno di quanto mi piacerebbe) di godere di alcune delle bellezze dei luoghi che visito. Ogni volta mi trovo a considerare quanto il nostro Paese sia ricco di piccoli capolavori nascosti, di quanto ogni regione (anche le meno conosciute) potrebbe tranquillamente rivaleggiare con molte delle nazioni del mondo. E il pensiero successivo è, naturalmente, rivolto a quanto noi italiani non sappiamo far fruttare un patrimonio così vasto (detto che non credo a certe stime mirabolanti per cui l’Italia ospiterebbe quasi la metà del patrimonio artistico mondiale, ma questo è tutt’altro capitolo).

Mi è venuto da pensare, allora, che la relazione tra quantità di patrimonio artistico posseduto e “attrattività” di un luogo (o, come in questo caso, di una nazione) potrebbe essere una curva ad U invertita: fino a un certo punto le due variabili sono in una relazione positiva. Superato però un punto critico la relazione diventerebbe addirittura negativa. Detto in un altro modo, avere più patrimonio artistico è un vantaggio dal punto di vista dell’attrattività, ma solo fino a un certo punto. Oltrepassato quel punto diventa uno svantaggio.

Perché?

Mi vengono in mente alcuni motivi, ma potrebbero essercene altri:

1) conservare un patrimonio artistico e renderlo fruibile non è facile. È necessario investire risorse (denaro, ma non solo). Un patrimonio troppo rilevante potrebbe condurre a disperdere eccessivamente gli sforzi, e a non portare, alla fine, a casa nulla;

2) comunicare un patrimonio artistico implica, come ogni operazione di comunicazione, delle scelte e delle priorità. Un’eccessiva ricchezza di luoghi e capolavori non consente di fornire un’immagine unitaria alla proposta e, cercando di colpire troppi target, si finisce per non arrivare a nessuno;

3) un patrimonio disperso su territori diversi porta ad una sorta di “competizione interna”, che indebolisce nella competizione verso l’esterno. Molti territori in concorrenza tra loro non possono esprimere una strategia unitaria. I tentativi fatti negli ultimi anni in questo senso mi sono parsi piuttosto goffi.

Insomma, per noi che ci viviamo crescere immersi in tanta bellezza non può che essere una fortuna.
Forse, per altri obiettivi, sarebbe meglio se ce ne fosse un po’ meno…

 

 

La versione di Andre

Un caro amico mi ha regalato, un paio d’anni fa, Open, l’autobiografia di Andre Agassi.
Ne ho letto una cinquantina di pagine subito, poi ho abbandonato. Non era il momento.
Quest’estate il momento è arrivato.
Il libro mi è piaciuto, e non solo per ragioni tecniche. Magari dedicherò un post al perché.
Qui mi voglio concentrare su un tema di tipo costruttivo che mi stimolato.
Open, tra le altre cose, è quella che potremmo definire una “contronarrazione”: la versione di Agassi opposta alla narrazione che i media gli hanno appiccicato addosso per buona parte della sua carriera. (Uno degli effetti di questa narrazione, tra l’altro, è stato che io tifassi apertamente per Pete Sampras).

La verità di Agassi si può riassumere nel fatto che i suoi atteggiamenti eccentrici, ribelli, a volte anche un po’ violenti fossero il frutto del suo odio per il tennis: uno sport, e una vita, imposti da un padre autoritario che non gli ha mai lasciato libertà di scelta rispetto al futuro. Conseguenze inevitabili: insicurezza, risentimento, instabilità emotiva. Non, quindi, un vip viziato, iracondo, ribelle e arrogante, ma un ragazzo disorientato che non trovava altri modi manifestare la sua sofferenza.

Impossibile dire dove stia la verità (ammesso che ce ne sia una).

Mi sembrano interessanti, però, alcuni aspetti “tecnici” di questa contronarrazione.

Innanzitutto, Agassi non oppone ad una narrazione negativa un ritratto totalmente e semplicemente positivo. Ammette errori e bugie (alcuni anche pesanti), ma attribuisce il tutto ad una causa socialmente molto più accettabile rispetto al ritratto che ne hanno tracciato i media.
Spesso, per quel che vedo in giro, invece, le contronarrazioni semplicemente oppongono una immagine assolutamente positiva dai tratti opposti rispetto alla narrazione dominante, finendo, in questo modo, per radicalizzare le contrapposizioni senza quasi mai spostare sostanzialmente il consenso.

Secondo aspetto: la narrazione che emerge da Open progredisce attraverso la trasformazione del personaggio, ne ritrae un’evoluzione e un cammino. Oltre a dire “non sono perfetto” (anche se i miei limiti e difetti reali sono, appunto, ben diversi da quelli che mi vengono attribuiti) Agassi si mostra nella sua evoluzione, attraendo simpatia con una storia in cui chi (e siamo in tanti) si sente dentro un viaggio alla scoperta di sé può, in qualche modo, identificarsi.
Il simbolo di questa evoluzione è nel suo rapporto con il tennis: l’odio iniziale si trasforma in un rapporto complesso che diventa non solo la causa, ma anche la metafora del suo approccio alla vita.

Effetto di tutto questo: se oggi dovesse ripetersi uno di quei bellissimi scontri tra Agassi e Sampras, non so bene da che parte starei.
Però un sospetto ce l’ho.

Righe scritte altrove #11

Un nuovo contributo su MySolution|Post:

U invertite
Dove si parla di fenomeni che non sono in rapporto attraverso relazioni lineari, ma, appunto, attraverso relazioni che disegnano delle U invertite (∩)

Tutto quello che ho scritto per Mysolution|Post sta qui.

 

Parti da recitare

Sarà l’età, ma ormai mi commuovo per qualsiasi cosa. E in questi giorni di cose qualsiasi di questo genere ne sono successe pure troppe. Il fatto che entrambe le figlie cambieranno scuola è una (anzi, due) di queste. Le feste di fine anno, i grazie agli insegnanti, ad alcuni anche di più. Il fatto, soprattutto, che il ruolo di genitori vira nel tempo, gradualmente che nemmeno te ne accorgi. Poi arrivano questi momenti di passaggio e ti fanno rendere conto della strada fatta e di quanto siano cambiate loro, ma anche di quanto sei cambiato tu.
Un’altra di queste cose: per festeggiare la fine della scuola, insieme ad un concerto, tutta la famiglia. Ligabue a San Siro. Che dovrebbe essere roba da giovani, ma poi ci trovi gente di tutte le età e con i miei quarantaquattro non sembro poi così fuori posto. Canto Certe notti abbracciato alle mie figlie. E anche Le donne lo sanno. Le guardo per bene, le mie tre donne e mi rendo conto che sì, è proprio vero. Loro lo sanno. E mi commuovo. Ancora.
Poi leggo la pagina di un giornale, il giorno dopo, in cui mi si spiega che Ligabue è uno di quei rocker concilianti, che annullano il conflitto generazionale. Penso che sia vero, e che forse non è così “sano” essere a un concerto con le mie figlie e che non si capisca più chi è l’adolescente. Nello stesso tempo, però, non mi sembra così sbagliato. Io sono stato bene. Mi è sembrato che anche loro siano state bene.

Alla fine, una conclusione un po’ democristiana. Qualsiasi ruolo, anche quello di genitore, è fatto di di regole rispettate, di ruoli recitati a memoria, con la puntualità che crea e soddisfa aspettative. Mi viene da dire che un ruolo è fatto soprattutto di prevedibilità. L’accezione è positiva. Ma è fatto anche della rottura di queste regole, dell’essere adolescente con le figlie adolescenti, qualche volta. Tanto perché non diventi una gabbia, tanto per sorprendersi. Tanto per non essere troppo prevedibile.

Una volta, parlando con un imprenditore intelligente (settore distribuzione: abbigliamento) ci siamo detti che un buon punto vendita è fatto per il 90% di aspettative soddisfatte, e per il 10% di sorprese positive. Non il contrario.

Forse non si applica solo ai punti vendita.

Battaglie (parecchio) di retroguardia

Periodo di operatività incombente. Quel che c’è da leggere si accumula in cartella, in attesa di tempi più tranquilli (o della volontà vera di renderli più tranquilli). Tra queste, la Domenica de Il Sole 24 Ore. Un’occhiata vale sempre la pena. Di solito anche due.
Così ho visto soltanto oggi il numero del 30 marzo scorso.
C’è un articolo di Leonardo Padura Fuentes sul self-publishing. Meglio, contro il self-publishing.
L’argomento, naturalmente, è quello della qualità:

L’eliminazione dell’editore, che per molti appare quasi come una benedizione, nasconde una botola che potrebbe non avere fondo. Perché fin da quando nel diciannovesimo secolo si affermò il modello di mercato editoriale che con pochi cambiamenti è esistito fino ad adesso, la figura dell’editore e il sostegno di un marchio editoriale bene o male hanno sempre rappresentato una forma di legittimazione dell’opera e dell’autore. Questa legittimazione offriva al lettore una garanzia minima – a volte persino massima – di serietà e qualità, indipendentemente dai diversi gusti personali.

E ancora, l’inquietante scenario futuro:

E in quel mare procelloso e super-popolato chi ci aiuterà ad orientarci? Scrittori veri, scrittori per desiderio, scrittori per vanità e tutti quelli che pretendono e si propongono di esserlo per una qualsiasi ragione o l’altra: fluttueremo tutti insieme?
Questo è il panorama. È verso questo mondo con molte poche leggi, come il Far West, che va la letteratura, in questi tempi in cui stiamo assistendo agli ultimi giorni dell’era di Gutemberg.

Ecco. Questo è l’archetipo di quelle che definisco battaglie di retroguardia. Non battaglie perse: a volte si possono anche vincere (anche se non mi sembra questo il caso). Ma battaglie di retroguardia restano.
E le si combatte quando, davanti ad un nuovo scenario, di quelli che cambiano i punti di riferimento e i paradigmi acquisiti, si cede all’istinto di rifugiarsi nel vecchio, per lo più idealizzandolo (è proprio vero che la presenza dell’editore è una garanzia minima di serietà e qualità? Mah).
La trovo una reazione infantile.

Forse, di fronte ad un cambio di marcia di questa portata, la cosa migliore è cercare (e lo sforzo non è poco) di capire almeno le coordinate fondamentali di quello che sta accadendo, e magari scegliere le due o tre cose che ci vogliamo portare dietro dal mondo come era prima. E poi usare tutte le conoscenze che ci siamo costruiti per tradurre queste due o tre cose nel linguaggio nuovo che ogni mondo nuovo porta con sé.

Se tra queste cose che vogliamo salvare ci sono la serietà e la qualità, allora forse dobbiamo capire che il nuovo linguaggio ci impone di passare da una visione basata sulla “selezione a monte” ad un’altra che si fonda sulla “visibilità a valle”. Per dire che cosa intendo per “traduzione”.

Anche se, per quanto mi riguarda, serietà e qualità sono due cose che con la letteratura non hanno granché a che vedere. E poi oggi ho una gran voglia di leggermi uno scrittore che scrive per vanità. Poterlo fare mi sembra mi porti un po’ più vicino a quella che qualcuno chiama libertà.

Righe scritte altrove #10

Un mio nuovo post su Crisi e Sviluppo – Manageritalia

Il dilemma del fondatore: ricchezza o controllo?
Secondo Noam Wasserman le aziende di maggiore successo sono caratterizzate dal fatto che il fondatore, ad un certo punto del ciclo di vita della sua creatura, apre il capitale ad apporti esterni, abbandonando così il controllo in favore di una crescita più rapida. Che lezione possono trarne le piccole e medie imprese italiane?

La lista degli articoli scritti per Crisi e Sviluppo la trovate qui.

Cent’anni

Questa mattina mi sono svegliato con la notizia della morte di Gabriel García Márquez.

Due pensieri.

Il primo, un ricordo di trent’anni fa.
Liceo Scientifico.
Il professore di italiano che entra nell’aula con Cent’anni di solitudine sotto il braccio.
“Questo dovreste proprio leggerlo”, dice.
L’ho letto.
Credo che fossero le prime avvisaglie di conformismo.
Quella volta, però, mi ha detto bene.
Ottimo consiglio, prof.

Il secondo pensiero ha a che vedere con gli inizi di questo blog.
Il primo post scritto qui è una citazione di García Márquez:
“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”.

Sono passati quasi otto anni, ma mi è tornato in mente un dettaglio: nel momento in cui ho deciso che sarebbe stata una citazione ad aprire questa piccola avventura, ho scelto prima l’autore della frase. Per dire che quello che cercavo non era un suo pensiero, era il suo pensiero, il suo modo di guardare le cose di sguincio. Quello sguincio lì. Suo.
È una delle cose belle della lettura, questa voglia di incontrare un modo di guardare il mondo.
Non sono molti gli autori che mi chiamano così. Saranno una decina, forse meno. Ci sono alcuni narratori e alcuni saggisti. Certo, quando questo sguardo è colato dentro ad una storia, è ancora più divertente.

E allora mi capita ancora adesso di aprire la libreria, prendere un libro a caso di García Márquez, aprire una pagina a caso e puntare qualche riga, a caso. Alla ricerca del suo pensiero.

Questa mattina, era presto, il libro non l’ho preso a caso.
L’ho scelto.
Cent’anni di solitudine.
Che i cerchi si chiudono dove si sono aperti.
La pagina, invece, l’ho lasciata al caso.
E pure le righe.
Queste:

I gringos, che più tardi fecero venire le loro mogli languide in abili di mussolina e grandi cappelli di tulle, costruirono un villaggio a parte dall’altro lato della ferrovia, con strade bordate di palme, case con finestre protette da reticelle metalliche, tavolini bianchi sulle terrazze e ventilatori a pale appesi al soffitto, e vasti prati azzurri con pavoni e coturnici. Il settore era limitato da una rete metallica, come una gigantesca capponaia elettrificata che allo spuntare del giorno nei freschi mesi estivi s’anneriva di rondini bruciacchiate.

 

87 anni.
Sarebbe stato bello vederlo festeggiare i cento.