Imparare, insegnare

Qualche giorno fa ho pranzato con gli allievi di un mio corso.
Tra un boccone e l’altro, uno di loro mi ha chiesto se studiare e insegnare le cose che studio e insegno avesse cambiato, negli anni, il mio modo di pensare. E come.
Ho messo insieme una risposta: faccio il docente, una risposta devo pur averla.
Un cosa superficiale e piuttosto abborracciata.
Poi ci ho pensato un po’ su, e adesso ce l’ho, un’idea un po’ meno approssimativa.
La condivido qui.

Prima di tutto, che cosa significa imparare e insegnare, per me?
Mi pare abbia a che vedere con due cose: ampliare un linguaggio, allargando il vocabolario e i significati, a volte pensando qualche cosa di originale, molte altre volte sfruttando pensieri di altri, il tutto nel campo di conoscenza di cui mi occupo. Lo chiamo imparare.
Tutto questo per poi tentare (la seconda cosa) di ampliare il linguaggio altrui (insegnare).
Un po’ come per un marinaio, che se gli dici “vento” non gli dici nulla, perché lui ha decine di nomi possibili per quel vento, e, se hai un po’ di pazienza e di voglia, te ne potrebbe anche raccontare un po’.

Perché se è vero (e io credo lo sia) ciò che un giorno ha detto Ludwig Wittgenstein

I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo

ampliare un linguaggio significa ampliare un mondo. E non mi sembra poco.

E allora, questo sì, ha cambiato il mio modo di pensare. Soprattutto in una curva del mio pensiero, che è anche una curva del mio essere: quella in cui scelgo le persone da ammirare. Perché più passa il tempo e più mi accorgo che queste persone hanno una caratteristica in comune: sanno creare nuovi linguaggi, fosse anche solo dando un nuovo nome, ma azzeccato, a cose che conosco già, e poi questo nome lo sanno insegnare ad altri. Ampliano i confini del linguaggio. E quando lo fanno bene (non importa poi tanto qual è il campo di quel linguaggio: dall’artigianato alla letteratura, dal gioco alla scienza), allora, per quel che conta, si sono guadagnati la mia ammirazione. Perché, alla fine, è a loro che cerco di somigliare.

Toccare il Fondo

Dal diario di un docente.

Martedì 10 marzo.
Oggi, giornata in aula: un corso su Leadership e Decision Making.
Bella classe, gente sveglia. Io mi sono divertito. Spero anche loro. Ci torno anche domani, abbiamo ancora cose da fare insieme.
È un corso finanziato da un Fondo Interprofessionale.
Abbiamo anche ricevuto la visita di un’ispettrice incaricata dal fondo di controllare che tutto fosse in regola. Una bella cosa: i Fondi gestiscono tanti soldi; ci vuole qualcuno che controlli che non ci siano furbetti che ne approfittano. Siamo un Paese che ha #cambiatoverso!
Arriva, dunque, l’ispettrice. Si presenta. Controlla che effettivamente ci sia una lezione in corso (sembra di sì: c’è un docente che sta parlando e gente che ascolta. Ha tutta l’aria di essere una lezione). Controlla che tutti abbiano firmato il registro (la forma è sostanza!).
Poi sottopone a tutti i partecipanti un questionario per valutare il loro grado di soddisfazione circa la qualità della formazione erogata (gli argomenti sono utili? Ben trattati? Il materiale è adeguato? E il docente? Una quindicina di domande di questo tenore. Punteggio da uno a cinque. Uno = una schifezza, cinque = ne valeva la pena, più o meno).

Tutto bene.
Siamo un Paese che ha #cambiatoverso. Che premia la meritocrazia e che, quindi, valuta il merito, no?

C’è solo un problema: il corso è iniziato alle 9 del mattino con un’introduzione da parte di un manager dell’azienda che ha spiegato ai partecipanti gli obiettivi e il perché di quel percorso formativo. Poi un giro di tavolo di presentazione tra i partecipanti: non tutti si conoscono e un’aula è anche un posto in cui scambiare esperienze, no?
E così sono arrivate le 9:30.
L’ispettrice è entrata alle 9:32.
Praticamente avevo fatto in tempo a dire il mio nome e a illustrare l’agenda.
Ora, dopo due-minuti-due di corso, è parso quantomeno bizzarro ai partecipanti che venisse chiesto loro di valutare docente e qualità dei contenuti.
È la “procedura”, dice l’ispettrice. Non ci sono alternative. Lei è lì per far rispettare (e, quindi, a maggior ragione, per rispettare) le procedure, no?
Qualcuno propone di inviare il questionario via mail la sera stessa.
Ma la “procedura” non lo prevede.
Carta canta, e servono gli originali. A questo punto, qualcuno dà voti a caso e commenta sarcasticamente il questionario, qualcun altro consegna il foglio in bianco. Tutti pensano di vivere in un Paese che #noncambieràmaiverso.

Riassunto dell’operazione?
Un processo di controllo che avrebbe potuto, tra le altre cose, accreditare la serietà di un Ente di finanziamento (e, anche, di un intero sistema formativo) è diventata la solita farsa all’italiana.
E il colmo del ridicolo sta nel fatto che l’ispettrice non lavora per il Fondo. Lavora per una grande società di consulenza, che ha vinto l’appalto per effettuare i controlli. Una di quelle società che dovrebbero portare negli enti cultura organizzativa e manageriale e, magari, procedure che abbiano un senso. Che distinguano, per esempio, tra il controllo durante un processo e la valutazione finale del processo stesso. Tanto per dirne una.

Me è successa anche un’altra cosa divertente, oggi: vicino all’azienda per cui ho lavorato c’è la location in cui furono girate molte delle scene dei primi Fantozzi. Mi hanno accompagnato (è stata una specie di pellegrinaggio) a visitare la scalinata percorsa dal Rag. Ugo Fantozzi per recarsi dal MegaDirettoreGalattico.

Mi sembra di vedere un sottile legame tra i due eventi.

Il che è bello ed istruttivo, come avrebbe detto il grande Giovannino Guareschi.

 

Conflitto: rischio e opportunità

Sabato 21 marzo sarò, con alcuni colleghi del MIP, ad un evento organizzato da Rotary.
Si parlerà di conflitto (sano e patologico) e di strategie per affrontarlo (almeno quando è il caso).
Il mio intervento ho scelto di intitolarlo “Mettere le mani nel conflitto: tra esercizio del potere, persuasione, negoziazione”.

Se il tema vi interessa, il tutto inizierà alle 9 del mattino al Siam, in via Santa Marta 18 a Milano.
Non è neppure necessario prenotare il posto, e per l’ora di pranzo siamo tutti a casa.
Il volantino con i dettagli sta qui.

Una brutta notizia

Ieri il presidente del MIP, Gianluca Spina, è rimasto vittima di un incidente in montagna.
L’ultima volta che l’ho sentito parlare in un intervento pubblico, in occasione del Graduation Day EMBA lo scorso dicembre, ha citato Gandhi:

L’uomo si distrugge con la politica senza principi, con la ricchezza senza il lavoro, con l’intelligenza senza la sapienza, con gli affari senza la morale, con la scienza senza umanità, con la religione senza la fede, con l’amore senza il sacrificio di sé.

Gianluca, da uomo con una visione precisa di che cosa significhi essere imprenditori e manager, ha messo in guardia i neodiplomati su come non si possa creare ricchezza senza lavoro e non si possano fare affari senza morale.

Mi piace ricordarlo così.

Fosse stato uno dei nostri…

In un post di qualche mese fa su Crisi e Sviluppo ho cercato di analizzare le dinamiche del consenso, in particolare quelle basate sulla logica amico-nemico; quei casi, cioè, in cui la ricerca di consenso poggia su argomenti del tipo: là fuori c’è un nemico pericoloso, la coesione interna, il consenso al leader, l’adesione a un’idea servono a distinguersi e difendersi da quel nemico.
Tutto l’apparato comunicativo è concentrato nel mantenere alta la credibilità circa ciò che rende “noi” diversi da “loro” (e, naturalmente, migliori).

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un esempio (ma se ne potrebbero fare molti) di utilizzo di uno stratagemma funzionale a questo tipo di comunicazione.

Davide Boni, nel commentare su Facebook la questione del conto svizzero (contenuto nella lista Falciani) riconducibile a Pippo Civati , ha scritto:

Civati nella lista Falciani, conto in Svizzera, se per caso vi fosse stato all’interno un leghista, avrebbero chiesto l’impiccagione in piazza… Ercolino sempreinpiedi -)

Ora, pare evidente, almeno al momento, che quella su Civati sia una non-notizia, visto che quest’ultimo ha spiegato la provenienza del denaro e che le cifre in gioco (qualche migliaio di euro) non sono tali da creare un caso.
Rimane, comunque, in ottica di comunicazione politica (ma non solo) una buona occasione per riaffermare la propria diversità da un lato e il proprio essere vittime del sistema dall’altro: fosse successo qualcosa di simile a uno di noi, sarebbe stato messo alla berlina.

Sarebbe un po’ come dire (per usare una metafora calcistica):

“Hanno dato un rigore alla Juventus”
“Sì, ma il fallo era evidente”
“Che c’entra: fosse stato fatto un fallo simile a un giocatore dell’Inter il rigore non lo avrebbero dato”.

Affermazione naturalmente indimostrabile, ma che marca, ancora una volta, il territorio dell’identità.

 

Je suis… quoi?

A volte ci si chiarisce le idee, e poi si comincia a scrivere.
A volte il contrario: si scrive per chiarirsi le idee.
In questo caso è vera la seconda.

Ci siamo arrabbiati e indignati per le persone uccise per aver disegnato vignette satiriche.
Abbiamo sentito di doverci difendere. Abbiamo scritto “Je suis, Io sono”, e per una volta ci siamo messi dietro ai nostri politici. Qualcuno li ha chiamati (non lo si faceva da un po’) leader.
Sacrosanto.
Abbiamo difeso la libertà di satira “senza se e senza ma”.
La libertà di poter disegnare vignette corrosive su chicchessia e su qualunque tema.
Questo, mi è parso, voleva dire quel “Je suis Charlie“.

A me, però, una domanda resta: è davvero la libertà di satira quella che dobbiamo difendere ad ogni costo?
In Francia la libertà di satira non è “senza se e senza ma”. Ha dei limiti. Gli stessi redattori (i superstiti) di Charlie Ebdo, in un’intervista, hanno affermato di essere sempre riusciti a fare satira “rimanendo entro i limiti della legge” (cito a memoria, il concetto è quello).
In molti Paesi occidentali la satira ha limiti anche piuttosto stringenti. Negli USA mi risulta (se qualcuno ha notizie contrarie, ogni commento è benvenuto) che sia vietato fare satira sulle religioni e sulle razze. Alcune vignette di Charlie Ebdo, là, sarebbero forse state illegali.
Questo fa degli Stati Uniti un Paese meno libero?

Rischio di essere retorico: a me pare che non sia questo il punto.
Quello che dobbiamo difendere è un certo modo di vedere il mondo, per cui i confini della libertà di satira (per dirne una, ma le questioni sono molte e diverse) non sono stabiliti una volta per sempre, perché c’è un processo sociale che crea sensibilità e idee, ci sono possibilità e strumenti di aggregazione che trasformano queste idee in posizioni, un confronto democratico che trasforma le posizioni in istanze, una politica che traduce le istanze in leggi, una magistratura che giudica i confini di queste leggi. E ciascuno di questi passaggi è soggetto al dissenso e alla critica. Ma il processo che parte da una sensibilità e arriva a un dettato legislativo e, eventualmente, ad una sentenza, quello no. Quello lo si rispetta. Non si imbraccia un kalashnikov per rendere la strada più breve. In questo siamo diversi. Non nel luogo in cui abbiamo messo i confini, ma in come quei confini li abbiamo costruiti, li difendiamo e, se è il caso, modifichiamo. Gli Stati Uniti non sono meno liberi dell’Italia perché i confini della satira sono più stretti. Conta come ci si è arrivati a quei confini, e conta che, domani, potrebbero essere diversi.
Va detto: questa cosa è un vaso di cristallo. Fragile, da trattare con cura. Quando serve, da tenere al riparo.
È, anche, a suo modo molto faticosa. Tanto che chi cerca scorciatoie fa leva proprio su questo argomento.

Se tutto questo è vero, mi chiedo perché ad intestarsi più degli altri questa battaglia siano proprio quelli che questo rispetto per ciò che siamo non esitano a metterlo sotto i piedi per qualche voto. Quelli che sventolando alla leggera la retorica dei fucili e delle ronde, come se fosse niente.

Terreno scivoloso, lo so.
Su cui non ho certezze. Però è qui che lo metterei, il mio Je suis.

Animale anch’io

Non so a voi, ma a me leggere questa storia (ripresa qui) ha fatto venire la pelle d’oca.
Uno entra in carcere per un furto e ci rimane praticamente tutta la vita. E non per un errore giudiziario. Perché, dentro al carcere, commette due omicidi e ne tenta un altro paio.

C’è solo da sperare che questa storia non sia un simbolo.
Non sia un simbolo del processo rieducativo che dovrebbe essere il fine della detenzione.
Non sia un simbolo dello stato di sicurezza delle carceri italiane.
Non sia un simbolo dello stato di tutto un Paese.
Non sia un simbolo di nulla. Sia solo una storia, una di quelle in cui la realtà supera, per una volta, la fantasia.
Una volta sola, però.

Lui dice che “dentro il carcere mi sono trovato in mezzo agli animali e alla fine sono diventato animale anch’io” e dice anche che, adesso che è stato rilasciato, non riconosce più il mondo “fuori”: “non ci sono più le botteghe e ai supermercati non trovo l’uscita, le bambine di 5 anni ora sono donne di 50, molti ragazzi mi chiamano nonno”.

Forse, però, questo Paese, a leggere la sua storia, ci somiglia più di quanto lui pensi, a quello che ha lasciato “fuori” quasi cinquant’anni fa.
Supermercati a parte.