Strategie di Time management

Il 20 febbraio prossimo sarò a Verona, ospite di La grande differenza, per un corso sulla gestione del tempo.

Si parlerà di pianificazione, di delega, di proattività, di perfezionismo, di procrastinazione, ma anche di come la comunicazione circa il tempo influenza il team di lavoro.

Il programma dettagliato e tutte le informazioni per partecipare li trovate qui.

Grazie a Francesca e Sebastiano per avermi coinvolto in questo bel progetto.

Chi fosse interessato può anche contattarmi direttamente per ulteriori informazioni.

Scelte di team management

Su MySolution|Post, il primo di una serie di post in cui delineo gli elementi fondamentali di due questioni che si pongono quotidianamente nella gestione di un team: la scelta tra direttività partecipazione e la scelta tra il focalizzare la propria comunicazione al fine di creare consenso oppure al fine di ridurre il rischio di conformismo.

Lavoro in team: un trade-off e un “cul de sac”

 

Tutto quello che ho scritto per Mysolution|Post sta qui.

Duemila15

Firenze, Bologna, Padova, Roma, ma meno dello scorso anno, Milano, tanto, pure troppo. F. è malato. Scrivere, leggere, sempre nei ritagli di tempo, sul treno, in aeroplano, sempre troppo poco. La gamba, va operata, ma tra un po’, ci penseremo quando arriverà il momento. I peperoncini: piantati. G.: Cresima e poi ospedale: tutto risolto, grazie al cielo. Il concerto di Lorenzo, lo spiedo di D., la montagna e anche un po’ di mare. Acqua e menta, a litri e tutto l’anno. Torino: la Sindone. Belle cresce, le ragazze anche di più: L. va in vacanza in UK, senza di noi. Per fortuna che c’è M.: non saprei come fare, altrimenti (e non solo con le ragazze). Pure le tartarughe crescono, ma molto meno e con quelle so come fare. Le cene all’oratorio, gli amici: tanti, mai troppi. Casa nostra: la stufa d’inverno e il terrazzo d’estate, il barbecue. Bisogna tinteggiare. Boston e Providence. F. sta sempre peggio. A cena con N., non lo vedevo da un sacco: è sempre una bella persona, ma diversa. Don T. se ne va in un’altra parrocchia: mancheranno le sue prediche, mancherà lui. Verona, Fiera Cavalli, accidenti quanto saltano. Un paio di Expo, che l’occasione è unica. Arrivano don G. e don T. (un’altra, di T). I peperoncini: gran raccolto; posizione giusta e bel sole, quest’estate. Bologna, questa volta non per lavorare. Anche Verona. F. non c’è più: al mondo ci sono meno umiltà, meno forza, meno bellezza. E poi anche G., negli stessi giorni. Che roba strana, la vita. Ragazze, non tradite il vostro desiderio. Mai. Baricco, De Luca, García Márquez, Tabucchi, Borges, sempre loro. Poi Simenon, Guareschi, Attali, Bolaño, Céline. Qualche film, ma pochi. Il lago di Garda: sempre bello. Anche il nostro, di lago, però: guardato in lungo e in largo, quest’anno. In bicicletta sull’Alpe con M. La foto mia e di F., in salotto: guardavamo lontano. Ragazze, mi raccomando, il desiderio…

Rilassatevi! (Uno sfogo)

Un corollario rispetto alle riflessioni del post precedente.

A lato degli episodi che mi hanno suggerito quanto ho scritto sul senso di precarietà, mi è capitato di incontrare un paio di imprenditori ultrasettantenni (uno credo abbia superato gli ottanta) ancora saldamente alla guida delle loro aziende. Lavoratori indefessi, si sarebbe detto in un linguaggio un po’ antico. Gente da prima linea.
Mi ha incuriosito cercare di capire quale possa essere la motivazione che porta un uomo che (almeno dal mio punto di vista) ha già dimostrato al mondo le sue capacità a continuare a lottare anche ad un’età in cui potrebbe godere i frutti di quanto ha costruito e, magari, prendersi più tempo per sé e per gli affetti (o per coltivare nuove passioni, per vivere una nuova, seconda vita).
Premesso che ciascuno, vivaddio, del suo tempo fa ciò che vuole, le risposte mi sono sembrate curiose, per lo meno per come mi sono state espresse (le vere motivazioni le conoscono soltanto i diretti interessati, e forse neppure loro): in entrambi i casi avevano a che vedere con il fatto che questi imprenditori si sentono assolutamente indispensabili e insostituibili. Senza di loro l’azienda, il gruppo, l’organizzazione non avrebbero futuro, insomma. Non l’hanno detto proprio così, ma il senso mi è parso proprio quello: nessuno a parte loro con sufficienti competenze, capacità, volontà, motivazione. Eccetera.

Ecco, una cosa avrei voluto rispondere (un po’ l’ho fatto, ma mi sono anche trattenuto): rilassatevi! Nessuno è indispensabile quanto crede di essere. I figli dei nostri nipoti probabilmente nemmeno ricorderanno il nostro nome. Non confondiamo l’essere unici (ognuno di noi lo è) con l’essere indispensabili. Sono cose diverse, e la differenza non è piccola.
Quante volte (avrei voluto chiedere loro) avete sostituito un collaboratore che sembrava indispensabile e il giorno dopo vi siete accorti che poco o nulla è cambiato? Ecco, è così anche per voi.
È così anche per me: io non sono indispensabile. Nel momento in cui smetterò di insegnare, di scrivere, di fare quel che faccio, qualcun altro lo farà al mio posto. Magari anche meglio. Probabilmente anche meglio, specie se avrà trenta o quarant’anni meno di me e conoscerà da “nativo” i cambiamenti che nel frattempo saranno occorsi nel modo di insegnare, di scrivere, di fare quel che faccio.

Unico non vuol dire indispensabile.
Non so voi, ma io trovo questa cosa parecchio rilassante.
La consapevolezza di potere, sì, dare un contributo originale, ma non indispensabile. Significa che dove non ce la faccio ad arrivare (dopo averci messo tutto l’impegno), sarà qualcun altro ad arrivare, magari con modi e tempi diversi (migliori, peggiori, semplicemente diversi?).

Quindi, rilassatevi. Fatemi questa cortesia.

Precari

Metto mani e piedi su un terreno non mio, con rischio di banalità. Lo faccio, più che altro, per fissare alcuni pensieri.
Le scorse settimane sono stato esposto, forse come mai mi era successo prima, al senso di precarietà che è il filo rosso nel tessuto delle vite di tutti noi. Non solo gli eventi di Parigi. Anche questioni più personali e vicine nello spazio.
Mi è tornato in mente un episodio che è raccontato nel libro “Cosa tiene accese le stelle”.
Mario Calabresi riporta una conversazione in cui Umberto Veronesi ha raccontato:

All’inizio degli anni Trenta abbiamo conosciuto la povertà: per andare a scuola facevo quasi cinque chilometri a piedi, con i pantaloni corti anche d’inverno. Mi ricordo un pomeriggio nei campi, la mamma incontrò una vicina che non vedeva da tempo e le chiese come andava. “È dura,” rispose quella “siamo in miseria, ma per fortuna mi ha aiutato la croce, si è portata via i due bambini più piccoli, due bocche in meno da sfamare.

La lontananza che sentiamo verso la frase detta dalla donna è la misura delle grandi conquiste degli ultimi (diciamo) settant’anni (dal secondo dopoguerra in poi).
Lo stesso Veronesi chiosa:

Ero un bambino anch’io e non ho mai dimenticato queste parole: una madre sollevata perché le sono morti due figli. Rimasi terrorizzato. Non saprei che altro dire. Abbiamo fatto tanta strada e non abbiamo nulla da rimpiangere.

Centralità dell’individuo e dei suoi diritti, ruoli e affettività nella famiglia, investimento emotivo sulla genitorialità, ma anche aumento della speranza di vita e qualità della vita stessa.
Conquiste e valori, nulla da dire. Tanta strada e nulla da rimpiangere, certo.

Tutto questo, però, lo abbiamo pagato con una moneta (fra le altre): la perdita della capacità di convivere con il senso della precarietà nostra e di chi ci sta attorno. Il valore dato alla vita rende complicato constatare come questa è appesa a un filo che si può anche spezzare, qualche volta per un accidente, qualche altra per una volontà omicida. Non lo era altrettanto, evidentemente, nei tempi dell’episodio narrato da Veronesi, quando povertà, malattie e pericoli rendevano l’incertezza del futuro strutturalmente connaturata alla vita dei più.

Non so se sia utile andare oltre nel discorso: non vorrei che si pensasse che siano le conquiste e i valori ad essere messi in discussione. No, mai.
Solo una cosa mi sono domandato in questi giorni: non è che una maggiore consapevolezza della nostra precarietà faccia parte di quel bagaglio che ci sarà indispensabile, come individui e come comunità, per affrontare i tempi che ci aspettano?

Mi sono ricordato di Paolo di Tarso: quando sono debole, è allora che sono forte.

Scommettiamo?

Al Festival dell’Economia di Trento dello scorso giugno, uno dei dibattiti in programma è stato dedicato al gioco d’azzardo e alla ludopatia.
Al di là dello scandalo della contraddizione di uno stato che vieta il gioco d’azzardo e dall’altra parte ne fa una fonte di entrate per miliardi di euro (invece che occuparsi di proteggere i cittadini dal rischio di dipendenze), sono usciti un paio di concetti che valgono una sottolineatura.

Il primo: sembra vi sia una correlazione inversa significativa, dimostrata da alcune ricerche, tra monte ore speso dalla popolazione in attività di volontariato e quantità di tempo e denaro dedicati al gioco d’azzardo. Il che pare mostrare come la solidarietà e il senso di comunità siano un antidoto potente alla ludopatia (molto più di una generica prevenzione basata sull’informazione, su cui magari tornerò in un prossimo post).

Il secondo è la sintesi che Natasha Dow Schüll ha fatto del suo lavoro di ricerca, che si focalizza (al contrario della maggior parte delle ricerche, che puntano l’attenzione sulle caratteristiche psico-sociali dei giocatori patologici) sui meccanismi e le relazioni che legano l’esperienza della ludopatia con gli algoritmi progettuali delle slot machine. Queste ultime, infatti, rappresentano una delle fonti principali delle patologie da gioco compulsivo. L’autrice di “Ingegneria della dipendenza” illustra alcuni dei trucchi utilizzati da chi progetta i software delle slot machine per indurre gli utilizzatori a dedicare più tempo al gioco e, di conseguenza, a investire più denaro. Soprattutto, sottolinea l’importanza di spostare l’attenzione dal giocatore allo strumento e all’interazione tra giocatore e strumento (inversione di prospettiva comprensibilmente non gradita alle imprese dell’azzardo).

I numeri, infine, sono impressionanti: ogni famiglia italiana giocherebbe in media 4.000 Euro l’anno, vedendosene restituire circa 3.000, con una perdita media netta di 1.000 Euro ogni anno, a cui vanno aggiunti i costi opportunità del tempo speso al gioco.
Nel dibattito si è sottolineato più volte come si tratti di una specie di imposta regressiva (le famiglie più povere, attratte dalla possibilità di cambiare il proprio destino, giocano più delle famiglie ricche), ma volontaria. E questo rende impopolare qualunque intervento politico deciso: recuperare il gettito significherebbe sostituire una tassa pagata, dopotutto, di spontanea volontà da parte dei cittadini con un’altra coattiva (visto che di spending review ormai non se ne parla da un po’).

 

Perché, chi le paga, paga le tasse?

Su MySolution|Post, un mio post in cui cerco di rispondere alla domanda:

Perché un gruppo o una popolazione dovrebbe aderire ad un sistema di norme legali imposte da una struttura sociale e, in particolare, alle regole di un sistema di tassazione?

Naturalmente, senza la pretesa di esaurire il tema. Piuttosto, di delimitare il campo.

Tax compliance: gli elementi in gioco

 

Tutto quello che ho scritto per Mysolution|Post sta qui.

Dalla statistica alla tragedia

Sono stato un bel po’ in dubbio se pubblicare questo post. Aggiungere un’opinione alle opinioni su una fotografia con il corpo di un bambino riverso su una battigia non fa che spostare l’attenzione dal problema alla nostra reazione al problema. Il tutto mi sembra abbastanza egocentrico, insomma.
E poi, è corretto esprimere un commento “tecnico” quando dietro ai meccanismi della comunicazione ci sono drammi umani di questa portata?
Insomma, il dubbio mi è rimasto. Poi, però, faccio questo mestiere e, insomma, cerco di dare il mio contributo a capire le cose, come molti altri mi danno il loro a capire le mie, di cose. E allora aggiungo questo a tutto il troppo che è già stato scritto.

A Stalin viene attribuita (sembra non l’abbia mai detta) la massima “Una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica”. La fotografia del piccolo Aylan ha trasformato una statistica in una tragedia. Potenza della narrazione. Si è detto qui già molte altre volte. Ma perché questa fotografia, questa storia e non altre migliaia di storie che sono state raccontate in questi ultimi mesi?
La narrazione fa leva, tra gli altri, su un meccanismo di coinvolgimento specifico: si chiama potenziale di identificazione. Più è alto, più istintivamente ci viene da dire: “Avrei potuto esserci io, lì”, oppure, in questo caso, “Avrebbe potuto esserci mio figlio”, o il bambino della porta accanto.
Questa fotografia, nella sua crudezza e con il carico di sofferenza che si porta dietro, è perfetta.
Mi viene da chiedermi se sarebbe stata la stessa cosa se quel bambino, invece che bianco, fosse stato di colore. Non parlo di razzismo, ma di minore identificazione. O se quella foto fosse stata pubblicata a dicembre, quando le immagini dei bagnasciuga su cui hanno giocato i nostri figli si sono sbiadite nei ricordi. Oppure, se invece che un t-shirt e dei pantaloncini avesse indossato un abito tradizionale non comune nel nostro pezzo di mondo?

Qualcuno lo ha anche detto in maniera molto esplicita, invitando, per esempio, Matteo Salvini a riflettere su questa tragedia “come fosse stato suo figlio” (ho letto qualche tweet di questo tenore).

Mi è venuta in mente quella scena di Erin Brockovich in cui, davanti agli avvocati della parte avversa, la protagonista li invita a valutare che valore avrebbero dato ad un loro tumore, e, mentre una di loro sta per bere un bicchiere d’acqua, la informa che quell’acqua e stata spillata da una delle fonti contaminate che hanno provocato le malattie di cui si discute nel caso.

Dalla statistica alla tragedia.
Un tipo particolare, però, di tragedia.
Quella in cui possiamo identificarci, quella che potrebbe essere, domani, la nostra tragedia.
Quella che si trasforma in paura.

Insomma, non è che dopo aver visto quella fotografia siamo più solidali con gente che sta peggio di noi. È che abbiamo una paura in più da esorcizzare, tutto qui. Quella fotografia è il volto di questa paura.
Un po’ come quando, in autostrada, capita di incrociare un incidente grave. Una statistica che si trasforma in tragedia. E allora, per qualche minuto, siamo tutti più prudenti: leviamo il piede dall’acceleratore, non rispondiamo al telefono, magari spegniamo pure l’autoradio. Qualche chilometro. Poi torna tutto come prima.

 

Storytelling buono, storytelling cattivo (più che altro il secondo)

Dibattito interessante, in questi giorni, sull’uso dello storytelling nel giornalismo italiano. Ne hanno parlato Luca Sofri, Federico Ferrazza, Massimo Mantellini.
Sbaglierò, ma mi sembra che tutte le posizioni partano da un presupposto che non riesco a fare mio: lo storytelling è di per se stesso uno strumento più manipolativo rispetto ai fatti e ai numeri.
Nessuno di loro nega che sia uno strumento e non un fine ma, come dire, se i fatti venissero paragonati ad un coltello (uno strumento né buono né cattivo in sé, dipende dall’uso che se ne fa: può servire per ammazzare un poveraccio oppure per tagliare un cocomero), lo storytelling verrebbe paragonato ad una pistola (certo che è solo uno strumento, che se ne potrebbe anche far un buon uso, ma meglio diffidarne a prescindere).
A dire il vero, in maniera piuttosto esplicita, viene data una ragione di questa diffidenza: si tratterebbe di un problema di rappresentatività: possiamo anche raccontare una storia vera, ma quanto questa è rappresentativa di un fenomeno più generale? E se raccontiamo soltanto storie eccezionali, non è che ci sfugge completamente il quadro di normalità da cui emergono queste eccezioni?
Vero. Ma è vero anche per qualsiasi altra informazione non narrativa, e lo è tanto più in un sistema (in un mondo) complesso. Non vedo un legame stretto, quindi, tra il problema e lo strumento.

Credo, invece, ci siano due motivi fondamentali e impliciti che alimentano la diffidenza verso lo storytelling, forse con qualche ragione:

  1. Si tratta, innanzitutto, di uno strumento particolarmente potente di comunicazione delle idee, per tutte le ragioni che ho già argomentato più volte. Un po’ come dire che, se lo storytelling fosse un coltello, si tratterebbe di un coltello molto (troppo) affilato.
    Perché, allora, non rinunciarci? Visto quanto è rischioso usare un’arma così potente, meglio lasciar stare, accettando di privarsi anche dei potenziali benefici.
  2. Al contrario dei fatti e dei numeri, una narrazione può, costitutivamente, essere falsa senza per questo essere immorale o censurabile (una favola, un racconto, un romanzo non raccontano verità, ma non per questo sono oggetto di condanna). Questa caratteristica, accennata da Luca Sofri nel suo post, ne fa effettivamente uno strumento più facilmente asservibile a fini di persuasione e di propaganda, creando una zona grigia in cui le storie vere non si distinguono più da quelle false.

La domanda è, allora: può la combinazione di queste due caratteristiche rendere lo storytelling più simile ad una pistola che ad un coltello? Può renderlo uno strumento di cui (specie se si parla di giornalismo, ma il principio vale anche in altri ambiti) è bene diffidare a prescindere?

La mia risposta, forse non serve neppure dirlo, è “no”.

Primo, perché il piano inclinato della logica che sta dietro a questo ragionamento è piuttosto scivoloso e nasconde rischi non trascurabili. Uno su tutti: dove sta il confine secondo cui il coltello sarebbe “troppo” e non “giustamente” affilato?
Condannare lo strumento per esorcizzarne gli effetti potenziali, quando si parla di comunicazione, insomma, è una strategia che paga davvero raramente.

Secondo (ribadisco quanto ho già scritto alla fine di questo post), perché si tende sempre a concentrare l’attenzione, quando c’è in gioco questo tema, su una specifica funzione della narrazione, quella di trasmettere una visione del mondo preconfezionata dentro alla capsula indistruttibile di una storia. In realtà, spesso le storie (anche nel giornalismo) servono a fare una cosa diversa e preziosa, che non vorrei gettare via: aprire la visione del mondo invece che chiuderla, iniziare una comune costruzione di senso.
Certo, anche quello delle narrazioni identitarie (specie nel nostro Paese) è un tema che si porta dietro più di un caveat. Però, buttare il bambino con l’acqua sporca, anche no.

Gli strumenti del leader

Il prossimo 7 novembre sarò a Mogliano Veneto, ospite di La grande differenza, per un laboratorio sul tema della leadership nelle piccole organizzazioni e nei gruppi.
Partiremo da esperienze concrete e ci confronteremo su temi del tipo:

  • come farsi riconoscere la leadership?
  • quando essere direttivi e quando, invece, favorire la partecipazione delle persone alle decisioni?
  • come fare per motivare i collaboratori?
  • come sviluppare l’autonomia in modo da poter delegare di più?
  • come affrontare e risolvere i conflitti?

Il programma dettagliato e tutte le informazioni li trovate qui.

Grazie a Francesca e Sebastiano per l’invito.

Chi fosse interessato può anche contattarmi direttamente per ulteriori informazioni.