Conflitto: rischio e opportunità

Sabato 21 marzo sarò, con alcuni colleghi del MIP, ad un evento organizzato da Rotary.
Si parlerà di conflitto (sano e patologico) e di strategie per affrontarlo (almeno quando è il caso).
Il mio intervento ho scelto di intitolarlo “Mettere le mani nel conflitto: tra esercizio del potere, persuasione, negoziazione”.

Se il tema vi interessa, il tutto inizierà alle 9 del mattino al Siam, in via Santa Marta 18 a Milano.
Non è neppure necessario prenotare il posto, e per l’ora di pranzo siamo tutti a casa.
Il volantino con i dettagli sta qui.

Una brutta notizia

Ieri il presidente del MIP, Gianluca Spina, è rimasto vittima di un incidente in montagna.
Il MIP lo ricorda così.
L’ultima volta che l’ho sentito parlare in un intervento pubblico, in occasione del Graduation Day EMBA lo scorso dicembre, ha citato Gandhi:

L’uomo si distrugge con la politica senza principi, con la ricchezza senza il lavoro, con l’intelligenza senza la sapienza, con gli affari senza la morale, con la scienza senza umanità, con la religione senza la fede, con l’amore senza il sacrificio di sé.

Gianluca, da uomo con una visione precisa di che cosa significhi essere imprenditori e manager, ha messo in guardia i neodiplomati su come non si possa creare ricchezza senza lavoro e non si possano fare affari senza morale.

Mi piace ricordarlo così.

Fosse stato uno dei nostri…

In un post di qualche mese fa su Crisi e Sviluppo ho cercato di analizzare le dinamiche del consenso, in particolare quelle basate sulla logica amico-nemico; quei casi, cioè, in cui la ricerca di consenso poggia su argomenti del tipo: là fuori c’è un nemico pericoloso, la coesione interna, il consenso al leader, l’adesione a un’idea servono a distinguersi e difendersi da quel nemico.
Tutto l’apparato comunicativo è concentrato nel mantenere alta la credibilità circa ciò che rende “noi” diversi da “loro” (e, naturalmente, migliori).

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un esempio (ma se ne potrebbero fare molti) di utilizzo di uno stratagemma funzionale a questo tipo di comunicazione.

Davide Boni, nel commentare su Facebook la questione del conto svizzero (contenuto nella lista Falciani) riconducibile a Pippo Civati , ha scritto:

Civati nella lista Falciani, conto in Svizzera, se per caso vi fosse stato all’interno un leghista, avrebbero chiesto l’impiccagione in piazza… Ercolino sempreinpiedi -)

Ora, pare evidente, almeno al momento, che quella su Civati sia una non-notizia, visto che quest’ultimo ha spiegato la provenienza del denaro e che le cifre in gioco (qualche migliaio di euro) non sono tali da creare un caso.
Rimane, comunque, in ottica di comunicazione politica (ma non solo) una buona occasione per riaffermare la propria diversità da un lato e il proprio essere vittime del sistema dall’altro: fosse successo qualcosa di simile a uno di noi, sarebbe stato messo alla berlina.

Sarebbe un po’ come dire (per usare una metafora calcistica):

“Hanno dato un rigore alla Juventus”
“Sì, ma il fallo era evidente”
“Che c’entra: fosse stato fatto un fallo simile a un giocatore dell’Inter il rigore non lo avrebbero dato”.

Affermazione naturalmente indimostrabile, ma che marca, ancora una volta, il territorio dell’identità.

 

Je suis… quoi?

A volte ci si chiarisce le idee, e poi si comincia a scrivere.
A volte il contrario: si scrive per chiarirsi le idee.
In questo caso è vera la seconda.

Ci siamo arrabbiati e indignati per le persone uccise per aver disegnato vignette satiriche.
Abbiamo sentito di doverci difendere. Abbiamo scritto “Je suis, Io sono”, e per una volta ci siamo messi dietro ai nostri politici. Qualcuno li ha chiamati (non lo si faceva da un po’) leader.
Sacrosanto.
Abbiamo difeso la libertà di satira “senza se e senza ma”.
La libertà di poter disegnare vignette corrosive su chicchessia e su qualunque tema.
Questo, mi è parso, voleva dire quel “Je suis Charlie“.

A me, però, una domanda resta: è davvero la libertà di satira quella che dobbiamo difendere ad ogni costo?
In Francia la libertà di satira non è “senza se e senza ma”. Ha dei limiti. Gli stessi redattori (i superstiti) di Charlie Ebdo, in un’intervista, hanno affermato di essere sempre riusciti a fare satira “rimanendo entro i limiti della legge” (cito a memoria, il concetto è quello).
In molti Paesi occidentali la satira ha limiti anche piuttosto stringenti. Negli USA mi risulta (se qualcuno ha notizie contrarie, ogni commento è benvenuto) che sia vietato fare satira sulle religioni e sulle razze. Alcune vignette di Charlie Ebdo, là, sarebbero forse state illegali.
Questo fa degli Stati Uniti un Paese meno libero?

Rischio di essere retorico: a me pare che non sia questo il punto.
Quello che dobbiamo difendere è un certo modo di vedere il mondo, per cui i confini della libertà di satira (per dirne una, ma le questioni sono molte e diverse) non sono stabiliti una volta per sempre, perché c’è un processo sociale che crea sensibilità e idee, ci sono possibilità e strumenti di aggregazione che trasformano queste idee in posizioni, un confronto democratico che trasforma le posizioni in istanze, una politica che traduce le istanze in leggi, una magistratura che giudica i confini di queste leggi. E ciascuno di questi passaggi è soggetto al dissenso e alla critica. Ma il processo che parte da una sensibilità e arriva a un dettato legislativo e, eventualmente, ad una sentenza, quello no. Quello lo si rispetta. Non si imbraccia un kalashnikov per rendere la strada più breve. In questo siamo diversi. Non nel luogo in cui abbiamo messo i confini, ma in come quei confini li abbiamo costruiti, li difendiamo e, se è il caso, modifichiamo. Gli Stati Uniti non sono meno liberi dell’Italia perché i confini della satira sono più stretti. Conta come ci si è arrivati a quei confini, e conta che, domani, potrebbero essere diversi.
Va detto: questa cosa è un vaso di cristallo. Fragile, da trattare con cura. Quando serve, da tenere al riparo.
È, anche, a suo modo molto faticosa. Tanto che chi cerca scorciatoie fa leva proprio su questo argomento.

Se tutto questo è vero, mi chiedo perché ad intestarsi più degli altri questa battaglia siano proprio quelli che questo rispetto per ciò che siamo non esitano a metterlo sotto i piedi per qualche voto. Quelli che sventolando alla leggera la retorica dei fucili e delle ronde, come se fosse niente.

Terreno scivoloso, lo so.
Su cui non ho certezze. Però è qui che lo metterei, il mio Je suis.

Animale anch’io

Non so a voi, ma a me leggere questa storia (ripresa qui) ha fatto venire la pelle d’oca.
Uno entra in carcere per un furto e ci rimane praticamente tutta la vita. E non per un errore giudiziario. Perché, dentro al carcere, commette due omicidi e ne tenta un altro paio.

C’è solo da sperare che questa storia non sia un simbolo.
Non sia un simbolo del processo rieducativo che dovrebbe essere il fine della detenzione.
Non sia un simbolo dello stato di sicurezza delle carceri italiane.
Non sia un simbolo dello stato di tutto un Paese.
Non sia un simbolo di nulla. Sia solo una storia, una di quelle in cui la realtà supera, per una volta, la fantasia.
Una volta sola, però.

Lui dice che “dentro il carcere mi sono trovato in mezzo agli animali e alla fine sono diventato animale anch’io” e dice anche che, adesso che è stato rilasciato, non riconosce più il mondo “fuori”: “non ci sono più le botteghe e ai supermercati non trovo l’uscita, le bambine di 5 anni ora sono donne di 50, molti ragazzi mi chiamano nonno”.

Forse, però, questo Paese, a leggere la sua storia, ci somiglia più di quanto lui pensi, a quello che ha lasciato “fuori” quasi cinquant’anni fa.
Supermercati a parte.

Il tecnologo e la casalinga (non necessariamente di Voghera)

Il dibattito che in questi giorni si è sviluppato tra Stefano Epifani, Alberto Cottica e Alfonso Fuggetta sul tema dei Digital Champions mi interessa molto. Non conosco granché l’argomento specifico, e non mi ci avventuro. Però chi ha seguito qualche mio intervento ultimamente sa che la questione della composizione di team (e di reti) che sappiano creare (e comunicare) innovazione è centrale nelle mie ricerche e riflessioni di questi mesi.
Mi sembra, infatti, che ci sia una certa confusione (in verità anche il larga parte della letteratura specialistica) tra innovazione, creatività, ricerca, e tra le diverse tipologie di approccio a questi temi.

E uno dei dilemmi che si pongono più spesso è proprio quello che mi sembra emerga dallo scambio di idee appena menzionato: meglio una visione “esperta” (Stefano Epifani scrive – e Alfonso Fuggetta è sulla stessa linea – “Non bastano entusiasmo e buona volontà per ripensare processi, ottimizzare sistemi, promuovere sviluppo. Servono competenze specifiche, capacità, esperienza”) o una visione che potremmo definire “ingenua”, nel senso, proprio, di “esterna” rispetto ad un sapere specialistico (“sindaci che vengono consigliati da pensionati; aziende che si rapportano con hacker sedicenni; ASL che dialogano con casalinghe smart e linuxare”, nelle parole di Alberto Cottica)?

Ora, al di là del caso specifico (e, in realtà, anche di questo specifico dilemma, che è solo uno dei possibili), credo sia proficuo ragionare in termini di efficacia di ciascuna di queste scelte rispetto alla tipologia di output atteso. Proprio questo mi interessa: qual è l’approccio migliore non in assoluto, ma relativamente a ciascuna situazione, che si traduce nel tracciare potenzialità e limiti di ogni approccio e di incrociarli con la fenomenologia e i risultati attesi di ciascun processo (innovazione, ricerca, creatività, …)

Per ora, soltanto una suggestione che arriva dalle pagine introduttive di “Design-Driven Innovation” di Roberto Verganti (la traduzione è mia):

[…] Ma la creatività ha poco a che vedere con la ricerca. La creatività implica la generazione veloce di molte idee (the more, the better); la ricerca richiede l’esplorazione instancabile di una visione (the deeper and more robust, the better). La creatività spesso dà valore alla prospettiva del neofita; la ricerca dà valore alla conoscenza e al sapere. La creatività costruisce varietà e divergenza; la ricerca sfida un paradigma esistente con una vision specifica attorno alla quale convergere. La creatività è culturalmente neutra, purché aiuti a risolvere problemi; la ricerca sui significati è intrinsecamente visionaria e costruita sulla cultura personale del ricercatore.

Al di là del tema più strettamente legato alla comunicazione e alla “evangelizzazione” che senz’altro è rilevante per i Digital Champions (e di cui ho scritto qualcosa qui), credo allora che la domanda essenziale sia: serve più un approccio creativo o un approccio di ricerca?
O, in modo meno banale, qual è il mix tra questi approcci che può essere più efficace in ciascuna fase di questo processo?

Tornerò presto sul tema in maniera più articolata.
Se però, nel frattempo, qualcuno ha qualche idea in più…

Allenarsi alla leadership

Il prossimo 23 novembre sarò ospite a Vicenza di La grande differenza per un corso sulla leadership progettato tenendo d’occhio le esigenze di piccole e medie imprese, artigiani, team di professionisti… insomma, tutte quelle organizzazioni in cui alle gerarchie formali si affianca e sovrappone spesso un portato di relazioni personali profonde e di lungo periodo.

Il programma dettagliato del corso e tutte le informazioni le trovate qui:

Allenarsi alla leadership

Chi fosse interessato può anche contattarmi direttamente per informazioni e iscrizioni.

Di padri e figli

Un’associazione organizza una serata per premiare i vincitori di un concorso musicale.
Ci vado, pur non capendo di musica, perché sono socio, perché ci incontro un po’ di amici e perché a premiare sono Franco Cerri e Paolo Jannacci. E non consegnano solo i premi. Suonano pure.
Li ascolto. Ancora una volta (succede sempre) avverto un senso di vuoto per un intero mondo (quello delle note) di cui mi sfuggono anche le regole più elementari.
Noto (scusate per il gioco di parole, non ho saputo resistere) una cosa: entrambi fanno un omaggio al grande Enzo Jannacci. Uno all’amico, l’altro al padre.
Mi va, allora, di passare il resto della serata a pensare al tema dell’eredità.
A come Cerri sia un padre nobile per la musica italiana.
A come Jannacci (Paolo) sarà considerato probabilmente sempre un figlio.
Un vicino commenta che non si aspettava suonasse così bene. Sottinteso: dopotutto, essendo il figlio di suo padre, nemmeno ne avrebbe bisogno.
Continuo a pensare all’eredità.
A quanto essere figlio possa aver influenzato il modo di Paolo di fare musica (fa cose molto diverse da suo padre, ma perché così diverse?).
Al fatto che, sul palco, lo chiama papà. E che gli applausi più fragorosi li ottiene quando fa l’unica canzone di papà.
Al fatto che comunque sembra cavarsela bene nella parte, e non deve essere facile.
Al fatto che l’eredità è un tema complesso, che merita un’indagine. Non solo per Paolo. Pure per me.