Animale anch’io

Non so a voi, ma a me leggere questa storia (ripresa qui) ha fatto venire la pelle d’oca.
Uno entra in carcere per un furto e ci rimane praticamente tutta la vita. E non per un errore giudiziario. Perché, dentro al carcere, commette due omicidi e ne tenta un altro paio.

C’è solo da sperare che questa storia non sia un simbolo.
Non sia un simbolo del processo rieducativo che dovrebbe essere il fine della detenzione.
Non sia un simbolo dello stato di sicurezza delle carceri italiane.
Non sia un simbolo dello stato di tutto un Paese.
Non sia un simbolo di nulla. Sia solo una storia, una di quelle in cui la realtà supera, per una volta, la fantasia.
Una volta sola, però.

Lui dice che “dentro il carcere mi sono trovato in mezzo agli animali e alla fine sono diventato animale anch’io” e dice anche che, adesso che è stato rilasciato, non riconosce più il mondo “fuori”: “non ci sono più le botteghe e ai supermercati non trovo l’uscita, le bambine di 5 anni ora sono donne di 50, molti ragazzi mi chiamano nonno”.

Forse, però, questo Paese, a leggere la sua storia, ci somiglia più di quanto lui pensi, a quello che ha lasciato “fuori” quasi cinquant’anni fa.
Supermercati a parte.

Il tecnologo e la casalinga (non necessariamente di Voghera)

Il dibattito che in questi giorni si è sviluppato tra Stefano Epifani, Alberto Cottica e Alfonso Fuggetta sul tema dei Digital Champions mi interessa molto. Non conosco granché l’argomento specifico, e non mi ci avventuro. Però chi ha seguito qualche mio intervento ultimamente sa che la questione della composizione di team (e di reti) che sappiano creare (e comunicare) innovazione è centrale nelle mie ricerche e riflessioni di questi mesi.
Mi sembra, infatti, che ci sia una certa confusione (in verità anche il larga parte della letteratura specialistica) tra innovazione, creatività, ricerca, e tra le diverse tipologie di approccio a questi temi.

E uno dei dilemmi che si pongono più spesso è proprio quello che mi sembra emerga dallo scambio di idee appena menzionato: meglio una visione “esperta” (Stefano Epifani scrive – e Alfonso Fuggetta è sulla stessa linea – “Non bastano entusiasmo e buona volontà per ripensare processi, ottimizzare sistemi, promuovere sviluppo. Servono competenze specifiche, capacità, esperienza”) o una visione che potremmo definire “ingenua”, nel senso, proprio, di “esterna” rispetto ad un sapere specialistico (“sindaci che vengono consigliati da pensionati; aziende che si rapportano con hacker sedicenni; ASL che dialogano con casalinghe smart e linuxare”, nelle parole di Alberto Cottica)?

Ora, al di là del caso specifico (e, in realtà, anche di questo specifico dilemma, che è solo uno dei possibili), credo sia proficuo ragionare in termini di efficacia di ciascuna di queste scelte rispetto alla tipologia di output atteso. Proprio questo mi interessa: qual è l’approccio migliore non in assoluto, ma relativamente a ciascuna situazione, che si traduce nel tracciare potenzialità e limiti di ogni approccio e di incrociarli con la fenomenologia e i risultati attesi di ciascun processo (innovazione, ricerca, creatività, …)

Per ora, soltanto una suggestione che arriva dalle pagine introduttive di “Design-Driven Innovation” di Roberto Verganti (la traduzione è mia):

[…] Ma la creatività ha poco a che vedere con la ricerca. La creatività implica la generazione veloce di molte idee (the more, the better); la ricerca richiede l’esplorazione instancabile di una visione (the deeper and more robust, the better). La creatività spesso dà valore alla prospettiva del neofita; la ricerca dà valore alla conoscenza e al sapere. La creatività costruisce varietà e divergenza; la ricerca sfida un paradigma esistente con una vision specifica attorno alla quale convergere. La creatività è culturalmente neutra, purché aiuti a risolvere problemi; la ricerca sui significati è intrinsecamente visionaria e costruita sulla cultura personale del ricercatore.

Al di là del tema più strettamente legato alla comunicazione e alla “evangelizzazione” che senz’altro è rilevante per i Digital Champions (e di cui ho scritto qualcosa qui), credo allora che la domanda essenziale sia: serve più un approccio creativo o un approccio di ricerca?
O, in modo meno banale, qual è il mix tra questi approcci che può essere più efficace in ciascuna fase di questo processo?

Tornerò presto sul tema in maniera più articolata.
Se però, nel frattempo, qualcuno ha qualche idea in più…

Allenarsi alla leadership

Il prossimo 23 novembre sarò ospite a Vicenza di La grande differenza per un corso sulla leadership progettato tenendo d’occhio le esigenze di piccole e medie imprese, artigiani, team di professionisti… insomma, tutte quelle organizzazioni in cui alle gerarchie formali si affianca e sovrappone spesso un portato di relazioni personali profonde e di lungo periodo.

Il programma dettagliato del corso e tutte le informazioni le trovate qui:

Allenarsi alla leadership

Chi fosse interessato può anche contattarmi direttamente per informazioni e iscrizioni.

Di padri e figli

Un’associazione organizza una serata per premiare i vincitori di un concorso musicale.
Ci vado, pur non capendo di musica, perché sono socio, perché ci incontro un po’ di amici e perché a premiare sono Franco Cerri e Paolo Jannacci. E non consegnano solo i premi. Suonano pure.
Li ascolto. Ancora una volta (succede sempre) avverto un senso di vuoto per un intero mondo (quello delle note) di cui mi sfuggono anche le regole più elementari.
Noto (scusate per il gioco di parole, non ho saputo resistere) una cosa: entrambi fanno un omaggio al grande Enzo Jannacci. Uno all’amico, l’altro al padre.
Mi va, allora, di passare il resto della serata a pensare al tema dell’eredità.
A come Cerri sia un padre nobile per la musica italiana.
A come Jannacci (Paolo) sarà considerato probabilmente sempre un figlio.
Un vicino commenta che non si aspettava suonasse così bene. Sottinteso: dopotutto, essendo il figlio di suo padre, nemmeno ne avrebbe bisogno.
Continuo a pensare all’eredità.
A quanto essere figlio possa aver influenzato il modo di Paolo di fare musica (fa cose molto diverse da suo padre, ma perché così diverse?).
Al fatto che, sul palco, lo chiama papà. E che gli applausi più fragorosi li ottiene quando fa l’unica canzone di papà.
Al fatto che comunque sembra cavarsela bene nella parte, e non deve essere facile.
Al fatto che l’eredità è un tema complesso, che merita un’indagine. Non solo per Paolo. Pure per me.

Patrimonio artistico e attrattività: un esempio di U invertita?

In questo post per MySolutionPost ho parlato dei fenomeni che sono tra loro in relazione con curve ad U invertita.
Si tratta di quei fenomeni che, invece che essere in rapporto secondo andamenti lineari (al crescere di un fenomeno cresce proporzionalmente anche l’altro) o con andamenti con utilità marginale decrescente (al crescere di un fenomeno cresce anche l’altro, ma con un andamento sempre più piatto, fino a che la crescita marginale è praticamente nulla), sono in relazione tra loro con andamenti a U invertita (così, tanto per capirci: ∩)

In questo caso, la relazione tra le variabili è lineare fino ad un certo punto (al crescere della prima variabile cresce proporzionalmente la seconda), quindi la curva tende ad appiattirsi (rendimenti marginali decrescenti), fino a diventare completamente piatta (rendimenti marginali nulli), e, poi, addirittura negativa. Questo significa che, da un certo punto in avanti, la relazione si inverte e il crescere di una delle variabili porta ad una diminuzione della seconda.

In questi giorni (come succede in alcuni periodi dell’anno) sto viaggiando parecchio su e giù per l’Italia. Coincidenze fortunatamente non troppo strette o “buchi” nell’agenda mi permettono (meno di quanto mi piacerebbe) di godere di alcune delle bellezze dei luoghi che visito. Ogni volta mi trovo a considerare quanto il nostro Paese sia ricco di piccoli capolavori nascosti, di quanto ogni regione (anche le meno conosciute) potrebbe tranquillamente rivaleggiare con molte delle nazioni del mondo. E il pensiero successivo è, naturalmente, rivolto a quanto noi italiani non sappiamo far fruttare un patrimonio così vasto (detto che non credo a certe stime mirabolanti per cui l’Italia ospiterebbe quasi la metà del patrimonio artistico mondiale, ma questo è tutt’altro capitolo).

Mi è venuto da pensare, allora, che la relazione tra quantità di patrimonio artistico posseduto e “attrattività” di un luogo (o, come in questo caso, di una nazione) potrebbe essere una curva ad U invertita: fino a un certo punto le due variabili sono in una relazione positiva. Superato però un punto critico la relazione diventerebbe addirittura negativa. Detto in un altro modo, avere più patrimonio artistico è un vantaggio dal punto di vista dell’attrattività, ma solo fino a un certo punto. Oltrepassato quel punto diventa uno svantaggio.

Perché?

Mi vengono in mente alcuni motivi, ma potrebbero essercene altri:

1) conservare un patrimonio artistico e renderlo fruibile non è facile. È necessario investire risorse (denaro, ma non solo). Un patrimonio troppo rilevante potrebbe condurre a disperdere eccessivamente gli sforzi, e a non portare, alla fine, a casa nulla;

2) comunicare un patrimonio artistico implica, come ogni operazione di comunicazione, delle scelte e delle priorità. Un’eccessiva ricchezza di luoghi e capolavori non consente di fornire un’immagine unitaria alla proposta e, cercando di colpire troppi target, si finisce per non arrivare a nessuno;

3) un patrimonio disperso su territori diversi porta ad una sorta di “competizione interna”, che indebolisce nella competizione verso l’esterno. Molti territori in concorrenza tra loro non possono esprimere una strategia unitaria. I tentativi fatti negli ultimi anni in questo senso mi sono parsi piuttosto goffi.

Insomma, per noi che ci viviamo crescere immersi in tanta bellezza non può che essere una fortuna.
Forse, per altri obiettivi, sarebbe meglio se ce ne fosse un po’ meno…

 

 

La versione di Andre

Un caro amico mi ha regalato, un paio d’anni fa, Open, l’autobiografia di Andre Agassi.
Ne ho letto una cinquantina di pagine subito, poi ho abbandonato. Non era il momento.
Quest’estate il momento è arrivato.
Il libro mi è piaciuto, e non solo per ragioni tecniche. Magari dedicherò un post al perché.
Qui mi voglio concentrare su un tema di tipo costruttivo che mi stimolato.
Open, tra le altre cose, è quella che potremmo definire una “contronarrazione”: la versione di Agassi opposta alla narrazione che i media gli hanno appiccicato addosso per buona parte della sua carriera. (Uno degli effetti di questa narrazione, tra l’altro, è stato che io tifassi apertamente per Pete Sampras).

La verità di Agassi si può riassumere nel fatto che i suoi atteggiamenti eccentrici, ribelli, a volte anche un po’ violenti fossero il frutto del suo odio per il tennis: uno sport, e una vita, imposti da un padre autoritario che non gli ha mai lasciato libertà di scelta rispetto al futuro. Conseguenze inevitabili: insicurezza, risentimento, instabilità emotiva. Non, quindi, un vip viziato, iracondo, ribelle e arrogante, ma un ragazzo disorientato che non trovava altri modi manifestare la sua sofferenza.

Impossibile dire dove stia la verità (ammesso che ce ne sia una).

Mi sembrano interessanti, però, alcuni aspetti “tecnici” di questa contronarrazione.

Innanzitutto, Agassi non oppone ad una narrazione negativa un ritratto totalmente e semplicemente positivo. Ammette errori e bugie (alcuni anche pesanti), ma attribuisce il tutto ad una causa socialmente molto più accettabile rispetto al ritratto che ne hanno tracciato i media.
Spesso, per quel che vedo in giro, invece, le contronarrazioni semplicemente oppongono una immagine assolutamente positiva dai tratti opposti rispetto alla narrazione dominante, finendo, in questo modo, per radicalizzare le contrapposizioni senza quasi mai spostare sostanzialmente il consenso.

Secondo aspetto: la narrazione che emerge da Open progredisce attraverso la trasformazione del personaggio, ne ritrae un’evoluzione e un cammino. Oltre a dire “non sono perfetto” (anche se i miei limiti e difetti reali sono, appunto, ben diversi da quelli che mi vengono attribuiti) Agassi si mostra nella sua evoluzione, attraendo simpatia con una storia in cui chi (e siamo in tanti) si sente dentro un viaggio alla scoperta di sé può, in qualche modo, identificarsi.
Il simbolo di questa evoluzione è nel suo rapporto con il tennis: l’odio iniziale si trasforma in un rapporto complesso che diventa non solo la causa, ma anche la metafora del suo approccio alla vita.

Effetto di tutto questo: se oggi dovesse ripetersi uno di quei bellissimi scontri tra Agassi e Sampras, non so bene da che parte starei.
Però un sospetto ce l’ho.